Stefano Benni.

Cari mostri.

2015 Feltrinelli Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il libro.
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Stefano Benni sfida il racconto di genere e apre la porta dell'orrore. Lo fa con ironia, lo fa attingendo al grottesco, lo fa tuffandosi nel comico, lo fa tastando l'angoscia, lo fa, in omaggio ai suoi maestri, rammentandoci di cosa  fatta la paura. E finisce con il consegnarci una galleria di memorabili mostri. E allora ecco gli adolescenti senza prospettiva o speranza, ecco il Wenge, una creatura misteriosa che semina panico e morte, ecco il plutocrate russo che vuole sbarazzarsi di un albero secolare, ecco una Madonna che invece di piangere ride, dolcemente sfrontata, ecco il manager che vuole ridimensionare un museo egizio sfidando una mummia vendicativa. Stefano Benni scende negli anfratti del Male per mettere disordine e promettere il brivido pi cupo e la risata liberatoria. E in entrambi i casi per accendere l'immaginazione intorno ai mostri che sono i nostri falsi amici, i nostri veleni, le nostre menzogne.
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1.
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Cosa sei?
Dracones omnes reliqui autorum fabulosi sunt.
LINNEO.
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Ho sempre amato con paura quel quartiere della citt vecchia che si chiama Alp. Mi sono spesso avventurato nelle sue strade strette e senza sole, nelle penombre delle botteghe antiche, tra guglie di chiese tetre, spiato da grifi e mostri di pietra che folli architetti si sono divertiti a nascondere nei muri. Ho ascoltato il rumore del fiume melmoso e infestato da topi, che attraversa i vicoli in parte mormorando sotterraneo, in parte apparendo col suo colore di fiele tra ponticelli e attracchi marciti. Ho visto i volti degli abitanti alle finestre, volti che non assomigliano a quelli della nostra citt, ho udito leggende, ho visto scoppiare risse nelle bettole, ho visto ubriachi stesi nelle pozzanghere, e prostitute miserande lanciarmi sguardi dagli androni. Ho sempre pensato che l'ombra che avvolgeva quei luoghi fosse frutto dei racconti ascoltati, e della mia particolare sensibilit. Ora so che qualcosa mi aspettava, in quelle strade senza cielo, dove sembra di vagare in una immensa grotta. Qualcosa che non potevo immaginare nei miei peggiori incubi.
Ma cominciamo da quella sera.
Mi ero perso nella parte pi buia di Alp, dove impazzava una specie di funereo carnevale, e cercavo di fuggire ai coriandoli in bocca, alle bastonate scherzose ma non troppo, alle urla e alle sconcezze degli avvinazzati. Mi trovai in una stradina cos angusta che talvolta sfregavo coi gomiti le muffe e le sporgenze delle pareti. La percorsi di fretta, come inseguito, e sbucai in una piazzetta ignota. Era minuscola, sporca, impregnata di vapori umidi, e quasi interamente invasa da una pianta gigantesca. Un rampicante di cui non si vedevano le radici, n il tronco, che riempiva con i rami tentacolari ogni angolo, avvinghiandosi ai muri e serpeggiando sul selciato, con emorragie di fiori rossi dall'odore acre. Mi feci largo nel viluppo e con stupore notai che la piazza non aveva uscita, solo il vicolo di accesso che avevo appena percorso. Non vidi porte n finestre, ma sul fondo, scostando i rami, mi apparve uno strano negozio.
Era una bottega d aspetto venerando, la vetrina polverosa rifletteva il fantasma del mio volto. Due pappagalli corazzieri ne sorvegliavano l'entrata, l'insegna era un dragone rampante. Intravidi stie di conigli rossicci e gabbiette di piccoli esseri pelosi e tremanti, e una teca dove un grosso pitone muoveva pigramente le spire. La porta era quasi interamente coperta dagli arabeschi della pianta ma si indovinava una scritta:
Creature5
Osservai i pappagalli, erano bellissimi, uno bianco e uno rosso, dondolavano sul trespolo e mi fissavano col capo inclinato, con aria professorale. Poi quello rosso strill: - Padrone Yugi, un cliente.
Risi. Erano davvero ben addestrati.
I rami della pianta si mossero. Yugi usc.
Provai subito una sensazione di malessere. Eppure non c'era niente di spaventoso in lui. Era un uomo basso e calvo, con una barba caprina, e indossava un caffetano arancione, abbellito da collane di denti aguzzi e conchiglie. Portava in braccio, avvolto in una coperta, qualcosa che poteva essere un bambino o un animaletto. I suoi occhi erano scuri e selvaggi, di taglio orientale. Ci che mi stup nel suo sguardo era la familiarit. Mi guardava come se mi conoscesse da sempre. E quando parl, la voce era roca e rugginosa. Pensai che assomigliava a quella del pappagallo. Per quella strana voce, il volto e i movimenti lenti, non riuscii a dargli un'et.
Poteva avere quarant'anni o settanta.
- Il pappagallo rosso si chiama Cesare, e ha centododici anni - disse con voce un po' pi chiara. - Quello bianco, Lucrezia,  una femmina e ne ha novantasei.
- Sapevo che potevano vivere a lungo, ma non credevo tanto - dissi.
- Oh, ne ho avuti di pi longevi - disse il signor Yugi.
Non mi resi conto allora che c'era qualcosa d strano in quella frase. - Le piacciono le creature? Vuole visitare il mio regno?
Con un po' di esitazione, entrai. L'interno del negozio era sorprendentemente ampio, rispetto alla porticina d'ingresso.
Era una sala di forma esagonale, con volte e piloni, profonda almeno cinquanta metri. Tutto intorno, addossate ai muri, c'erano gabbie, teche di vetro e acquari. Il caldo era soffocante, e la luce di un lampadario orientale di ottone diffondeva riflessi rossastri. Subito mi colp l'odore. Un miasma di bestia, di giungla, di sangue, di acqua marcia. Cos, pensai, era l'odore del mondo al suo inizio, quando l'uomo ancora non lo abitava. E, particolare strano, c'era un grande silenzio. Nessuno di quei versi, urli, strida che ti aspetteresti in un ambiente pieno di animali.
- Guardi pure, - disse il signor Yugi, sempre tenendo in braccio la creatura avvolta nella coperta - ma non tocchi niente. Quasi tutte queste creature sono innocue. Ma non tutte - e mi rivolse un sorriso lievemente beffardo.
Mi diressi verso l'acquario pi grande. C'erano polpi, astici, pesci spazzini e carassi colorati con pinne fluttuanti come veli di seta. Pesci dai grandi occhi ebeti, trigoni pulsanti e squaletti mimetizzati sul fondo. Un granchio incrostato di conchiglie come un antico relitto. Qua e l passavano branchi di stringhe sinuose e creature minuscole orlate di ciglia vibratili, che mi ricordarono una descrizione di Laforgue. L'acqua era limpida sul davanti, e scura sul fondo, dove si intravedevano alcune formazioni coralline e una grotta di roccia. Dentro la grotta vidi un muso baffuto e umanoide, forse un grosso pesce gatto. Poi un lungo filamento misterioso saett, cattur un pesciolino e si ritrasse.
- Che ne pensa? - disse Yugi.
-  strano, - risposi - per met potrebbe essere l'acquario di un qualsiasi ristorante. Ma ci sono anche pesci bizzarri che proprio non conosco.  come vedere mischiarsi qualcosa di conosciuto e qualcosa di alieno...
- Come nella natura - disse lui. - Si calcola che negli abissi del mare vivano almeno diecimila specie di creature che ancora non abbiamo scoperto...
- E i pesci di questo acquario convivono? Voglio dire, non combattono tra loro?
- Seguono l'istinto - rispose Yugi carezzando la creatura avvolta nella coperta. - Alcuni si nutrono di altri. Basta trovare il giusto equilibrio, la democrazia del predare. Io l'ho trovato. Le piacciono i rettili?
- Non tanto - risposi.
- Be', questo le piacer - disse Yugi, precedendomi verso il fondo della sala, dove il caldo era ancora pi soffocante. In una teca di vetro c'era il serpente pi grosso che avessi mai visto. Nero e giallo, attorcigliato a un troncone d'albero, con la testa triangolare protesa in aria, grande come quella di un uomo. Fece sibilare la lingua verso di noi.
- Che bestione - dissi.
- Che creatura meravigliosa - mi corresse lui con dolcezza. - Potrebbe sembrare un anaconda ma non lo .  una specie non ancora catalogata, ma cosa importa? Le ossessioni delle nostre tassonomie non esauriranno mai il mistero della creazione.
-  difficile da nutrire?
- No - disse Yugi. - Ovviamente, preferisce mangiare creature vive. Gli manca la scienza dei nostri chef.
Con un brivido vidi nella teca parecchie ossa che potevano essere di caprette o conigli.
Il signor Yugi si accorse del mio turbamento, mi guard fisso negli occhi e chiese: - Che lavoro fa lei, signore?
- Io sono... secondo la zoologia inglese, un head-chopper manager... mi occupo di ristrutturazioni aziendali, taglio di personale eccetera.
- Oh, - disse il signor Yugi congiungendo le mani - quindi anche lei si occupa... di evoluzione... Seleziona, diciamo cos, le creature che non riescono ad adattarsi alle mutazioni economiche e tecnologiche.
-  un lavoro come un altro - sospirai scrollando le spalle. - Ma lei, come riesce a... mandare avanti un negozio con merce cos strana?
- Oh, capisco la sua curiosit professionale - disse Yugi con un impercettibile inchino. - Ebbene s, la mia  una passione che non rende ricchi... Ci sono animali che vendo, e altri che tengo con me da tanto tempo. Questi nell'uccelliera sono tucani. Li rifilo a qualche signore danaroso che vuole un po' di esotismo in giardino. Ma soffrono la cattivit e cercano di scappare, o muoiono subito. L'uomo crede di poter controllare la vita di tutti, ma non  cos. Le piacciono i topi?
- Mica tanto - risposi con un riso nervoso.
- Guardi questi, - disse - vengono dalla Guyana, sono rarissimi. Possono crescere fino a tre chili, il loro pelo  come carta vetrata. Sono grandi nuotatori. Sono pacifici, ma talora, per ragioni misteriose, invadono un villaggio e uccidono gli abitanti. Non  mai stato scoperto cosa li faccia impazzire.
Li chiamano hamchak, le Piccole Ombre.
Mi diressi verso una gabbia dove un'ombra passeggiava avanti e indietro. Sperai che fosse qualcosa di rassicurante.
Invece era una giovane pantera.
- Questa l'ho comprata da uno zoo - disse. - Presto la liberer. Ma lei  un manager e penser che non sto facendo bene il mio lavoro. Le mostro le mie ricchezze senza cercare di venderle nulla. C' qualcosa che le piacerebbe avere in casa? Ha animali?
- Ho un cane e un gatto, - dissi - e gi  difficile farli convivere. No, non credo di potermi permettere un altro inquilino.
- Neanche se fosse... unico, speciale? - disse con voce suadente il signor Yugi. - Qualcosa che solo lei pu avere, almeno in questo paese e in questo emisfero?
- Non capisco di cosa parla - dissi.
Il signor Yugi sorrise e inizi lentamente a svolgere la coperta dentro la quale c'era la creatura misteriosa. Capii subito che non era un bambino. La prima cosa che spunt fu una lunga coda sottile. Poi due zampette che si agitarono in modo buffo e scomposto nell'aria. La coperta cadde per terra e l'animale fu ben visibile.
Come reagii all'apparizione? Con stupore, curiosit e anche un po' di disgusto. Non era bello, e non assomigliava a niente che avessi mai visto. Il corpo poteva essere quello di un piccolo cane, con zampe tozze, piedi palmati e artigliati.
Il pelo era corto e ruvido, di un colore indefinibile, un bianco screziato d'asfodelo, e sulla schiena aveva una cresta di aculei irti. Ma era il muso a essere inquietante e affascinante.
Gli occhi gialli ed enormi sembravano quelli di un lemure, e la pupilla era dilatata. Il muso era quasi senza naso, la bocca, larghissima e sottile, aveva labbra cornee. Un po' indietro rispetto alla fronte, vibravano due orecchie membranose, da piccolo drago. La coda si muoveva inquieta.
Diciamo che era un cane con faccia da pesce e coda da rettile. Ma soprattutto dava l'impressione di una creatura che si fosse fermata nella storia dell'evoluzione, un anello di congiunzione di milioni di anni prima, un anfibio che usciva dall'acqua e iniziava a camminare sulla terra, qualcosa che ancora cercava il suo posto nell'ordine del mondo ed era arrivato a noi incompleto, non sviluppato, eppure vitale e selvaggio.
- Comprendo il suo stupore - disse Yugi. - Il Wenge non assomiglia alle creature che incontriamo ogni giorno. Ha sconvolto i pochissimi zoologi che l'hanno studiato. Come forse lei ha pensato, esisteva in questa forma migliaia di anni fa. Ed  sopravvissuto fino ai giorni nostri senza scegliere la via dell'adattamento, restando primigenio. Ne hanno recentemente scoperti alcuni esemplari in un fiume dell'Amazzonia. L esiste una trib feroce e quasi inavvicinabile che lo considera un dio e lo teme. Il Wenge vive in acqua e in terra.
Non posso dirle in che modo ne sono venuto in possesso, posso solo precisare che lo cercavo da anni, perch ho la passione del raro e dell'indefinibile. Non c' zoo o privato che ne possieda un altro esemplare.
- ... solo?
- Rarissimo e solo. Questo  giovane, credo abbia un anno di vita. Non so bene quanto pu crescere, n se potr resistere nel nostro clima. So soltanto che  meraviglioso. E che non posso tenerlo.
- Perch? - chiesi, mentre la creatura mi fissava, e non avevo certo il coraggio di carezzarla o avvicinarmi.
- Le leggende di quella trib sono molto chiare, e io rispetto le leggende. Non farei questo lavoro, se non credessi all'incredibile. Gli indigeni dicono che il Wenge deve avere un solo padrone. Ma non un padrone qualsiasi. Il Wenge lo sceglie, e gli dedica tutto il suo amore. E se non lo trova, pu diventare pericoloso, non ama essere imprigionato.
- Pericoloso in che senso?
- Oh, non lo so, come vede  una piccola creatura, non pu fare grandi danni. Ma immagino che possa soffrire molto, e da quando  con me sta soffrendo, non mangia, non cammina, sta sul fondo della gabbia, o si fa portare in braccio. Questo fino a poche ore fa.
-  successo qualcosa?
- S. Stamattina ho notato che qualcosa era cambiato. Nel momento in cui lei si stava avvicinando al vicolo, il Wenge si  come risvegliato. Ha iniziato a fare uno strano verso, che lei imparer a riconoscere. Ha scosso la gabbia con le zampe, ha chiesto di uscire. Mi  saltato in braccio. E sa perch?
- Perch?
Yugi mi guard fisso negli occhi e scand le parole una per una.
- Perch voleva conoscere lei. Perch la aspettava.
- Questa poi - dissi io un po' irritato. Avevo gi sentito molte stranezze, ma quello era troppo. - Come poteva aspettare me, io non sapevo neanche che esistesse una creatura simile...
- Ma lui sapeva di lei. Da sempre, direi.
Mi sentii improvvisamente a disagio. Quei riferimenti oscuri mi avevano stancato, inoltre il caldo e il tanfo mi stavano facendo venire la nausea. Pensai che era ora di uscire da quel serraglio inquietante. Stavo perci per accomiatarmi, quando accadde qualcosa di inatteso.
La coda del Wenge, con uno scatto, si arrotol intorno alla mia mano. Gli occhi gialli mi fissarono con un'inequivocabile espressione di amore, uno sconfinato affetto e una disperata richiesta di aiuto. E il Wenge emise un vagito roco, che esprimeva grande sofferenza. Poi mi balz in braccio.
Sentii le sue unghie intorno al collo, il suo peso leggero e l'odore muschiato. Mi pos la testa sulla spalla. Vibr. Ero esterrefatto.
- La leggenda, come vede,  vera - disse Yugi. - Il piccolo Wenge ha scelto il suo padrone. Pu negarlo? Da quando ce l'ho, decine di persone lo hanno visto e hanno chiesto di portarlo via. Non ha mai reagito cos, spesso li ha presi a morsi e sputi. Vuole lei.
- Le ripeto, non posso prenderlo - dissi, mentre il Wenge continuava con la coda a tenermi ben stretta la mano.
- Signore, - disse Yugi con aria solenne e una punta di minaccia nella voce - lei non pu sottrarsi a una legge di natura. Non pu abbandonare una creatura giunta a noi attraverso i secoli, portando la sua diversit e l suo enigma. Se lei non lo accetta, morir. Non la sto ricattando,  la verit, e in fondo al cuore lei lo sa bene.
- Non posso - dissi ancora, turbato.
- Pu. Pu salvare una creatura che chiede solo di sopravvivere. Facciamo un patto: lo tenga una settimana. Se ci fosse qualcosa che non va, me lo riporter.
- Se  cos raro... non me lo posso permettere.
- No, no, la prego, non pensi che voglia fare un affare. Il Wenge  un regalo. Non voglio soldi da lei. Il Wenge era suo, da quando  nato.
- Una settimana di prova, dice? Ma le ho detto che ho un cane e un gatto.
- Il Wenge adora i cani e i gatti - disse con un sorriso esagerato. -  solitario, ma non asociale. Inoltre ha un grande senso dell'igiene, gli metta una cassetta di sabbia, proprio come fosse un gatto, e lo porti fuori al guinzaglio, come fa col suo cane. Certo, non lo esibisca troppo, magari esca la mattina presto o di notte... il Wenge non ama essere oggetto di troppa curiosit.
- E cosa mangia?
- Mangia molto, in questa fase della sua crescita. Niente crocchette o cibo della sua tavola. Solo carne e pesce crudi.
Lo porti vicino all'acqua o in un bosco.  capacissimo di nutrirsi da solo.
- E come?
- , diciamo cos... un eccellente predatore... ma non  pericoloso, se viene trattato con affetto... non morde, non attacca gli umani,  docilissimo. Certo, ha un carattere forte, ma le obbedir in tutto e per tutto. Ripeto, se lei lo amer.
- Ancora non lo so - dissi io.
Gli occhi del Wenge si chiusero e si riaprirono. Emise un altro gemito. Balz a terra, mi si accucci ai piedi.
- Be', lo ammetto, - dissi - possedere un animale cos unico solletica la mia vanit.  un maschio o una femmina?
- Il Wenge  ermafrodito. Ora  maschio, ma pu cambiare sesso due o tre volte nella vita. Come vede,  una somma di meraviglie. Allora, lo porta con s?
- Un'ultima domanda. Quanto crescer?
- Oh, fino a sedici metri - disse Yugi, e rise fragorosamente. - Ma non lo vede?  un esserino, potr tutt'al pi diventare come un cane di media taglia. Comunque io sono qui a disposizione, per qualsiasi problema.
- Va bene, - sospirai - spero di non pentirmi.
Il Wenge lanci uno strillo di contentezza. Fece una strana capriola e apr la bocca. I suoi denti erano impressionanti, su due file. Ma richiuse la bocca, e di nuovo con quell'espressione adorante, si strusci sulle mie gambe. Entr nella gabbietta da trasporto scodinzolando.
Tutto inizi quel giorno.
Il Wenge non fu ben accolto.
- Questo  We - lo presentai. Il gatto Gigol rizz il pelo, il cane Tom abbai. Invano cercai di farli andare d'accordo.
Alla fine il Wenge si rintan sotto il divano e l rimase.
Feci una ridicola ramanzina sull'ospitalit ai due vecchi occupanti. Sembravano inferociti, spaventati. Diedi loro da mangiare, ma non facevano che ringhiare, soffiare e rizzare il pelo. Improvvisamente il gatto mi graffi a sangue. Non l'aveva mai fatto. Provai a portare al Wenge il piatto con la carne cruda che avevo preparato. Ma l'ultimo arrivato non usciva da sotto il divano. Infilai il piatto sotto. Sentii trangugiare. Poi silenzio.
Decisi che era meglio tenere i tre separati per la notte.
Verso l'alba udii un verso strano. Una specie di ansito feroce, e rumore di unghie sul pavimento. Non ci feci caso.
La mattina il gatto era sparito. Non mi preoccupai. Usciva spesso dalla finestra, e andava in giro per i tetti. Era un gatto forastico e poco cordiale. Quando avevo affittato la casa, la locataria aveva imposto come condizione che lo tenessi con me.
In quanto al cane Tom, era in terrazzo e ringhiava a tutto, ai piccioni e ai passanti. Non lo avevo mai visto cos infuriato. Gli feci vedere il guinzaglio ma non volle uscire. Allora cercai il Wenge.
Stava ancora rintanato, lo chiamai, venne fuori strisciando sulle zampe tozze. I suoi occhi mi sembrarono tristissimi, rossi come se avesse pianto. Passando davanti al cane, mostr i denti, ricambiato. Sarebbe stata una convivenza difficile.
Misi il guinzaglio al Wenge, che lasci fare con docilit e mi guardava con quella sua espressione di fiducia e affetto, sbavando. Uscimmo sul pianerottolo. Davanti all'ascensore incontrammo il signor Savini.
Costui era l'inquilino pi odioso, cattivo, risentito, razzista del palazzo. Da anni ogni giorno sporgeva reclami contro tutti, a me ne aveva gi mandati tre per chiss quali fastidiosi rumori notturni, musica troppo alta, addirittura i suoni del mio computer. Viveva in fondo al corridoio, a cinquanta metri dalla mia porta, ma pretendeva di essere disturbato da ogni mio passo. Tutti gli inquilini del palazzo, per lui, erano nemici. Pi di una volta aveva aggredito verbalmente Annabella, la mia ex fidanzata, dandole della puttana per il suo abbigliamento.
Come sempre non salut, vide il Wenge e disse: - Non so cos' quella bestiaccia, ma non la faccia entrare in ascensore con me! Ho gi detto che proibirei ogni tipo di animale in questo condominio. Oltretutto stanotte ha ululato.
- Ululato mi sembra troppo.  quasi afono, forse ha mugolato un po'. Lo lasci ambientare, ce l'ho da poco.
-  anche brutto. Sembra un pesce. Ma gi,  di moda tra voi snob circondarvi di animali bizzarri. Credete di rendervi interessanti, vero? Be', io detesto tutti gli animali a due e quattro zampe... E adesso mi faccia prendere l'ascensore da solo.
Fece un passo. Il Wenge gli si mise davanti ai piedi e lo guard con aria di sfida. Gli occhi gialli brillarono e scopr i denti.
- Ha visto? - disse Savini quasi rantolando. - Mi vuole attaccare! Lo tenga fermo o gli tiro un calcio. Io soffro di cuore, se mi spaventa la denuncio.
Scomparve nell'ascensore e sentimmo i suoi improperi sprofondare nell'abisso.
- Disprezza tutti, ed  anche padrone di met del palazzo - dissi al Wenge, che srotol la coda, come ad approvare.
La passeggiata fu un mezzo dramma. Ogni cane che incontravamo rizzava il pelo e abbaiava. Dai pi piccoli ai pi grandi, tutti sembravano odiarlo o temerlo. Due signore fecero un balzo di paura, una disse "ma cos', un aborto?".
Solo una ragazzina incuriosita gli si avvicin e lo carezz. Il Wenge emise il suo gemito soddisfatto e le diede la zampa.
Siate gentili, avrei voluto dire,  solo un po' eccentrico.
Possibile che ne abbiate paura?
- Cazzo che mostro - disse un ragazzotto.
-  sicuro che pu girare per strada? - chiese un uomo anziano.
- Ma  nato cos o  andato sotto una macchina? - comment un altro.
Arrivammo ai giardini pubblici. Mi assicurai che non ci fosse nessuno nei paraggi e lo lasciai libero. Con mio grande stupore, part di corsa e si tuff nel laghetto.
Scomparve. Rest sotto forse due, tre minuti. Ero veramente sconcertato. Poi riemerse e aveva catturato un'enorme carpa che si dibatteva. Con un morso le stacc la testa, con altri due la divor. Non avevo mai visto una voracit simile. Si rituff e stavolta usc dall'acqua con in bocca una tartaruga. Spacc il carapace con una sola azzannata, e mi pose davanti il corpicino grigio e nudo, come un dono.
- We, - dissi - non si fanno queste cose.
Mi guard contrito. Poi sbran la tartaruga e si mise al mio fianco. Guardai se qualcuno aveva assistito alla scena.
Nessuno, per fortuna.
Tre giorni dopo, la situazione non era migliorata. Il gatto non era ritornato. Tom e We continuavano a ringhiare e a evitarsi. Di notte il Wenge mugolava e il signor Savini venne a battere alla porta, dovetti calmarlo. We mangiava come un tirannosauro, un chilo di carne alla volta, e soprattutto pesci e polpi, di cui era ghiottissimo, ingoiava i tentacoli come spaghetti. Mi sembrava gi un po' cresciuto, ma forse era un'impressione.
Quella sera dovevo vedere la mia ex fidanzata e convivente. Annabella mi aveva lasciato il mese prima, di colpo, senza una spiegazione. La amavo ancora, ma lei non voleva pi saperne di me. Era una cena per decidere quali mobili avrebbe portato via. Un triste appuntamento, pensai.
Cos fu. Lei si mostr subito freddissima, faceva solo le carezze a Tom, che era il suo cane..
- Per ora - disse - tienilo ancora tu, la mia casa nuova non  ancora pronta. Verr a riprenderlo in settimana.
- Come vuoi, - dissi - visto che decidi tutto tu ormai.
Comunque anche io ho un animale - Tu? E cosa?
- Un... va be', diciamo un protoane anfibio esotico. Vuoi conoscerlo? Bada che non  bellissimo, ma  particolare.
- Fammelo vedere.
Non ci fu bisogno di chiamarlo n di stanarlo. Il Wenge, senza che ce ne fossimo accorti, era alle nostre spalle. Ci venne vicino, mi mise una zampa sulle ginocchia. Poi guard Annabella.
- Ma  orribile, - disse lei - cosa ti salta in mente! Non  un cane, sembra... sembra...
- Uno scarto dell'evoluzione, - dissi io - ma mi far compagnia, adesso che sono... solo. Trattalo bene.
- Non farlo avvicinare...
Il Wenge si ferm davanti a noi, con gli occhi attenti, come se volesse capire la situazione... Ci guard mangiare e continuava a fissarci. Avrei detto che l'espressione nei suoi occhi fosse d gelosia, assoluta gelosia nei miei confronti.
Quando presi Annabella a braccetto e la portai sul divano, salt su anche lui. Annabella url.
Lui si rintan umiliato.
Provai a abbracciare Annabella, mi respinse, ma rideva.
Mi disse che non mi aveva mai sentito cos focoso e lo ero, non l'avevo mai desiderata tanto. Se ne and senza neanche salutarmi, mentre ero in bagno. Mi misi a letto senza riuscire a dormire. Mi svegliai alle sei. Il Wenge era in terrazzo e guardava fuori. Chiamai Tom.
Non c'era pi. Forse Annabella l'aveva portato con s, per non lasciarlo col Wenge? Ma perch non mi aveva avvisato?
Andai a lavorare in preda a un oscuro turbamento.
Tornai tardi, alle dieci. Tom non c'era. Il Wenge non mangi, sembrava sazio. Stavo per mettermi a letto quando sentii un rumore. Andai nell'ingresso e... il Wenge aveva la zampa sulla maniglia della porta, l'aveva gi aperta per met. Lo sgridai. Quanta intelligenza c'era in quella strana creatura?
Due giorni dopo la situazione precipit. Anche il cane Tom era sparito, Annabella non ne sapeva niente. Scoprii strane macchie scure sul tappeto. Ero nervoso e agitato. Il Wenge appariva e spariva, e ogni volta avevo l'impressione che controllasse ogni mio gesto e pensiero, come se fosse diventato il padrone della casa. Ma forse era solo stanchezza, non mi occupavo da mesi che di licenziamenti, proteste, situazioni di crisi. Stavo diventando spietato, tutto mi infastidiva, i colleghi mi evitavano. Il grande lamento dell'Umanit Delusa mi faceva venire la nausea. Il peggio tocca a tutti, pensavo. Anche quel giorno, dopo essermi occupato di un taglio di posti in una piccola azienda di giocattoli, tornai a casa stanchissimo e di malumore. Crollai sul divano, una strana sonnolenza mi fece dormire fino alle otto. Feci un brutto sogno, pieno di grida, vidi una foresta misteriosa dove suonavano tamburi e c'era aria di battaglia. Gli occhi del Wenge, enormi, mi apparivano tra i rami. La sua coda mi indic minacciosa, mi destai di colpo. Udii la sirena di un'ambulanza. Poi voci e passi sulle scale. Uscii sul pianerottolo e vidi su una barella il signor Savin morto, pallidissimo, con gli occhi sbarrati e la bocca deformata da un'orribile smorfia.
La portinaia mi venne vicino. Anche se faceva finta di piangere capivo che non gliene importava nulla.
- Ho sentito un urlo terribile, sono salita. Lei non l'ha sentito? Era l, steso davanti all'ascensore. Aveva gli occhi sbarrati, come se qualcosa lo avesse terrorizzato. Niente sangue, solo una piccola ferita al mento, forse se l' fatta cadendo.
Stetti in silenzio. Notai la ferita, come il segno di un colpo, o una frustata. Cercai chiss quale indizio tutto intorno.
I poliziotti mi interrogarono brevemente, ma la causa della morte era chiara: un infarto, ne aveva avuti gi due.
Non avevo udito niente? Avevo la radio accesa, risposi mentendo, senza sapere perch. Mi dissero di restare a disposizione. La porta del mio appartamento era aperta, ma il Wenge non si fece vedere. Meglio cos.
Quando si furono allontanati, We sbuc dal nulla e scodinzolava, come se fosse contento. Anzi, nei suoi occhi c'era un'espressione di gioia feroce.
Non dormii. Qualcosa di orribile era entrato nella mia vita, e dovevo sapere. La mattina dopo decisi di tornare alla bottega di Alp.
Diluviava. Girai tutto il quartiere, mi persi, percorsi vicoli mai visti prima, mi impantanai nelle pozzanghere, il fiume gonfio scrosciava invisibile e fragoroso. Finalmente trovai la piazza. La pianta sembrava cresciuta a dismisura, i fiori brillavano come fiamme. Spostai i grandi rami, la vetrina era appena visibile, c'era una serranda abbassata e la scritta CHIUSO FINO A LUNED.
Una settimana era passata, da quando avevo preso con me il Wenge, e non potevo restituirlo, n chiedere chiarimenti. Il signor Yugi mi aveva mentito. Lasciai ben visibile sulla vetrina un biglietto da visita con scritto Mi chiami subito.
Camminavo sotto la pioggia e una tempesta di pensieri cercava un ordine, senza trovarlo, l'angoscia si stava impadronendo di me. Quando tornai a casa trovai il Wenge, mi sembr ingrassato e cresciuto. La sua vista mi divenne insopportabile. Lo trattai male, lo lasciai senza mangiare, ma lui continuava a guardarmi con i grandi occhi spalancati e un'espressione quasi di compassione. Una volta inciampai nel suo corpo, gli tirai un calcio. Emise un mugolio, non reag.
Poi mi accorsi che mi fissava, da dietro al divano. Il suo sguardo era astuto, e la coda si muoveva come quella di un serpente.
- Cosa sei? - dissi.
Mugol come sempre, fece un balzo inatteso e spar.
Stavo pensando di liberarmene, di caricarlo in macchina e abbandonarlo in un luogo lontano. Ma un fatto nuovo cancell quel progetto. Annabella torn improvvisamente. Suon alla porta verso le nove di sera, bagnata di pioggia, bellissima. Disse che doveva vedere i suoi mobili e capire come portarli via. Ma sembr una scusa. Mi guardava come prima della nostra rottura, con seducente ironia. Si ferm a cena.
Le raccontai gli strani eventi. appena accaduti. Della sparizione del gatto e del cane. Della misteriosa morte del signor Savini, della sua espressione di terrore. E dei soffi feroci che udivo ogni tanto.
Lei non sembr impaurita.
- Perch non dici quello che pensi? - disse lei. - Tutto  cominciato da quando quella bestia  entrata nella tua casa.
- Proprio cos - ammisi.
- Pensi che abbia ucciso lui il signor Savini? Andiamo, cosa ti succede? Di fatto, sembra che tutto vada bene per te.
Odiavi quel gatto, il cane e anche quel vecchiaccio. Mi nascondi qualcosa? Dai, hai abbandonato il mio Tom da qualche parte, vero?
- No, ti giuro.
- Io invece penso - disse lei, e mi si strinse vicino - che da quando quella bestia  entrata qui tu sei cambiato. Eri pigro, distratto. Ora sei frenetico, deciso, attivo, come quando ti ho conosciuto. C' qualcosa in te... di sensuale, di feroce, che non hai mai avuto... non mi hai mai guardato cos.
Tutto esplose all'improvviso. Resistette un attimo, la baciai mordendole le labbra. La portai in braccio in camera e facemmo l'amore selvaggiamente. Ero davvero senza freni, gridavo, la presi in tutti i modi dolci e brutali, lei era stupita e sopraffatta, avvertiva dentro me una passione straziante. Dopo quel divampare, mentre la guardavo dormire, pensai che era di nuovo mia. E che avrei ucciso chiunque avesse voluto portarmela via.

Il giorno dopo il Wenge era sparito. Era nascosto da qualche parte. In un angolo vidi una camicetta di Annabella strappata con i denti. Lo cercai dappertutto, trovai solo un mucchio di feci giallastre. Poi apparve, con gli occhi stravolti da rapace notturno, il pelo ritto. Ansimava. Sembrava dirmi: stai lontano da quella donna. Era geloso, lo sentivo. E provavo un piacere sadico nel vederlo soffrire.
Annabella torn la sera dopo. Era molto seria, tremava.
- Ho ripensato a quello che  successo ieri - sussurr. - E vero, ti ho provocato, ma sei stato violento, mi fai paura. Non credo di volere ricominciare. Forse c' ancora attrazione tra di noi, ma non possiamo tornare insieme.
La guardai. Vidi che era spaventata da me.
- Un'ultima volta, Annabella. Stanotte. Poi ti lascer libera, lo giuro.
Di nuovo le balzai addosso, e lei per desiderio o paura mi lasci fare. Non ricordo nulla, se non le mie grida animalesche, e la fame di lei che mi divorava. L'idea di perderla mi faceva impazzire. Finch dopo il mio ennesimo assalto lei disse "basta, ti prego" con una voce accorata che mi ferm.
Mi feci forza, dovevo allontanarmi da quel letto. Incontrai lo sguardo del Wenge nella penombra. Andai a dormire sul divano, di nuovo caddi in un sonno pesante e pieno di incubi. Sentii dei rumori, ma ero come paralizzato, non riuscivo a uscire da quella trance. Poi un lamento mi svegli. Vidi una striscia di sangue sul pavimento. Entrai nella camera dove dormiva Annabella.
Era stata aggredita, morsa, graffiata, il volto era tumefatto. La toccai, emise un lamento, per fortuna era ancora viva.
E ora di chiudere i conti, pensai. Chiamai l'ambulanza e la polizia, andai in cucina e presi un coltello a mannaia, il pi grosso che avevo.
Poi lo cercai. Era nascosto nel bagno. Mi aspettava dietro il vetro smerigliato. La sua ombra mi sembr enorme.
Entrai. Era addossato al muro, con i grandi occhi rossi e lacrimosi.
Rugg per la prima volta, un suono nuovo, scopr i denti. Di nuovo con la coda sembr indicarmi.
- Ora so cosa sei - dissi.
Avevo capito tutto. C'era un mostro in quella casa. Con un colpo di mannaia gli staccai la testa.

Infilai il corpo in un sacco dell'immondizia, mi sembr improvvisamente piccolo e leggero. Suonarono alla porta. Ma non era la polizia. Era il signor Yugi.
Guard il sacco, non ebbe dubbi su cosa conteneva. Gli occhi gli si riempirono di lacrime.
- Ero in ansia per voi, - disse - ma  andata anche peggio di come temevo. Ho trovato il suo biglietto, ho letto sul giornale della morte di quel signore. E cosa  successo ancora?
- Il Wenge... - dissi io a voce bassa - ha quasi ucciso la mia ex fidanzata.
- No - disse il signor Yugi, sedendosi con calma. - Ha pochi minuti di tempo prima che arrivino l'ambulanza e la polizia. Mi racconti la verit.
Crollai sul divano, mi accorsi che avevo le mani e le braccia sporche di sangue. Tutto mi fu spaventosamente chiaro. Parlai quasi senza riconoscere la mia voce.
- Ora ricordo tutto - dissi. - Ogni volta che incontravo lo sguardo del Wenge, avvertivo il suo potere. Non so se  ipnosi o quale altro sortilegio, ma sentivo la malvagit e la fame di vendetta crescere dentro me.  stato lui.
- No signore, - disse Yugi con calma -  stato lei.
- S, - risposi - avevo sempre odiato quel gatto. Quando mi graffi non lo perdonai. Lo strangolai e lo buttai nella spazzatura. Maledetto parassita, lui e la mia padrona di casa. E anche il cane Tom. Era la prova vivente dell'abbandono di Annabella. Mi vendicai. Lo portai al laghetto dei giardini, lo stordii con una bastonata, lo buttai in acqua. E quando quell'odioso vecchiaccio mi ferm davanti all'ascensore, e apr la bocca per la solita lamentosa scenata, sentii la furia divampare. Gli dissi che lo avrei ammazzato l, su quel pianerottolo. Port la mano al petto, ebbe un attacco. Non solo non lo soccorsi, ma lo colpii con un pugno. E lo guardai morire. Ma Annabella no... non sono stato io.
- E stato lei, lo sa bene. Quando la polizia esaminer quei graffi capir che non sono gli artigli di un animale, ma le sue unghie. E il sangue che ha sulle mani non  solo del Wenge,  di quella donna. Quando le ha detto che stava nuovamente per lasciarla, lei l'ha odiata. Tutto il suo furore si  scatenato. Anche il Wenge si  spaventato, era troppo persino per lui, ho sentito che mi chiamava.
- Come fa a sapere queste cose? E perch me lo ha dato, perch? - gridai furibondo.
- Il Wenge ha questo potere. Tira fuori ci che di istinto selvaggio e di ferocia primordiale c' dentro di noi. Ci che l'evoluzione ha nascosto, ma non cancellato. Il Wenge sceglie un padrone e lascia che tutto il suo male esca. Le trib di quel paese lontano lo sanno e non fingono, in nome suo sono le pi sanguinarie e le pi spietate. Trib cannibali, da sempre.
 - Chi siete? E perch proprio a me...
- Il nostro compito  smascherare la crudelt della razza umana. Non cambierete, ma dovrete guardare dentro il vostro cuore spietato. Appena l'ha vista, il Wenge ha capito cosa si nascondeva dietro alla sua cosiddetta normalit. E anche io ho capito.
- Lei  un giudice miserabile, - gridai - lei sapeva che avrei ucciso! Lei  un assassino quanto me.
- Speravo che lei si fermasse - mormor. - Ma  vero, anche io sono colpevole. Lei non doveva uccidere il Wenge, e io dovevo salvarlo. Mi sarebbe servito ancora.
- Ora racconter tutto? - dissi con voce rotta, senza riuscire nemmeno a piangere.
- No, - disse Yugi con un sospiro - lei racconter. E ora vado. La polizia non mi trover. Io posso ancora scappare.
- Non uscir da quella porta, - gridai - anche lei deve pagare. - E alzai il coltello.
Yugi mi guard, i suoi occhi divennero gialli e brillanti, mi paralizz. Lentamente si diresse verso la porta.
- Scappi pure, - gli gridai - ma non potr pi ideare i suoi diabolici piani. Per lei e i suoi mostri  finita!
- No, - disse con un ghigno - ho altri dodici Wenge. Non  finita.
Lo sentii scendere le scale con calma, col sacco in spalla. Poi entr il mondo, la barella, e la polizia. E iniziai a raccontare, con un filo di voce.
Voi mi credete? Loro mi crederanno?


2.

Numeri

Il pi grande desiderio del potere moderno  di essere invisibile.
ZYGMUNT BAUMAN

Il signor Zefiro si svegli una mattina di domenica, e not un insolito silenzio. Neanche un'auto che passava, n voci di bambini in cortile o comizi di gabbiani sui tetti, e nemmeno il televisore a tutto volume della vecchia dirimpettaia.
- Bene, - si disse -  festa per tutti.
Pens di fare una passeggiata con annesso vettovagliamento, poich quella sera aveva invitato a cena la fidanzata Ottavia. Accese la televisione per le notizie e soprattutto per il meteo, odiava essere sorpreso dalla pioggia senza ombrello.
Ma lo schermo esib una crepitante nebbia grigia. Inutilmente il signor Zefiro azion tre multiformi telecomandi.
Non funzionavano non solo i canali digitali, ma anche la tanto amata Pay tv.
- Probabilmente si  danneggiata l'antenna, - sospir - e oggi  impossibile trovare un tecnico...
And a suonare alla dirimpettaia, per sapere se anche lei avesse il televisore guasto, ma non rispose. Strano. Era una vecchia che non usciva mai.
Allora, pregiudizialmente munito di ombrello, usc in strada e si diresse verso il bancomat, perch aveva pochi spiccioli in tasca ed era sua intenzione comprare delikatessen per la cenetta. La citt era deserta e sembrava il set abbandonato d un film. Eppure erano le otto e mezzo. Vide solo qualche lontano passante e lo spettro di un tram vuoto.
And al solito sportello bancomat e digit il suo pin, ma sullo schermo apparve la scritta Carta non autorizzata - Porca miseria, - disse tra s - ieri funzionava!
Riprov due o tre volte invano. Poi rinunci, ricordando che spesso i bancomat divorano le carte di cui dubitano. La banca era chiusa, impossibile chiedere aiuto. Attravers la strada, prov a un altro sportello. Nuova scritta, stessa delusione.
Prelievo non consentito Vai a capire, pens, forse si  smagnetizzata la carta, o i circuiti sono guasti, o le macchie solari...
Pens di consolarsi bevendo un caff, ma il suo bar preferito era chiuso, con la serranda abbassata. Strano, era sempre aperto la domenica. Ed era chiuso anche il minimarket del minipakistano che magari avrebbe potuto fargli credito.
Ebbe un attimo di sconforto, contando le monete in tasca. E non poteva rischiare l'umiliazione del bancomat difettoso alla cassa del supermarket, magari con dieci in fila dietro di lui.
Ma gi, pens illuminandosi, posso fare la spesa col computer!
Era stata Ottavia a fargli conoscere quella moderna opportunit. Ti registravi, sceglievi, mandavi una mail con l'ordinazione e ti portavano la spesa a casa. Anche di domenica, anche fino a mezzanotte, anche le seppie, comodissimo. E pagavi una volta al mese.
Apr il computer, digit il suo account, si colleg con il sito Comprasicuro 106. Ma apparve la scritta: Account di cliente non riconosciuto  impossibile, pens, adesso telefono a Ottavia, magari lei sa come risolvere il problema.
Ma Ottavia non rispondeva. Anzi, una voce soave e spietata disse: - Spiacenti, il numero da lei chiamato  inesistente.
Ma che razza di giornata, pens, anche i telefoni hanno problemi. Macchie solari, tempeste magnetiche, hacker coreani? Adesso provo a mandarle una mail.
Nuova brutta sorpresa. Quando cerc di collegarsi al server apparve la scritta: User o password non validi Prov altre cinque, sei volte, e intanto cominciava a incazzarsi. Altro che nuove tecnologie, era in atto un preistorico caos. Ma non si arrese, e chiam al telefono il Servizio clienti della Mail.
Una voce soave e spietata disse: - Prema uno per le nostre offerte, due per un nuovo contratto, tre per darci dei soldi e basta, quattro negli altri casi.
Premette quattro. Ascolt due volte Over the Rainbow di Kamakawiwo'ole e due Nikita di Elton John. Poi finalmente una voce dolce e spietata disse: - Operatore 106, come posso aiutarla?
- Signorina, io ho un account con voi, ma oggi non funziona.
- Mi dica l'account...
- Zefiro
eccetera.it Silenzio di tomba per tre minuti.
- Spiacenti, - disse all'improvviso la voce dolce e spietata - ma non ci risulta nessun account con questo nome.
- Controlli bene, cazzo! - url Zefiro. - Ce l'ho da anni, non pu essere sparito, cosa succede?
- Spiacente, ma non sono abilitata per questo tipo di informazioni. Mandi un fax.
- Dove?
- Vada sulla mail alla voce Reclami.
- Ma la mia mail non va, cazzo! - url, e aggiunse altre considerazioni contro i Credi monoteistici. Fum nervosamente e poi decise che avrebbe richiamato l'operatore 106 e fatto un gran casino.
Ma non ci riusc. Perch intanto il telefono si era scollegato.
Nessun segnale di campo, morto.
Lo spense, lo riaccese, lo tortur a lungo, ma non diede segno di vita.
Era cos arrabbiato che gli era venuta la nausea, e gli girava la testa. Calmati, si disse, e ricord di avere una scheda telefonica di riserva, con dentro cinque minuti di conversazione. La sostitu con mano tremante. Chiam il suo gestore telefonico.
Ascolt due delle Quattro stagioni di Vivaldi.
Poi una voce rispose: - Prema uno se vuole informazioni sulle bollette due per telefonia fissa tre se vuole conoscere le nostre offerte quattro se vuole un nuovo numero cinque se le interessa un'auto usata sei se vuole segnalare un guasto sette se vuole sentire una voce che le dice che il servizio del tasto sei  sospeso la domenica otto se vuole sentire la Nona di Beethoven nove se vuole parlare con un operatore.
Premette nove. Ascolt le due rimanenti Stagioni. Una voce dolce e suadente disse: Operatore 106, in che modo posso aiutarla?
Il mio numero non va pi, la sto chiamando da un altro, faccia in fretta perch la scheda si sta esaurendo.
- Mi dispiace, ma se vuole sapere perch il suo numero non funziona deve chiamare da quel numero non da un altro.
- Mi prende per il culo?
- Non sono abilitata a darle questo genere di informazione.
Subito sullo schermo del telefonino apparve la scritta: CREDITO ESAURITO E il telefonino si spense del tutto. Il signor Zefiro si stese sul divano e nuovamente fum, con mani tremanti. Mondo falso! Solo voci, mai un volto, mai una faccia, una persona vera su cui sfogare l'ira. Solo scritte, musiche, attese, voci dolci e spietate. E i manager a giocare a golf chiss dove.
- Si nascondono, i bastardi - disse, e si accorse di aver finito le sigarette.
Usc nervosissimo e si diresse alla macchina distributrice automatica.
INSERISCA LA CARTA D'IDENTIT PER DIMOSTRARE DI AVERE PI DI DICIOTTO ANNI.
CARTA INSERITA. ATTENDERE PREGO.
CARTA NON VALIDA. L'EROGAZIONE DEL PRODOTTO NON  POSSIBILE - Ho quarantasei anni e fumo da trenta! - grid prendendo a cazzotti la macchina.
PER RECLAMI MANDATE UN FAX ALLA DITTA PRODUTTRICE, HUANG SHUNG DI SHANGHAI.
IL FUMO UCCIDE Al signor Zefiro venne da piangere, gli manc il fiato, si sedette sul marciapiede come un barbone. Nemmeno un'anima viva a cui chiedere l'elemosina di una sigaretta. Solo in cielo, un enorme stormo d uccelli che cambiava forma e direzione, mosso da un misterioso accordo.
Beati loro, pens.
Torn a casa. Digit sulla pulsantiera il codice per aprire il cancello. Non si apr. Tir calci sulla grata. Suon dal portinaio. Non rispose. Suon da Armaroli, Biondi, Cicero.
Nessuno era in casa.
A quel punto corse all'auto. L'unica che pu salvarmi, pens,  Ottavia.
Ma l'auto non riconobbe il segnale della chiave elettronica e non si apr.
Prese a calci la portiera che ulul l'allarme, e vomit il nulla che aveva mangiato.
And a piedi da Ottavia. Camminando nel lungo viale, not tre cose.
Uno, incontr solo tre persone, che lo incrociarono come se non lo vedessero.
Due, era mezzogiorno ma era quasi buio.
Tre, lo stormo vol sopra la sua testa, si allung, si divise in due e si ricompatt danzando, quindi form un perfetto ovale e mentre Zefiro guardava incantato accadde qualcosa di inatteso: tra le migliaia in volo un uccello, uno solo, venne urtato, e cadde a capofitto. Atterr con un piccolo tonfo proprio a un metro da lui. Rest l inerte, col beccuccio spalancato. Lo strano incidente aument il turbamento del signor Zefiro, e l'affanno del cuore.
Arriv alla villetta di Ottavia. Suon ma lei non apr. Url con quanto fiato aveva in gola. Nessuno rispose n dalla finestra della fidanzata n dalle case dei vicini. Tir un sasso, ruppe un vetro. Nessuno protest.
La rabbia fu tale che sent scoppiare la testa, davanti ai suoi occhi tutto divent nero e svenne.
Quando si riprese, gli batteva forte il cuore e sentiva una penosa oppressione al petto. Un infarto, pens, doveva correre al pronto soccorso, ma non vedeva un taxi, non aveva il telefonino per chiamarlo n i soldi per pagarlo. Per fortuna, proprio sotto casa di Ottavia c'era un posto di polizia.
Era chiuso. Suon al citofono. Si aspettava una voce rude e sudista, invece la solita voce dolce e spietata disse: - Di cosa ha bisogno?
- Non sto bene... vorrei chiamare un'ambulanza.
- Non  nostro compito...
- La prego, non ho telefono n soldi in tasca e sto male, molto male...
- Lei  un extracomunitario? - chiese la voce.
- Sono cittadino di questo paese da quarantasei anni, cazzo! - grid.
- Mantenga la calma. Mi fornisca i dati del suo documento di identit.
Il signor Zefiro li comunic, con voce affannata. Pass un minuto, fortunatamente senza Vivaldi, solo un rumore di risate tra colleghi. Il peso sul cuore aumentava, faceva fatica a respirare. Torn la voce dolce e spietata.
- Mi dispiace signore, ma il suo documento non  valido.
- Non  possibile... l'ho usato ieri... oggi  un giorno maledetto, ma la prego, ricontrolli...
- Spiacenti, non siamo abilitati a aiutarla, signore - rispose la voce.
Il signor Zefiro si trascin a piedi al pronto soccorso, ansimando. Lo stormo di uccelli si era fermato su un albero e strillavano tutti insieme, con frastuono beffardo.
Il pronto soccorso era ovviamente chiuso. C'era il solito citofono, con una telecamera indagatrice. Premette il pulsante.
- Inserisca la tessera sanitaria nella fessura alla sua destra e attenda - disse la solita voce.
Con le ultime forze il signor Zefiro esegu l'operazione.
Ebbe appena il tempo di sentire l'ennesimo esemplare di operatore 106 dire: - Mi dispiace signore, ma la tua tessera non  valida.
E stramazz, Si svegli in una camera bianca, con una luce funerea e le finestre chiuse. Era a letto, con una flebo nel braccio. Vide un comodino con un telefono e i suoi vestiti su una sedia.
Non c'era neanche il bagno, Trascinando la flebo, and alla porta, ma era chiusa. Chiam al citofono. Rispose la ben nota voce.
- Infermiera 106, cosa c' che non va?
- Sono qui alla camera... non so qual  il numero... la porta  chiusa e non c' il bagno e...
- Certo, lo sappiamo bene - rispose la voce dolce.
- E io come faccio? Quando viene un dottore a visitarmi?
Quando mi portate da mangiare? E cosa c' nella flebo?
- Non sono abilitata a fornire queste informazioni - rispose la voce.
- Ma abbia piet, - grid il signor Zefiro - io sono qui per guarire e mi trattate cos?
Segu un lungo silenzio, poi una musica che sembrava venire da molto lontano.
- Mi dispiace signore, - disse l'infermiera, o dottoressa, o secondino - lei non  qui per guarire.
- E per cosa allora? Sono malato o no?
- La sua malattia non prevede una cura. Lei  stato scollegato. Tutti i suoi numeri, password, pin, account, iban, schede, codici, documenti eccetera non sono pi validi. Lei non esiste pi.
- E allora?
- E allora stia calmo e lasci che la flebo la sedi e la scolleghi definitivamente...
Il signor Zefiro si sent all'improvviso debolissimo e dovette sdraiarsi.
- Signorina... mi dica almeno... perch.
- Non sono abilitata a fornire questo tipo di informazioni, signore - rispose la voce.
Il signor Zefiro stavolta non prov neanche a riusare il telefono. Prese il lenzuolo e si copr la testa.
La flebo scendeva goccia a goccia. L'ultima immagine che gli apparve nella mente fu quella dell'uccellino sull'asfalto.



3.

Sonia e Sara
Ama tamquam osurus.
CICERONE

Visione dall'alto. Sono le otto di mattina e la piazza pi grande della citt  trasformata in bivacco e accampamento.
Non si tratta di guerra, n di terremoto. C' una folla di migliaia di creature stanche ma allegre. Ci sono decine di tende da campeggio montate nelle aiuole, qualcuna anche sul cemento. Sacchi a pelo, gente seduta per terra, cartelli e striscioni. E non si tratta nemmeno di politica.
Una moltitudine di gnomi esce sbadigliando dalle tende, si raduna in gruppi, prende d'assalto i bar, ma soprattutto si incolonna in una larga fila, un fiume di testoline che attraversa la piazza in diagonale, sorvegliato da poliziotti assonnati e ambulanze premurose.
Se dall'alto il nostro sguardo plana e scende, ci accorgiamo che gli gnomi sono perlopi gnome, ragazzine dai dodici ai quindici anni, quasi tutte con una bandana sulla testa e magliette colorate con impresso il medesimo disegno, quattro giovani efebi ridenti; le stesse facce raffigurate su cartelli e striscioni. C' anche qualche maschietto, e qualche raro adulto, ma il novanta per cento sono lunghi capelli e braccia magre e pantaloncini corti che fasciano culetti e culotti, occhieggiati neutralmente o con un pizzico di pedofilia da poliziotti e passanti. Fa caldo.
Da una mini-tenda gialla dove avevano passato la notte uscirono Sonia e Sara. Sonia bionda piatta e esile, nasetto all'ins, qualche lentiggine. Sara castana e occhicerulea, sopracciglia folte e scure, un po' pi in carne. Sonia con bandana bianca e maglietta rosa con le quattro solite facce. Sara con bandana gialla e maglietta rossa con le stesse facce.
Un fotografo pass davanti a loro. Urlarono e mostrarono un cartello disegnato a mano.
SO. S., Sonia e Sara stanno morendo d'amore per voi.
Vennero fotografate, con strilli di gioia. I destinatari del cartello erano gli abitanti del mondo intero ma soprattutto i Plastic Boys, fichissima boy-band inglese, quanto mai amata dalle gnome di quell'et.
Il bivacco la fila, il ninfeo raduno il bandanato gregge, il delicato sabba era in corso perch un Megastore di Musica in fondo alla piazza distribuiva un cd comprando il quale, con annesso sovrapprezzo, si poteva avere un biglietto per il concerto dei Plastic Boys. Allo stadio, quella notte. Unica data in Italia.
E poich, because, i biglietti erano esauriti, sold out, da mesi, quella era l'ultima occasione, last chance, e migliaia di gnome si erano radunate nella piazza, per l'agognato lasciapassare verso la porta del paradiso.
Erano stanche, molte avevano intrapreso un lungo viaggio, da sole, a gruppi, qualcuna con genitori. Ma una radiosa speranza accendeva i loro volti, trasfigurava l'acne, snelliva i polpacciotti e le rendeva tutte adorabili e dementi.
- Accidenti, - disse Sonia guardando la marea di corpi - qualcuno ci  passato davanti stanotte...
- Non credo, - disse Sara - pi o meno siamo ancora a met della fila. Ce la faremo.
- Dovevamo venire prima - sospir Sonia.
- Cosa potevamo fare di pi? Abbiamo anche dormito qui.
- S, ma siamo arrivate a mezzanotte. Dovevamo arrivare ieri pomeriggio. Uffa.
Vicino ai loro piedi, qualcosa che sembrava un mucchietto di stracci si anim. Una piccola gnoma rossa con la faccia da fatina irlandese usc come un bruco da un sacco a pelo, le guard e disse: - Che ore sono?
- Le otto.
- Ho fame, - disse la rossetta, stirandosi e sbadigliando - sapete dove c' un bar?
- Ce ne sono parecchi da quella parte l, - disse Sonia indicando con la manina dalle unghie fucsia - ma non ci fidiamo a mollare il posto. Sai, sono capaci di smontarti la tenda e passarti davanti. Ieri notte due gruppi di ragazze hanno fatto a graffi e pugni, si tiravano i capelli, un casino.
- Per i Plastic Boys anche io sono pronta a uccidere - disse la rossetta con voce cavernosa.
- Noi pure - disse Sara. - Da dove vieni?
- Dalla Sicilia e mi chiamo Carmen, - disse la rossetta - e voi?
- Noi abitiamo in citt. Ma cazzo, chi poteva immaginare che ci sarebbe stata tutta questa fila?
Un elicottero ronz sopra la loro testa.
- Ci sono dentro loro, i Plastic - grid una voce eccitata, e per un attimo tutti gli occhi si alzarono al cielo, le mani si protesero e si alzarono grida.
- Ma no, - disse Sara - non vedete che  un elicottero della polizia?
- E poi a quest'ora Mark dorme, - sospir la rossetta con aria sognante - lo dice la pagina web ufficiale. Mark  il pi pigro del gruppo, arriva sempre in ritardo. Ma  anche il pi bello, poi secondo direi Nathan, e terzo...
- No, dai, Mark  bello e Nathan  il pi infisicato, ma vuoi mettere con gli occhi azzurri di William? - disse Sara.
- Il mio preferito  Lorenzo, - intervenne Sonia - adesso si  fatto crescere la barba.  un vero uomo, ha diciassette anni,  il pi macho.
- Ma  gay - disse una spilungona occhialuta piombando nella conversazione. Alle sue spalle sbuc una Mamma al Seguito, una quarantenne spiritata con jeans bucati sulle ginocchia.
- Miriam, smetti di dire parolacce - disse con voce stanca.
- Mamma ho detto gay, mica frocio.
- Senti, Miss Quattrocchi, - disse Sonia - chi ti ha interrogato? Sono gli invidiosi che dicono che Lorenzo  gay.
 fidanzato con una giovane attrice brasiliana.
- Argentina - la corresse Miriam l'occhialuta. - Ma sai, pu sempre essere una copertura. Te lo concedo, Lorenzo  un sanazzo, maschio latino, ma vuoi mettere Mark, con quei capelli biondi sempre spettinati? Dio, come glieli spettinerei io.
- Miriam ti prego - disse la mamma.
- Mark  mio - disse la rossetta. - Anche se lui  il pi bello, quello che mi fa pi sesso  Nathan.
- Ma dai, - disse Sonia - Lorenzo ce l'ha il doppio di Mark.
- Ragazze vi prego - disse la mamma di Miriam.
- Il doppio? E come lo sai?
- C' un sito su internet dove ci sono le notizie sexy su tutte le boy-band. Dice che nelle boy-band quelli che l'hanno pi lungo sono Lorenzo e Jack dei Wrong Direction.
- Ma piantala, cretina - disse la Spilungona. - Non esiste un sito cos, i Wrong sono roba per vecchie ventenni, e non si parla cos dei Plastic Boys. Si amano tutti insieme, incondizionatamente. Io li scoperei tutti.
- Miriam ti pre...
- Mamma piantala. E ricordati che tra poco dobbiamo andare da chi sai tu...
- Mi  appena arrivato un sms - mormor la mamma con aria furtiva. - Andiamo.
Miriam e Madre si allontanarono sculettando con diverso stile generazionale, lasciando misteriosamente il posto della fila.
 Insopportabili, - ringhi Sara - ci dovrebbe essere un comitato che stabilisce se uno  degno di essere un fan dei Plastic Boys.
- S. E o non dovrei essere qui con un milione di persone davanti - sospir Sonia. - Nessuno ama Lorenzo come me.
- Ma dai, Lorenzo  gay, ma chi se ne frega - disse la rossetta. - Io voglio una brioche, crepo di fame. Chi me la va a prendere?
Non si sa se perch avevano sentito la conversazione o per destino, due sacchi a pelo si animarono e uscirono due sedicenni nerdoni brufoloni, uno col pizzetto e un altro con dei jeans stramerdi e l'aria di chi non si lavava da Natale (era luglio).
- Ehi, salve pupe - dice il Sozzo, grattandosi il sedere. - Cazzo che fila.
- Ho fame - dice Pizzetto.
Rapida e letale, Carmen la rossa si toglie la maglietta e sfodera una minicanotta con due tette sconvolgenti.
- Dai ragazzi, - trilla -  pieno di bar qua intorno, se ci portate delle brioche vi teniamo il posto. Io sono Carmen.
Hai una sigaretta?
- Calma, calma, - dice Sozzo - ne ho solo tre. Per mica male la tua scollatura...
- Tutto unplugged - ride la rossa.
- Furbastra - sibila Sara a bassa voce. - Attenta che questa ci frega.
- L'ho capito subito. Altro che fatina irlandese, questa  una zoccola internazionale - risponde Sonia.
- Allora ci andate? Tranquilli, teniamo il posto noi - trilla Carmen.
- No, Marco, tu resti, io vado a prendere da mangiare, - dice Pizzetto sbadigliando - ma attenti che tra un po' la fila si muove, vedo il servizio d'ordine e i poliziotti che si preparano.
- Se ce la fai prendi anche un panino - dice Marco Sozzo.
- Ehi ragazze,  bello essere qui. Biondina, hai delle belle gambe.
- Sentite, voi sfigatoni - dice Sonia. - Siete dei veri fan o siete qui per cuccare?
- Siamo veri fan - dice Sozzo senza guardarla negli occhi.
- Ah s? - dice Sara. - Allora dimmi, in che anno si sono conosciuti i Plastic Boys? Come si chiama il cane di Mark?
Chi  il loro stilista di riferimento?
Sozzo vacilla. Ma a salvarlo c' un urlo. La fila finalmente ondeggia e si muove.
- Ehi ragazze, - grida Carmen alla folla - ho sentito la radio. Dice che distribuiscono dei biglietti anche all'Hotel Hilton, e che ci sono due dei Plastic alla finestra.
- Col cazzo che mi freghi, - ringhia una con la frangetta - nessuno si sposta da qui.
- Ehi, tutti all'Hilton! - grida ancora Carmen.
- Ma lo sai che sei davvero una bastarda? - dice Sara.
- Per i Plastic si gioca duro, - ringhia la rossetta - se non riesco a arrivare a quei biglietti mi ammazzo. I soldi li ho presi dal portafogli di mio fratello che ascolta solo Death Metal. Per i Plastic, si rischia la vita!
-  proprio cos - fanno eco una decina di vocette folli, versi di cerbiatte mannare.
Una smilza con la coda di cavallo esce dalla tenda, vede il sole, barcolla e sviene. Subito piedini premurosi la scavalcano e avanzano.
- Ehi, chiamate un'ambulanza, una in meno - grida la Frangetta.
Torna Pizzetto con le brioche. Viene circondato.
- Ehi ragazze. Mica sono gratis. Un bacetto?
- Senza lingua - dice Sonia.
- Allora senza crema - dice Pizzetto.
Stanno contrattando sul tipo di bacio e relativo compenso quando vedono qualcosa di orribile. La Spilungona e la Mamma al Seguito stanno risalendo la fila al contrario, e la Spilungona agita trionfalmente un biglietto...
- Ehi, non vale! - grida la rossetta.
- Mi dispiace per voi, ragazze, ma mia madre conosce il padrone del negozio, quindi abbiamo avuto il biglietto direttamente da lui.
- Tua mamma  una pompinara! - grida Sara.
- Come ti permetti - dice la Spilungona, e sta per saltarle addosso, poi capisce la trappola. Se si avvicina, verr sbranata e derubata.
- Non ci casco, sfigate...
- Miriam, andiamo via...
- Tua mamma  una pom-pi-na-ra e tu dentro al negozio ti sei fatta sbattere da tutti i commessi - grida la rossetta furibonda.
- Crepa - dice la Spilungona, e corre al riparo tra due poliziotti.
Dalla fila parte un coro di voci melodiose sulla specialit erotica della mamma di Miriam, quadrisillabata con enfasi.
- Ehi ragazze, - dice il saggio Sozzo - ci sono ancora ore e ore di fila, non  meglio se vi calmate?
- Calmarsi un bel cazzo, - grida Sara - si vede che non sei un vero fan! Ma ti rendi conto che se perdo questo concerto la tourne europea  finita? Fanno una sola data a Mosca. In Russia, a un milione di chilometri! Ma come ci vado a Mosca, se non ho i soldi...
E gi un pianto a dirotto di dieci secondi.
- Dai che ce la facciamo - dice la rossetta.
- Coraggio, - incita Sonia - la fila si muove, avanziamo.
- Allora il bacio? - dice Pizzetto.
- Ma sei una piattola!
Passano tre ore, passano quelli che vendono le bibite, passa uno stronzo del tigg che chiede perch siete qui, passa l'ambulanza e porta via tre pulcine svenute e una Mamma al Seguito quasi morta, passa un vendibandane, passa un rasta strafatto che chiede se qualcuno ha visto Tina che ha la maglietta rossa dei Plastic, e non si  accorto che intorno a lui ci sono tremila magliette rosse dei Plastic, e intanto gnome euforiche passano in senso inverso alla fila, sono le fortunate che hanno conquistato il biglietto, camminano volando e danzando, e scambiano insulti e sfott con quelle in coda.
Caldo, stanchezza, nausea, e un piccolo spiraglio di sogno... sar tutto cos il futuro?
Finch Sonia e Sara vedono finalmente avvicinarsi l'insegna del Megastore di Musica su cui troneggia un cartellone gigante con Markwillorenzonat i loro angeli, e passa la fatica.
- Dai, quante ne abbiamo davanti... duecento?
- Trecento almeno.
- Ne morissero la met - sibila la rossetta.
Sono le cinque del pomeriggio. Da quanto sono in piedi? Ore e ore, ma adesso sono le prime della fila e il tormento sta per finire. Entrano, ecco l'attimo magico che porta al paradiso, ma  molto diverso da come lo avevano immaginato. Di colpo scoppia il caos, sentono che alle spalle la gente spinge impazzita, vengono proiettate dentro al negozio, travolgono il servizio d'ordine, cadono, si rialzano. Sono in un  grande spendodromo bianco con aria condizionata, da ogni angolo poster di rockstar e divi vari ammiccano. Capiscono subito che qualcosa non va. Due poliziotti stanno portando fuori una madre che urla e strepita. Due ragazzine di undicidodici anni stanno piangendo appoggiate al muro. Si sentono urla e imprecazioni, e vola anche una scarpetta.
- Che succede? - dice Sonia.
- Sono finiti, - urla Carmen che ha capito - i biglietti sono finiti! Un minuto fa.
- No, ditemi che  un brutto sogno - urla Sara.
La polizia sta cercando di reggere la carica delle gnome.
Un uomo con gli occhiali neri parla in un megafono.
- Per favore, calma. I biglietti sono esauriti, purtroppo, fatevene una ragione. Andate via, non fatevi male. Fatevene una ragione.
Fatevene una ragione? Notti e notti di sogno, mentre i tuoi genitori si insultano al piano di sotto, tu e William Occhi Blu, in una Cadillac, davanti allo schermo di un cinema all'aperto...
Fatevene una ragione? L'anoressia l'ospedale e poi il ritorno e l'insonnia e io e Lorenzo, sul mare, che corriamo sulla spiaggia, musica "More than friends".
E il tuo sogno qual era, Carmen?
- Non pu finire cos, - dice la rossetta, con in mano un ciuffetto di capelli di provenienza misteriosa, il trucco sfatto - o ammazzo qualcuno.
Ecco che arriva uno strano angelo, o un diavolo.  un ragazzo alto, riccio, brutto, col naso storto. Ha un badge con scritto Antonio D. Fa cenno alle ragazze di avvicinarsi. Ha il gil rosso del negozio.
- Ehi, voi tre... venite qui.
Le ragazze si avvicinano con cautela.
- Io ho... ehm, non ho il cd, ma ho due biglietti... - dice a bassa voce. - Li ho messi da parte. Ovviamente... costano un po' di pi, devo guadagnarci, io rischio.
- Ma sei un bastardo! - dice Sara.
- Be', se la metti cos allora li vendo a qualcun altro, non  un problema - dice risentito il riccio.
- Quanto vuoi? - chiede la rossetta.
- Centoventi euro l'uno.
- Centoventi? Ma  quasi il triplo! - grida indignata Sara.
- Non li abbiamo, quei soldi... - mugola mesta Sonia.
- Be', - dice Antonio D - se non avete i soldi ci sono altre soluzioni... se qualcuna di voi viene di l, nello spogliatoio... ci si mette d'accordo, capite?
Parla guardando nel vuoto, il porco, neanche ha il coraggio di guardarle in faccia.
- Io ci penso su - dice Carmen.
- Ma sei matta, che schifo! - dice Sonia.
- In fretta per, tra poco chiudiamo - dice Antonio D facendo finta di non sentirla.
- Senti bello, - propone Sonia - io ho cinquanta euro, la mia amica Sara cinquanta, dai, facci cento... ti diamo anche la tenda, ne vale altri cinquanta almeno.
- Sei pazza? - dice Sara - cento euro? Tutto quello che abbiamo! E poi un solo biglietto in due?
- Meglio di niente - dice Sonia. - Allora, maniaco sessuale?
- Va bene, fuori i cento euro. E la tenda tenetevela.
- E se il biglietto  falso?
- Non  falso - dice lui mettendoglielo svelto in mano. - Controlla,  come tutti gli altri.
- Va bene. E tu Carmen, che fai?
- Ci penso - dice lei.
In quel momento grida e spintoni, la polizia carica, caccia tutti fuori. Si ritrovano per terra, sul marciapiede, tra pianti e parolacce. Scappano, a gambe levate.
Dopo la battaglia sono sull'autobus, stravolte.
- Ce l'abbiamo - dice Sonia, e contempla il biglietto come oro, la scritta Plastic Boys in nero, e le adorate facce che rridono in filigrana.
- S, ma come facciamo, chi va al concerto e chi no? Tiriamo a sorte?
- Ci pensiamo dopo.
In quel momento vedono balzare sull'autobus la rossetta.
Stravolta, con la maglietta alla rovescia. Tira fuori dalla borsa il biglietto del concerto, sorride. Non le ha viste.
- Troia - sibila Sonia. - Che schifo, con quel viscido.
- Dai,  un problema suo - dice Sara.
- Non si merita il biglietto, ha tradito Mark - brontola Sonia, con uno sguardo cattivo.
- Non mi dire che vuoi...
- Hai capito benissimo... seguiamola.
Dopo sei sette fermate la rossetta scende.  il quartiere cinese, mezza periferia. Non si  accorta che la stanno seguendo.
Ora cammina pi in fretta, forse sente la loro ombra alle spalle. Le gnome le sono addosso di corsa. Sonia la tira per i capelli, Sara cerca di strapparle la borsa. Calci, pugni. Ma Carmen non molla.
- Aiuto... siete pazze... aiuto! - grida. - Lo so chi siete, lo so.
La menano di brutto ma non molla, si difende come una tigre. Allora Sonia prende una pietra da terra. Sara grida.
Arriva un grosso cinese, si mette in mezzo, le separa... Carmen scappa.
- Voi matte - dice il cinese.
- Fatti i cazzi tuoi - ringhia Sonia.
- Butta via quella pietra - dice Sara. - Non l'avresti mai fatto, vero?
- Tu cosa dici?
Mezz'ora dopo stanche, stravolte, sudate, entrano in casa di Sonia e salgono nella sua camera al primo piano. Il poster gigante dei Plastic Boys le accoglie. Tutto intorno ritagli di giornali, un Mark surfante, pelucheria varia e un mercatino di vestiti, calze e slip buttati qua e l. E musica a tutto volume, ovviamente dei Plastic.
- Che casino, - dice Sara - sembra camera mia. Posso fare una doccia?
- Vai. Ma non perdere troppi peli dalle sopracciglia...
- Stronza - dice Sara, e si infila biotta in bagno. - Tu non ti lavi?
- Dopo. E sbrigati. Non abbiamo tempo, tra un'ora mia madre torna. E sar arrabbiatissima perch ho dormito fuori casa. Mi ascolti?
Sara esce dopo un minuto, con i capelli bagnati e l'accappatoio di Sonia che le sta abbondante, sembra il nano Cucciolo.
- Sono pronta, - dice - ma adesso dobbiamo decidere in fretta,  gi tardi. Una di noi due deve rinunciare al concerto.
- Lo so, - sospira Sonia - non  bello amica mia, ma dobbiamo farlo. Tiriamo a sorte?
- Troppo semplice, - dice Sara - per i Plastic ci vuole qualcosa di pi... fatale, di romantico...
- Allora, - dice Sonia - so dove pap tiene una pistola.
Sogna sempre di sparare a un ladro.
- Stai scherzando?
- Adesso vedi se scherzo.
Esce dalla stanza e torna poco dopo. Ha in mano una vecchia pistola a tamburo, e una pallottola. La carica, sa come si fa, lo ha gi fatto.
Guarda Sara negli occhi, senza emozione apparente. I Plastic cantano "love is a game".
- Ti va la roulette russa? Per i Plastic si muore, lo abbiamo detto tante volte.
- Stai scherzando? Dai, tiriamo a sorte...
- Hai cambiato idea adesso? Hai paura?
- Non ho paura.
Sono le dieci allo stadio illuminato a giorno e gremito da cinquantamila gnome e gnomi in attesa. Ed ecco un urlo, e un'esplosione. Sono saliti sul palco Mark, Lorenzo, Willy, Nathan. Tutti vestiti di bianco come angeli.
- Vi amiamo - sussurra Mark al microfono.
- Anche io - grida una vocetta estasiata, persa nel gran coro di estasi e grida. E due occhi commossi brillano, e il cellulare riprende quel momento meraviglioso.
 Sonia?
Dov' Sara?
 Sara?
Dov' Sonia?


4.

Il gigante
Cudnye istorii

- Stiamo arrivando, - disse Arkadij -  stato un viaggio di merda. Lo yacht ballava e beccheggiava,  mai possibile che  o compri una barca di trenta metri e debba soffrire il mal di mare? Di' a quella testa di cazzo che me l'ha venduta che deve subito risolvere il problema, se no gli mando i ragazzi a bruciargli il cantiere. No, non sono sulla Rolls, sono su un cazzo di Mercedes, qua le stradine sono strette e mi hanno detto che era meglio una macchina piccola. S, non  male questa Toscana, un po' come nei quadri antichi che ho a Mosca. Ma la villa l'ho comprata solo perch voglio il vigneto e dare delle gran feste, in campagna ci sono nato e non me ne frega un cazzo di tornarci. Ho letto i dati del gas e del petrolio, sono in crescita, ma se qualcuno del governo esagera con le tangenti, digli che gli faccio fare la fine di chi sanno loro.
E adesso non mi rompere i coglioni fino a stasera...
L'oligarca Arkadij sbuff. Al suo fianco vide gli occhioni azzurri di Ljuba che si era appena svegliata. Le infil una mano tra le cosce e disse: - Sveglia, pigrona. E non sbadigliare cos, che mi fai venire dei pensieri.
- Uffa, pensi solo a quello...
- Senti troietta, - disse Arkadij - ti ho presa che friggevi patatine e sculettavi tra i tavoli, adesso vesti come una regina e ti sto portando in un castello italiano. Vedi di non rompere...
- Va bene, Kaga - disse Ljuba. - Ma sei sempre cos nervoso ultimamente.
- I soldi, amore, - sospir Arkadij - sono una gran bella cosa, ma li devi difendere. Non puoi mai stare tranquillo.
Pescecani dovunque. Devi prevedere tutto.
- Non si pu prevedere tutto - disse Ljuba scuotendo la testa. - S, questa campagna  bella, ma ... come posso dire... superba, vanitosa... la campagna russa  pi umile, pi dolente... mi ricorda una pagina delle Anime morte.
- Non ricominciare, bellezza. Lo so che sei laureata in Gogol', non farla lunga. Sar un grande scrittore come dici tu, ma  morto povero e pazzo... anzi, non nominarlo nemmeno, porta sfiga... Anatolij guida piano, porco diavolo.
- La strada  sconnessa, padrone, - disse l'autista, un gigante con un collo da bue - ancora una curva e ci siamo.
- Prima cosa da fare, asfalteremo tutto - disse Arkadij. - Ma che cazzo  quello?
Una specie di astronave puntata contro il cielo svettava al centro del viale.
- Direi... che  un albero, - disse Anatolij - e anche immenso.
- Un albero in mezzo alla strada?
- S, ma nema problema, la strada si allarga e possiamo passare di lato.
- Non voglio nessun cazzo di albero davanti al cancello di casa mia, - disse Arkadij mentre l'auto attraversava la grande ombra - e poi cos'?
-  un pino, mi sembra, - disse timidamente Ljuba - non ne ho mai visto uno cos, guarda che tronco enorme.
- La mia puttanella se ne intende di grossi tronchi, vero?
Forza, gi gli zaini.
Le tre Mercedes blindate entrarono nel parco. Da una scesero le guardie del corpo, un quartetto di pugili da film.
Dall'altra due omaccioni iniziarono a scaricare bauli e valigie. Dall'ultima scesero Anatolij, due metri di automedonte, poi Ljuba, uno e ottanta senza tacchi, e Arkadij, uno e sessantacinque con gli stivaletti e il rialzo.
La servit era schierata, una ventina di persone. Arkadij li pass in rassegna come un capo militare.
- Le cameriere sono tutte brutte, - disse sottovoce a Anatolij - cacciale via e prendi due o tre fighe. Chi  lo chef? - chiese poi a voce alta.
- Siamo in tre in cucina, - disse un uomo alto con le basette folte - io sono il primo chef Geraldo, al suo servizio.
- Bravo Geraldino, stasera voglio bistecca al sangue, - disse Arkadij - e se non  tenera torni subito a casa. E dov' quello dei vini?
- L'enologo, il dottor Nicolai, - disse Geraldo - arriva nel pomeriggio.
- Porco diavolo, - sbott Arkadij - io arrivo da Montecarlo per vedere le mie vigne e questo coglione non si fa trovare? Ditegli che lo voglio qui subito dopo pranzo. E chi  il giardiniere?
- Il giardiniere sta lavorando nel roseto - disse un uomo pallido che si present come Pietro, il maggiordomo.
- Allora ditegli che si prepari a tirar gi quell'albero in mezzo alla strada.
A quella frase il plotone della servit sembr percorso da una ventata di paura. Una cameriera, la pi anziana, si copr il viso con le mani.
- Credo... che l'albero non sia un problema del giardiniere - disse il maggiordomo.
- Che c'? Sono il padrone o no? Se decido di abbatterlo, qualche sindaco del cazzo pu forse impedirmelo?
- No, certamente, - disse il maggiordomo - per aspetti di parlarne col dottor Nicolai. Oltre che di vigne si intende anche di alberi,  un botanico assai stimato.
- E sai cosa mi frega - disse secco Arkadij. - Anatolij, portami subito il mio fucile, voglio sparare un po' prima di pranzo, vedo dei bei fagiani nel prato.
La servit lo guardava in silenzio.
- Bene, signori - disse Arkadij con tono risoluto. - Leggo nei vostri occhi che mi considerate un fottuto arricchito arrogante, ma metto subito in chiaro una cosa: non fate gli schifiltosi, il vecchio padrone  morto suicida per debiti, e se io non avessi comprato questa villa, sareste disoccupati. Dovrete obbedire ciecamente a me, alla mia signora, a Anatolij e al pi sciocco dei miei gorilla. Servitemi bene o fuori dai coglioni. Chiaro?
- S - dissero alcune flebili voci in coro.
- Andiamo Ljuba, - disse Arkadij - collaudiamo i materassi.
Arkadij esamin le stanze della villa, incurante dei trilli di Ljuba che scopriva meraviglie ovunque. L'unica cosa che gli interessava era lo schermo televisivo gigante che aveva fatto montare e i trofei di caccia. I quadri dei vecchi proprietari, poi, gli diedero sui nervi.
- Via anche questi ritratti, - disse - tutti aristocratici, corrotti, perdenti, tutti morti male. Portano sfortuna.
- Ma sono dipinti antichi. Guarda questo. Ti assomiglia anche un po'.
Ljuba si becc uno schiaffone. Era abituata, ma le fece male.
Arkadij dorm fino alle quattro del pomeriggio, si alz, contempl il paesaggio e si sent di buonumore. Indoss una tuta da footing e scese. Il dottor Nicolai lo aspettava.
Arkadij quasi gli rise in faccia. Era un ridicolo azzimato giovane con un naso da uccello, baffett e capelli alla paggetto.
Indossava un abito di velluto che sembrava avere cento anni. Si diedero la mano e quella dell'enologo fin stritolata.
Frocio, pens subito l'oligarca.
- Benvenuto alle vigne della villa, dottor Abramov - disse il giovanotto. -  un piacere conoscerla.
- Non sono dottore. Ma lei  davvero un enologo, Nicolai? Cos giovane?
- Giovane? Magari, - sospir Nicolai - ho quasi quarant'anni. Sono nipote e figlio di enologi famosi, di cui emulo indegnamente l'arte. Mi occupo di vigne da sempre.
- Le sue referenze sono eccellenti, - disse Arkadij - mi dicono che lei  un genio nel ramo. Ma per favore, niente balle ecologiste o biologiste, voglio buon vino e tanto, col mio nome sull'etichetta.
- Lo avr - disse Nicolai con un inchino esagerato.
Ma che razza di caricatura, pens Arkadij. Questi italiani. Una volta venivano in Russia a fare i ricchi puttanieri, adesso li stiamo comprando pezzo per pezzo. E ci ossequiano. Ma attento signor Nicolai, so riconoscere subito chi mi odia.
Visitarono le vigne. Ancora pi estese di quanto l'oligarca credesse. Soddisfatto, passava davanti ai filari e coglieva qualche chicco acerbo mentre Nicolai gli illustrava il tipo di uva, il vino che ne sarebbe nato, parlava di qualit del suolo, di innesti e tagli.
- Qui cresce tutto, - disse Nicolai -  una terra generosa.
Forse non come una volta, ma ha ancora la sua magia.
- A proposito di robe che crescono. Quel cazzo di albero mostruoso in mezzo alla strada. Cos'?
-  un pino Guizzardo alto venticinque metri, - disse Nicolai - ha quattrocento anni e una volta dava nome anche alle vigne, le vigne del Gigante. Ma ora non pi.
- Perch?
Nicolai non rispose e continu a camminare.
-  un albero... un po' strano, ma bellissimo.
- Be', entro domenica lo abbattiamo, - disse Arkadij - non voglio che i miei ospiti ubriachi ci sbattano contro. Che senso ha un albero in mezzo alla strada?
Il giovanotto cambi immediatamente espressione. Sembrava che cercasse di contenere un'irrefrenabile ira. La bocca, da rosea e femminea, divent dura, sprezzante. Ma subito si ricompose e parl con calma.
- Lei  il padrone qui. Ma prima che decida di abbatterlo, mi conceda di raccontarle la sua storia... o la sua leggenda.
- Sono russo, adoro le fiabe, - disse Arkadij, e si sdrai sull'erba - ma le concedo dieci minuti: dopo devo trombare la mia betullina.
- Il pino ha quattrocento anni. Lo piant il duca Faldini, tra i primi proprietari della villa. Alla sua morte violenta, e a quella del figlio, subentr una famiglia lorenese, i Delvaux.
Per due generazioni, sotto il Granducato di Toscana, furono loro i padroni, e resero celebri le vigne. Ma l'ultimo discendente, Marcel Delvaux, dopo la morte improvvisa di un nipote non volle accettare l'eredit, e torn in Francia. La villa e il terreno passarono in propriet prima a un mercante veneziano, poi a una ricca famiglia di possidenti di Siena. Fino a quando scoppi un misterioso incendio, il capofamiglia mor e i senesi se ne andarono. Gli ultimi proprietari, i conti  Sansevero, venivano dal Sud. Sembrava che tutto andasse bene, avevano unito l'esperienza delle vigne del Salento alle tradizioni di questa terra. Ma prima il conte Sansevero rimase ucciso in un incidente d'auto. Poi sua moglie fu trovata strangolata. Infine fu il figlio a sparire. La villa  rimasta per vent'anni di propriet dell'ultimo dei Sansevero, che l'ha amministrata diciamo cos da lontano. Veniva una volta all'anno, controllava e se ne andava. Poi l'anno scorso si ferm una settimana... e lei sa certamente del suicidio... Adesso l'ha comprata lei.
- Ma che storia cruenta. Peggio che le lotte tra noi oligarchi. E perch questa ecatombe?
- Lei crede alle leggende, ha detto. Be', la dinamica di queste morti violente  ogni volta diversa. Ma secondo le voci che girano qui, la causa  sempre l'albero.
- Il pino gigante? E in che modo?
- Tutte le persone morte avevano mostrato l'intenzione di liberarsene. Una specie di... ossessione forse.
- Quindi?
- Quindi la gente dice che l'albero  maledetto, e chiunque lo dannegger pagher con la vita.
- Ho ascoltato anche troppo, - disse con fastidio Arkadij - lei  un fottuto ambientalista e sta cercando di fregarmi.
- Io far quello che lei desidera, - disse Nicolai - ma le consiglio di osservare bene quell'albero e in particolare i suoi strobili.
- I cosa?
- Le pigne. Sono molto pi grandi del normale, arrivano a venticinque centimetri di lunghezza, e sono di forma assai strana. Deve guardare soprattutto quelle pi in alto. Rendono l'albero un esemplare unico...
- D'ora in avanti, - disse Arkadij alzandosi in piedi - lei si occuper solo di vino. E domani mi mandi due boscaioli per abbatterlo.
- Nessuno dei paesani lo far, - afferm tranquillamente Nicolai - hanno paura.
- Nema problema - disse Arkadij, e prese in mano il cellulare.
- Anatolij, - disse - voglio qui entro due giorni un camion e quattro dei miei ragazzi con la sega pi grossa che riescono a trovare. Non fare domande.
Rimise n tasca il telefono e concluse sorridendo: - Tutto risolto. Domani visiteremo le mie cantine.
La notte Arkadij dorm male. Ljuba si era messa tanta lingerie da sembrare un albero di Natale, ma niente era servito a far funzionare la sonda del grande petroliere.
Dopo aver dato la colpa al fagiano ripieno e al vino, l'uomo si mise a fumare su una poltrona del terrazzo. Il paesaggio era cos bello che inteneriva anche un'anima morta come la sua. Alberi, campi e colline azzurri sotto la luna, e le luci da presepe di un paese arrampicato su un cocuzzolo.
Arkadij torn a letto, ma smaniava agitato. Sentiva un rumore, come uno scorrere di fiume, e non capiva cos'era.
Stava gi per chiamare il maggiordomo e fargli un cazziatone, pensando che venisse dalle cucine o dall'aria condizionata, quando si accorse che era il vento. Un vento leggero e freddo. And di nuovo sul terrazzo. Poco lontano, vide il grande albero che si scuoteva furiosamente, come percosso da una bufera. Erano i rami a creare quel frastuono, un canto iroso, la rabbia di un cuore inanimato.
- Cosa guardi, Kaga? - disse Ljuba andandogli premurosamente vicino.
- Non capisco, - disse Arkadij - c' una brezza da nulla.
Eppure guarda come si scuote l'albero. Forse l il vento tira forte.
- A cento sazhen di distanza non pu cambiare il vento, - disse cupamente Ljuba - io credo che quell'albero... abbia dei poteri... tu credi ai demoni, Arkadij?
- Sei una maledetta ignorante siberiana - disse l'oligarca.
- Sono stufo delle tue superstizioni. Io sono nato in campagna ma sono diventato miliardario a Mosca e non con le leggende, ma col gas e il petrolio...
- Che vengono da sottoterra, - disse Ljuba - e sono ossa e sangue di morti.
Arkadij ebbe un brivido e pens di schiaffeggiarla, ma il volto di Ljuba era pallido e impaurito.
- La cameriera pi vecchia mi ha raccontato la storia di questo posto.  orribile, Arkadij. Vuoi sentirla?
Arkadij scosse la testa, ma era curioso: - Se hai deciso di non farmi dormire, ti ascolto, ma non pi di dieci minuti, poi prendo il sonnifero.
- Per non arrabbiarti e non picchiarmi - disse Ljuba.
- Promesso, tesoro, - ghign Arkadij - far come sempre.
- Il Gigante  maledetto - disse Ljuba. - Io sono nipote di uno gaman, ho sentito un brivido quando gli siamo passati sotto. Ho visto i demoni nascosti nei suoi rami. Le loro piccole facce nere...
- Cominciamo bene - disse Arkadij.
- Devi sapere in che modo sono morti, nel corso degli anni, i proprietari di questa villa - disse Ljuba con gli occhi azzurri spalancati. - Il duca Faldini, il primo padrone, fu ucciso da un ramo che gli cadde addosso mentre andava a cavallo. Suo figlio si impicc allo stesso albero. Nessuno dei lorenesi mor di morte violenta, ma la leggenda dice che spesso presentavano strane ferite, come di piccole punte di freccia. Finch un bambino di sei anni mor cadendo su un ramo biforcuto, ai piedi del Gigante. L'ultimo dei lorenesi se ne and dicendo "non voglio pi saperne di questo posto, e dei suoi diavoli". La famiglia di Siena che venne dopo di loro pot l'albero e ne tagli i rami. Mentre lavoravano, tre boscaioli rimasero feriti. I rami furono fatti a pezzi per farne legna da ardere. La notte che il primo ciocco bruci nel camino, la villa prese misteriosamente fuoco, il proprietario non ebbe scampo. Anni dopo, il conte Sansevero mor schiantandosi in auto contro il tronco. Sua moglie fu trovata strangolata sotto i rami, il figlio, che si era lanciato impazzito con l'accetta contro l'albero, spar nel nulla...
- E nessuno  mai morto per una pigna in testa?
- Non scherzare. Quello che ti sto dicendo riguarda anche noi. Tutti questi morti avevano manifestato un'idea comune.
- Cio?
- Avevano tutti intenzione di abbattere il Gigante. Perci tu non lo farai. Lascialo dov', non svegliare i demoni.
- Ljuba, - disse Arkadij - sparisci e vai a dormire su qualche divano. Se no son botte.
L'oligarca prese due pastiglie di sonnifero, dorm agitato.
Sogn che era bambino, e che qualcosa lo afferrava per i piedi e lo lanciava in aria. Sogn piccole frecce che lo colpivano. Si svegli alle sei di mattina, nervosissimo. Faceva gi caldo. Prese il fucile, e and a caccia.
Spar a due lepri, le manc. Le insegu dentro un macchione, lo attravers e si trov proprio ai piedi del pino. Eppure gli sembrava di essere andato in direzione opposta.
Guard in su, e vide sulla cima le pigne giganti. Prese il binocolo per osservarle meglio. Erano davvero strane. Bitorzolute, scure. E gli sembr...
Ma all'improvviso sent un tremito sotto i piedi. Come se le radici dell'albero si muovessero. Impaurito, arretr. E fin proprio in braccio a Nicolai.
- Ha sentito una vibrazione, vero? - disse l'enologo. - Be', non si spaventi, non  il terremoto,  un fiume sotterraneo. Un ruscelletto, non l'Acheronte.
Arkadij accett la spiegazione. Ma lo infastidiva lo sguardo dell'altro. Sembrava timido e mite, ma nei suoi occhi passavano lampi strani. Come il piacere sadico di chi guarda qualcuno dibattersi impaurito. Arkadij non era un uomo facile da spaventare, ma fiutava il pericolo.
- Andiamo in cantina - disse.
La visita fu lunga e rasseren l'oligarca. Un tesoro sotterraneo li aspettava. Botti enormi e meravigliose, barilotti e damigiane, lunghe file di bottiglie pregiate. Un regno prezioso e profumato, ed era tutto suo. Stapparono una bottiglia di rosso e bevvero, Arkadij osservava golosamente i formaggi in stagionatura. Nicolai ne scelse uno ancora molle, e lo mangiarono insieme al vino, seduti su due botticelle.
- Un rosso del 2006, - disse l'enologo - un taglio tra Sangiovese e le uve nere della vigna che ha visto ieri.
- Lo chiameremo... Ljuba - disse Arkadij alzando la bottiglia.
- In onore della sua fidanzata?
- No, che c'entra quella puttanella? In onore di mia nonna.
Prese di tasca il telefono, ma non c'era campo.
- Qua sotto non prende. Be', metteremo un telefono fisso.
- A chi voleva telefonare? - chiese l'enologo.
Si faccia i fatti suoi, avrebbe detto in occasioni analoghe Arkadij. Ma ogni circostanza gli sembrava annunciare un destino imminente, e doveva scoprire quale. Perci rispose con calma.
- Volevo telefonare a Anatolij. Per avere la conferma che domattina arriveranno i ragazzi per abbattere l'albero.
Nicolai impallid. Arkadij pens che quel volto gli ricordava qualcuno, ma non sapeva chi. L'enologo tracann un gran sorso di vino come per prendere coraggio, poi disse: - La prego di non farlo.
Arkadij si sent avvampare d'ira ma si contenne.
- Perch? Per quelle leggende?
- Non sono leggende, - disse l'enologo - l'albero ormai sa che lei  un nemico. E si difender.
Arkadij scatt in piedi, e stava per coprirlo di insulti. Ma Anatolij arriv, correndo.
- Padrone, venga su, Ljuba... - ansim.
- Cos' successo?
- Niente di grave, ma venga. Era andata a vedere l'albero gigante ed  stata attaccata dalle vespe.
Raggiunsero in fretta il primo piano e la camera da letto.
Era gi arrivato un medico. Ljuba sembrava una buffa bambola rigonfia, era stata punta dappertutto.
- Le ho fatto un'iniezione di cortisone - disse il medico.
- Per fortuna non  allergica, ma sono vespe abbastanza grosse e fastidiose. Fanno spesso il nido ai piedi del Gigante.
- Quando non ci sar pi quel maledetto albero, non ci saranno pi nemmeno loro - disse Arkadij, osservando il volto martoriato di Ljuba.
Il medico sembr voler dire qualcosa, ma Nicolai gli fece segno di tacere. Ljuba lanci un lamento teatrale.
- I demoni, Arkadij. Li ho visti!
- Bene. Faremo a pezzi anche loro.
Anche quella notte Arkadij non dorm. Rest sul terrazzo, mentre Ljuba russava, col naso tumefatto. Fum in continuazione. Cammin guardando i ritratti della galleria. Facce di ricconi dilapidatori e perdenti, pens. Telefon. I ragazzi col camion e gli attrezzi erano in viaggio. Entro mezzogiorno tutto sarebbe finito. Non avrebbe pi dovuto ascoltare le leggende di quella terra. Un luogo che si fingeva dolce e mite ma era spietato come una tundra, pens, raggomitolandosi nella poltrona del terrazzo.
Una folata di vento freddo lo fece rabbrividire. Guardava l'albero, non gli era mai sembrato cos enorme e vicino. E improvvisamente vide i rami agitarsi, come se fossero nuovamente attraversati dalla bufera.
Uno dei rami si alz al cielo, come un gigantesco tentacolo, e si allung verso la casa. C'erano almeno duecento metri di distanza, ma sembrava proprio che potesse arrivare fino alla camera di Arkadij. E cos fu, si abbatt contro i muri, entr nella stanza con fragore di legna e foglie, come il graffio di un mostro. Un ramo lo afferr per la vita e lo strinse.
Al ramo era attaccata una pigna, Arkadij la vide, lanci un urlo e...
E si svegli. Si era addormentato sulla poltrona. Un brutto sogno. Ma un sogno che lo aveva sconvolto. Ora doveva sapere, subito.
Corse fuori in tuta e scarpe da ginnastica. Teneva alla cinta un coltellaccio. Chiam Anatolij.
- La scala pi alta che c', subito...
- Cosa volete fare, padrone? Sono le sei di mattina.
- Voglio salire su quell'albero e guardare quelle dannate pigne. Qualcosa vuole spaventarci, ma non ci riuscir.
-  sicuro? - disse Anatolij. - La sua gamba...
Arkadij aveva tre cicatrici di pallottole nella gamba destra, ricordo di una discussione tra gentiluomini.
- Cazzo, anche tu cominci a aver paura?
Si erano svegliati anche alcuni della servit. Portarono la scala sotto l'albero, la appoggiarono al tronco. Di nuovo i rami presero a agitarsi per quel vento misterioso.
- Tenetela ben ferma. Non mi fai paura, vecchio demonio, - disse Arkadij - adesso salgo in cima e ti do una bella scrollata.
La scala era lunga ma non abbastanza per raggiungere i rami pi alti. Arkadij inizi agilmente a salire. Era stato un atleta in giovent. Voleva arrivare alle pigne. E lo fece.
La luna illumin gli strobili. Arkadij cerc di staccarne uno, ma non ci riusc. Poi sent un cigolio, come di una porta che si apre a fatica.
Vide ognuna delle pigne muoversi e girarsi verso di lui. E guardarlo. Perch non erano pigne, ma teste, orribili teste di legno scolpite. Ognuna ritraeva un volto, e Arkadij li riconobbe. Erano i morti che aveva visto nella galleria dei ritratti. Il duca, e suo figlio, con i lineamenti stravolti dall'impiccagione. La sposa strangolata. Il figlio, con centinaia di aghi infissi negli occhi, il bambino con la gola squarciata, e altri volti di boscaioli. I trofei di quel gigantesco demone! Tutti coloro che avevano sfidato l'albero ora erano prigionieri dei suoi rami, per sempre. E spalancavano la bocca per gridare.
Ma non si udiva nessun suono se non il vento furioso tra i rami. L'albero si scroll come un cavallo imbizzarrito.
- Anatolij, - grid Arkadij - aiuto!
Nessuna risposta. Erano fuggiti tutti.
Arkadij cerc di aggrapparsi, ma dai rami una fitta pioggia di aghi inizi a colpirlo al viso e alle braccia. Come piccole frecce lo martoriavano, non vedeva pi nulla, il sangue lo accecava.
Infine riusc a aprire gli occhi. E vide davanti a s il proprio volto, scolpito nello strobilo, con un'espressione di indicibile terrore.
L'albero continuava a squassarsi. Il ramo su cui Arkadij stava a cavalcioni inizi a scricchiolare. Guard gi, era almeno a quindici metri da terra. Il ramo cedette. Cerc di afferrarsi a un altro ramo. Ma sapeva gi di essere perduto.
Precipit, a braccia spalancate.



5.

Hansel@Gretel.com
 l'ora dell'addio, fratelli,
chiss se tornerem...

In un bosco solitario delle Alpilavaresi c'era la capanna di un taglialegna che si chiamava Schultz. Era vedovo e aveva due figlioletti, Hnsel und Gretel, biondi e abbastanza in carne. Schultz segava tronchi tutto il giorno, tornava stanco morto, e doveva anche cucinare perch i figli mangiavano come un'orda di lupi. Andavano malvolentieri a scuola e passavano il tempo a raccogliere castagne e funghi che vendevano per comprarsi merendine e hot dog. E mai che con quei soldi aiutassero il padre.
Inoltre si lamentavano in continuazione, perch la capanna era misera, spoglia e senza nessuna attrattiva tecnologica.
- Pap, me lo compri lo Spiel Boy? - diceva Hnsel.
- Pap, sono l'unica nella mia classe che non ha uno smartphone - piagnucolava Gretel.
- E abbiamo la televisione con un solo canale perch a te interessano solo il calcio e le donne nude dopo mezzanotte.
- E non abbiamo un computer e neanche un iPad e neanche il wi-fi.
- E il mio amico Ludwig  figlio di un falegname per ha il Nintendo e il gioco del calcio Fifa con i giocatori che hanno le facce uguali ai veri.
- E io non posso vedere le Winx e non posso giocare a Ammazza lo Zombie.
- E non abbiamo neanche il cancello col telecomando...
- E la mia amica Ulla ha il cellulare con l'app che individua tutti i gay che ci sono nella foresta...
- Basta! - url Schultz, che era un uomo mite e buono ma beveva litri di Jgermeister e aveva un poster di Gring in camera da letto. - Io mi faccio il mazzo da mattina a sera e voi non fate che lamentarvi e abbuffarvi, ieri ho comprato sei barattoli di Nutella e li avete finiti in un giorno, siete grasse come porcelli, non ce la faccio pi a mantenervi, adesso fuori dai coglioni...
Ci detto, li caric su una vecchia Prinz e li moll in mezzo a un bosco lontano.
- Vi amo figlioletti miei, - disse piangendo - ma non posso mantenervi, l'indigenza me lo impedisce. Buona fortuna.
- Che ti venga un canchero, pap - disse Gretel salutandolo con la manina.
- Che ti caschi un abete in testa sul lavoro - disse Hnsel con gli occhi umidi.
Cos i due fratellini si trovarono nella paurosa solitudine del bosco. Non si vedeva nessun sentiero e enormi alberi li sovrastavano, misteriosi rumori risuonavano tra i cespugli, e in lontananza ululavano i lupi.
- Come faremo a ritrovare la strada? - disse Gretel.
- Ho un'idea: lasciamo cadere un sassolino ogni dieci metri, cos segneremo il percorso - disse Hnsel.
- Vaffanculo te e i sassolini, - disse Gretel - basterebbe un cellulare col Gps e saremmo a posto. Invece eccoci qui, perduti come due stronzi.
- Te l'ho sempre detto che babbo  un filonazista - disse Hnsel.
- Se  per quello lo sono anche io. Ma lui  anche pezzente, fallito e alcolizzato...
-  andata cos, - sospir Hnsel - adesso dobbiamo salvare il culo. Andiamo di l.
- No, - disse Gretel - di l.
E si avviarono. Cammina cammina, cominci a piovere, faceva freddo e i due poveri bambini cercavano riparo sotto gli alberi, ma erano fradici e intirizziti, e ai piedi avevano le infradito. Gli ululati dei lupi si facevano sempre pi vicini. Si sentivano gi perduti, quando udirono un rumore inconfondibile: era un cellulare, la suoneria era la Settima di Beethoven.
Seguirono il rumore. E... prodigio, stupore e meraviglia!
In mezzo a una radura c'era la casa pi bella e moderna che avessero mai visto. Tutta legno e vetrate, di classe energetica A+. Sul tetto coibentato c'erano almeno tre parabole.
E sotto il porticato di abete bianco era visibile un computer Mac da ventidue pollici con router wi-fi e almeno sei o sette cellulari di modelli diversi.
- Ma  un sogno! - disse Gretel.
- E il marzapane? - disse Hnsel.
- Ho anche quello, ragazzi - disse una voce suadente. Sulla porta apparve una donna con occhiali da vamp, alta e con un elegante vestito nero. Aveva un'ottantina d'anni ma era splendidamente rifatta e truccata, e ne dimostrava la met.
- Bambini, cosa fate l sotto la pioggia? - disse. - Su, entrate.
- Possiamo? - dissero i piccoli.
- Adoro i bambini sperduti - disse la donna con un sorriso smagliante. - Mi presento, mi chiamo Vanessa von Vettel e mi occupo di casting.
- Per il cinema?
- Pi o meno. Entrate, accomodatevi. Avete fame?
- Un poco - dissero i due in coro.
Mangiarono dodici Cordon bleu surgelati, un chilo di piselli in scatola, sessanta bastoncini Findus e quaranta merendine al cocco.
- Be', ragazzi, l'appetito non vi manca, - disse Vanessa - ma noto con dispiacere che siete sovrappeso. Non va bene. Dovrete dimagrire.
- E perch? - chiesero i due.
Vanessa sorrise diabolicamente. Azion un telecomando e le porte della casa si chiusero a saracinesca. Un altro tocco sul telecomando e una gabbia cal su Hnsel imprigionandolo. Ancora un tasto e Gretel si trov addosso un collarino con microchip.
- Non accolgo i bambini per beneficenza - ghign. - Io sono una strega malvagia, se non foste cos fessi lo avreste capito subito. Fornisco bambini ai ricchi pedofili di tutto il mondo. Ma a loro piacciono i bambini belli e snelli. Voi siete due porcellotti senza nessuna attrattiva. Quindi vi metter a dieta, e quando sarete carini e desiderabili, vi vender.
- Aiuto, aiuto - gridarono i due.
- Nessuno vi sentir. Questa casa  insonorizzata secondo le pi moderne normative europee. Dovrete obbedirmi, o vi elimino nell'inceneritore. Tu, caro ragazzo Hnsel, dovrai fare ogni giorno due ore di pesi e tapis roulant, e abolire i carboidrati.
- Piuttosto crepo.
- Ma nella gabbia avrai una PlayStation e tutti i giochi appena usciti.
- Yuhuuu - disse Hnsel.
- Tu, Gretel, dovrai dimagrire della met, ti insegner a ballare, a vestirti sexy e altre cosette.
- No brutta puttana. Ahia!
- Non essere volgare o ti appioppo un'altra scossa a trecentottanta volt col collarino. Obbedisci e avrai tutti i dvd delle Winx e anche una pagina Facebook, naturalmente sotto il mio controllo.
- Vabb - disse Gretel.
- E non cercate di scappare, - disse la strega - io non ci vedo molto bene, ma la casa  protetta da allarmi, telecamere e da un dobermann ex Decima Mas. Attenti a voi!
I due bambini iniziarono cos la loro prigionia. La strega usciva spesso e loro passavano tutto il tempo a videogiocare e a navigare nel web. Ma i computer erano controllati, e la sola volta che Gretel riusc a scrivere Sono una povera bimba, aiutami a andare via da questa casa ricevette una ventina di messaggi porno e una pubblicit della Ryan Air.
Ma il vero problema per i due fratellini era la fame. Mangiavano solo zuppe di verdura, wurstel di soia e porchetta di tofu. Non ne potevano pi.
Finch una notte, esplorando la casa, Gretel fece una straordinaria scoperta. In un angolo della cucina c'era una botola nascosta. Da l si scendeva in cantina, c'erano prosciutti, formaggi e salmone selvaggio indomabile e affumicato a volont. La strega era una buongustaia.
Cos quando Vanessa tornava, faceva le foto ai ragazzi, li pesava, e si accorgeva che non solo non dimagrivano, ma continuavano a ingrassare.
- Ma che razza di metabolismo avete - diceva. - Accidenti, i miei clienti continuano a chiedere merce e io non posso presentarvi cos.
- Abbia pazienza, - disse Gretel, ballando e facendo tremare il pavimento - prima o poi diventeremo due gran fighi.
Ma dopo un mese la situazione era la stessa. La strega, che ci vedeva sempre meno, tastava i polpacciotti di Hnsel e il culone di Gretel, e sospirava. Non capiva. Finch un giorno ebbe l'idea di andare a ispezionare la cantina e si accorse che mancavano prosciutti e formaggi e non c'era pi neanche una fettina di salmone selvaggio e indomabile.
- Carognette bulimiche, - disse la strega - quello  il cibo che servo quando faccio le feste per i miei depravati clienti.
Ma ora vi ho scoperto, adesso s che dimagrirete. Hnsel, cento flessioni. E tu Gretel, vai a fare il lettino abbronzante.
Passarono un paio di mesi e Hnsel e Gretel erano irriconoscibili. Hnsel era un bell'efebo biondo e ariano e Gretel una fighetta curvilinea con maliardi fuseaux.
La strega li mise in rete ed ebbero dodicimila "mi piace" sui siti pedofili clandestini. Subito arriv una mail da un ricchissimo cliente.
Gentile strega Vanessa, i due fratellini mi piacciono, scrisse, li vengo a prendere domani. Allego ricevuta di versamento sul suo conto corrente.
-  fatta! - disse la strega fregandosi le mani. - Mi ci  voluto un po' di tempo, ma sono riuscita a vendervi e a fare un buon affare. Siete contenti?
- Mica tanto.
- Suvvia! Incontrerete gente molto affettuosa. Certo, un po' pervertita, ma il mondo  crudele, prima o poi vi sarebbe toccato. A casa vostra sareste morti di fame, invece cos morirete in mezzo agli agi, e farete felici un sacco di persone.
Hnsel si mise a piangere.
- Morire proprio adesso che ero all'ultimo livello del videogioco! - disse.
- Non  detto. Lascia fare a me - disse sottovoce Gretel.
Quella sera Gretel si vest da cheerleader e and dalla Von Vettel.
- Strega, visto che ormai vengono a prenderci, vorrei presentarmi bene. Mi piacerebbe fare un ultimo lettino solare. Abbronzata e con gli occhi azzurri sar irresistibile - disse con un sorriso malizioso.
- Hai ragione, - disse la strega - sarai un vero bocconcino.
Andarono al lettino, che sembrava un po' una capsula e un po' una cozza. Gretel fece finta di sdraiarsi, ma con una mossa rapida sgambett la strega e la fece rotolare dentro.
Po chiuse il coperchio e alz la temperatura a trecento gradi.
- Aiuto, fammi uscire brutta stronza - disse la strega.
- Ti far uscire solo quando sarai... cotta a puntino.
Quest'anno va di moda l'abbronzatura totale - sghignazz Gretel.
Insomma bruciarono la strega, caricarono sul suo Suv tutti i computer, i videogiochi, i gioielli e i contanti e guidati dal Gps tornarono a casa. Il taglialegna li vide arrivare con grande stupore.
- Figli miei, - disse - quanto mi siete mancati! E che bella roba portate.
- Gi, un sacco di roba. E di gran valore.
- Siamo ricchi! - esclam il taglialegna.
- No, pap. Io e Hnsel siamo ricchi - disse Gretel. - Tu ci hai mollato in mezzo al bosco, col cazzo che ti diamo qualcosa.
- Ma nella fiaba dei Grimm, quando i bambini ritornano, dividono tutto col padre...
- Forse nella fiaba, ma qui non succeder. Apriremo un negozio di computer in citt, ricatteremo tutti i pedofili di cui abbiamo gli indirizzi, e tu continuerai a spaccarti la schiena.
- Ma... almeno un telefonino - disse il taglialegna.
I due si guardarono.
- Va be', babbo Schultz. Avrai un vecchio Nokia con una svastica sulla custodia e un videoregistratore vintage per vedere un po' di cassette porno.
- Grazie, grazie - disse Schultz con le lacrime agli occhi.
E vissero tutti felici e contenti.



6.

Il mercante
If you don't like the effects
Don't produce the cause.
PARLIAMENT-FUNKADELIC

Il commendator Boutbout, il pi grande mercante d'armi del mondo, entr nel suo ufficio al trecentesimo piano del grattacielo Iwa a Kuala Lumpur. Apr il finestrone e vide solo nuvole, e un'autostrada lontana.
Si mise in maniche di camicia, accese un sigaro, prese le sue numerose pastiglie e not sul tavolo il Rapporto annuale sul bilancio aziendale dell'Iwa, International Weapon Association Apr, lesse due pagine e gli andarono di traverso l'acqua, l'ultima pastiglia e un pezzo di sigaro.
Suon a tutto spiano il dimafono per chiamare il direttore amministrativo, nonch suo segretario personale, Buoncuore.
Questi entr. Era occhialuto e pallido, e si vedeva che aveva una gran paura del boss. Gli tremavano le gambe e corse in fretta a sedersi.
- Dottor Buoncuore, - disse il boss sbuffandogli il fumo in faccia - non so come sia potuto succedere, ma nel rapporto di quest'anno c' un colossale, ridicolo errore. Chi l'ha scritto?
- Be', - disse il direttore - come da trent'anni, l'ho compilato io. Ovviamente, raccogliendo i dati da tutte le sedi.
- E come mai questo sbaglio?
- Io... non capisco... - disse Buoncuore con voce tremante - non c' nessuno sbaglio.
Il commendatore si alz in piedi, sbatt irosamente il rapporto sulla scrivania e tuon: - Nessuno sbaglio, mi dice? Dottor Buoncuore, da vent'anni la nostra industria fa utili che vanno dai sei ai nove miliardi di dollari. E adesso, leggo qui, la cifra finale del bilancio : meno duecento dollari...
-  proprio cos - disse il direttore.
- Se  uno scherzo, non mi piace - e il commendatore gli punt contro il sigaro come la canna di una pistola.
- Non  uno scherzo...
- Ma chi vuole prendere in giro? Forse le nostre armi sono diventate scadenti? Non sono pi l'ultimo ritrovato della tecnologia?
- No, no, - disse Buoncuore pulendosi gli occhiali imbarazzato - sono perfette.
- E allora? I nostri clienti hanno da lamentarsi di qualcosa?
- Assolutamente no.
- Avevamo ammortamenti, debiti, conti da saldare?
Controlliamo o no met delle banche mondiali? Abbiamo o no il monopolio del settore?
-  cos...
- E allora, porca puttana, mi spiega come mai da sette miliardi di dollari dell'anno scorso siamo passati a questo "meno duecento dollari"?
- Commendatore, lei legge i giornali? - chiese il direttore con un filo di voce.
- No, - disse Boutbout - sono un mucchio di merda pacifista. Pieni di retorica imbelle, melense accuse alle guerre e ipocrite foto di bombardamenti e sgozzamenti. Io faccio il venditore, non mi interessa l'opinione pubblica, mi interessa l'opinione dei militari, dei terroristi, delle multinazionali del crimine...
Ecco il punto - disse il dottor Buoncuore. - Quest'anno... come negli anni precedenti... ci sono state molte, moltissime guerre... alcune straordinariamente cruente e con grande perdita di vite umane...
E allora? Non  tutto a nostro vantaggio?
Non pi: i clienti abituali hanno smesso di comprare le nostre armi.
Il boss vide l'espressione sconsolata di Buoncuore e cap che la faccenda era seria.
Be', vede, commendator Boutbout, una cosa che non avevamo previsto... sono finite... le risorse.
Si spieghi meglio...
In questi anni i nostri clienti hanno ucciso, grazie ai nostri prodotti, cinque miliardi e mezzo di persone. Pi le mortalit varie, qualche catastrofe naturale, epidemie nei campi profughi, suicidi di veterani e un po' di accoltellati negli stadi... insomma...
Insomma?
I nostri clienti non comprano pi armi... perch non si possono pi fare guerre, n grandi n piccole...
-  cos... - Il mercato...  in calo?
Pi che in calo, in estinzione... - sospir il dottor Buoncuore. - La popolazione terrestre  oggi ridotta a seicentododici persone, di cui la met lavora nella nostra azienda.
Vuole dire che... siamo rimasti senza materia prima? - disse Boutbout.
Ahim s, - disse Buoncuore con un sospiro - sono finiti gli uomini...



7.

La mummia
Don't get mad
Get even.

AEROSMITH

Non c'era donna pi mite e amabile della professoressa Antonietta, egittologa insigne, tra le pi esperte del mondo.
Tutto il personale del Museo Darwin era d'accordo. Tutti le volevano bene e si davano da fare per aiutarla. Ugualmente, tutti convenivano che non c'era persona pi odiosa, presuntuosa e arrogante del professor Gardenia, nuovo direttore del museo, politicante insigne ed esperto di null'altro che di intrallazzi.
Quella sera Antonietta stava spiegando a una classe delle medie i misteri delle mummie. Erano in una delle cinque sale del suo reparto, la Sala dei Re, la pi grande e antica.
Alle pareti erano appese lastre di geroglifici, e quattro sarcofaghi facevano da sentinelle ai lati. Decine di reperti antichissimi dormivano nelle teche. La professoressa parlava dietro a un tavolo su cui erano disposti gli ingredienti, da lei ben  conosciuti e studiati, necessari alla mummificazione egizia. Il catrame del Mar Morto, la mirra, l'olio di cedro. Come una sacerdotessa, spiegava ai bambini affascinati e un po' impauriti la ricetta per preparare una mummia.
- Prima bisogna eliminare tutta l'acqua possibile - diceva con dolcezza. - Si deve perci aprire il corpo, liberarlo dalle interiora, il cervello, i tessuti molli e i liquidi, e poi richiuderlo. Quindi il corpo viene lavato con cura, cosparso di sali e lasciato asciugare per quaranta giorni. Come sapete, ragazzi, i sali assorbono l'acqua e infatti spesso si mettono gli alimenti "sotto sale" proprio per conservarli a lungo. Poi...
Una campanella suon fragorosamente. Una voce all'altoparlante annunci che il museo stava per chiudere e bisognava sgomberare.
- Ma non sono ancora le sei, - disse Antonietta a Rolando, il custode del reparto - mancano dieci minuti. Avevo chiesto al direttore se potevo restare un poco di pi. Non riuscir neanche a terminare la spiegazione...
Il custode scroll le spalle e indic con un'occhiata i piani alti, da cui era partita l'ingiunzione. Antonietta si guard intorno e gli alunni l'avevano gi dimenticata. Chiassosamente, si radunarono attorno alla loro insegnante e ingobbiti dagli zainetti lasciarono la sala.
La professoressa sospir e rimise a posto i vasi e le bottigliette di oli profumati. Radun i suoi appunti in una cartella e poi, in modo quasi furtivo, apr una porticina su cui era scritto Prossima apertura. Entr nella Sala De Valentin. Cos era chiamata una saletta quasi buia, dove erano ammucchiati reperti ancora da catalogare, sarcofaghi in restauro, ossami e decine di teschi che la salutarono ghignando. Antonietta si diresse verso un angolo dove c'era una forma coperta da un telo. Lo scost. Apparve una piccola mummia scura, in una teca di vetro. La professoressa la guard con interesse quasi amoroso.
- Tu - disse sottovoce - sei davvero un mistero. Un affascinante mistero... se solo riuscissi a decifrare...
Ma il suo colloquio col passato fu interrotto dalla voce rauca dell'altoparlante. Era l'odiosetta Ranetta, segretaria del professor Gardenia.
- La professoressa Antonietta  desiderata urgentemente nell'ufficio del direttore. Ripeto, urgentemente...
Sospirando, l'egittologa lasci il reparto e facendo risuonare i suoi passi nel vasto corridoio s incammin su per lo scalone, salutando le scimmie imbalsamate e il pitecantropo di cartapesta, fino a arrivare al piano degli uffici.
Incroci la Ranetta che usciva d corsa, truccandosi, verso chiss quale peccaminosa serata.
- Svelta, la sta aspettando - le soffi in faccia.
Piccola ruffiana, pens Antonietta. Ma subito si pent del pensiero, perch come abbiamo detto era dolce e incapace di cattiveria. In fondo l'odiosetta Ranetta faceva il suo lavoro.
Riprese fiato, si sistem i capelli grigio topo e buss alla porta del direttore. Al suo "avanti!" imperioso, entr quasi con un inchino.
Il boss era l, sulla regale poltrona di pelle, i piedi sulla accivana. Piccolo e tronfio, con la barbetta ben curata e i capelli tinti color birra. Era vestito con una giacca cremisi che lui trovava irresistibile ma che gli dava un'aria da presentatore da circo. Aveva arredato l'ufficio col peggio reperibile nel museo. Un gran fallo di maiolica, quattro lampadari pomposi, una tigre strabica impagliata. Ma soprattutto dietro a lui incombeva, occupando l'intera parete, un enorme cedro fine Ottocento. Era una tela di Jean Merighi, pittore francese esotista-troppista-pompierista, intitolata La cour d'Amnophis. Vi era ritratto il faraone letteralmente farcito d'oro e gemme, tra cortigiani e danzatrici, in una reggia favolosa quanto improbabile. Il quadro era talmente pieno di colori e anacronismi da risultare ridicolo. Nessun palazzo egizio era mai stato simile a quello, un incrocio tra una Versailles da cinema, l'atelier di una costumista delle Folies Bergre e un Mtv Award. Le ballerine erano sinuose e paffute, con bikini tigrati e stivali. Il faraone aveva scarpe e trucco da drag queen. Ma a Gardenia piaceva follemente. Era un perfetto ignorante, ma conosceva le mode. E sapeva vendere.
- Professoressa, come  andata la lezione? - chiese con uno sbadiglio a piene fauci.
- Oh, gli alunni erano molto interessati... certo, avevo ancora tante cose da spiegare... mi sarebbe bastata mezz'ora.
- Secondo lei - disse con malgarbo Gardenia - dovrei tenere aperto il museo mezz'ora in pi per quindici ragazzetti? Sa cosa costa mezz'ora in straordinari, illuminazione, riscaldamento eccetera?
- Capisco - mormor mestamente Antonietta.
- Professoressa, parliamoci chiaro - disse Gardenia. - Le visite al suo reparto questo mese sono state circa duemila.  poco, anzi pochissimo. Bisogna fare qualcosa per far entrare pi gente. Non siamo qui per pochi esteti, ho un bilancio da far quadrare. Il settore egizio  un lusso, uno spreco...
- Ma  molto... conosciuto...  anche un centro di ricerca, abbiamo dei reperti nuovi... d'altronde il mese scorso ha gi licenziato un mio collega e dimezzato il budget...
- Ecco il punto - disse Gardenia seccato. - Ho tagliato i costi, ma non basta. Lei  una brava e stimata scienziata, ma qua non siamo al Nobel, siamo in un grande museo che costa un sacco di soldi, e il mio compito  far tornare i conti. Gli sponsor non sono contenti. Il suo reparto non attrae visitatori, non funziona. La galleria degli animali funziona, il reparto dei gioielli antichi funziona, il nuovo reparto Moda nei Secoli funziona, la vendita dei gadget funziona. Dobbiamo cambiare, dobbiamo modernizzare. Mettere schermi, video, interattivit. Questo  ci che piace adesso. Ha visto che successo il Godzilla col megaschermo?
- Certo, ma non  scienza, ...
-  un dinosauro fotogenico,  stata un'idea vincente. Ce ne vorrebbe qualcuna per il suo vetusto dipartimento...
- Io... posso pensarci... - disse Antonietta.
- Me lo auguro, professoressa. Il suo reparto  sempre uguale da anni, ... la mummia del museo, non si offenda. Se non troviamo un'idea per rilanciarlo, al prossimo consiglio d'amministrazione dovr chiuderlo. O quantomeno, ridurlo a una o due sale.
- Oh no, - disse Antonietta - cinquanta mummie in due sale, non si pu.
- Ah s? E cosa faranno? Una manifestazione sindacale di cadaveri? - rise Gardenia. - Una o due sale basteranno. Nelle altre tre metteremo dei video. Che ne so? Film sui faraoni. Animazioni, un videogioco Trova la Tomba. Al posto del custode, due belle ragazze vestite da Nefertari... Non mi guardi con la faccia stralunata, le sto salvando il posto di lavoro... ci vuole qualcosa di nuovo.
- Oh, c' una cosa nuovissima - disse Antonietta con entusiasmo. - L'ultima mummia arrivata...
- Sai che novit - sospir Gardenia.
- No direttore, mi ascolti. Questa  particolare... enigmatica...
- In che senso? - disse il direttore, con fievole interesse.
- Be',  stata trovata il mese scorso in una tomba anomala a Deir el-Bahari. Si ritiene appartenga alla XVIII dinastia, 1550-1525 a.C. Gli anni del grande faraone Amenofi.
- Quello del mio quadro - disse Gardenia, con un lampo di interesse.
- Esatto. Mi complimento con lei. Be', quando Amenofi mor per cause oscure, gli succedette Tutmosi I. Ma non sappiamo perch, n in che modo. In realt non conosciamo nulla di quest'uomo, tranne che intorno a lui stavano due donne misteriose, Senseneb e Ahmose. La tomba appena scoperta  collegata alla supposta tomba di Tutmosi, ma  stata... nascosta. Solo con gli ultrasuoni sono riusciti a scoprirla.  ben venti metri sotto la prima tomba, si raggiunge attraverso un cunicolo strettissimo ed ... un enigma...
- In che senso? Tipo arca perduta?
- Pi o meno. Le pareti sono piene di immagini di Anubi, il dio dei Morti. Ci sono poche suppellettili. Il bendaggio  diverso da quello di una mummia normale. Ha le braccia legate sul petto da una specie di gioiello-manetta, e tra le mani tiene una tavoletta incisa. Le scritte per ora sono molto difficili da decifrare, ma sicuramente si tratta di una maledizione. La mummia  definita "colei che sa fare del male" e "la nera maga". Per il sarcofago  ricchissimo, come quello delle regine.
- Be', perch le hanno fatto una tomba cos ricca, se era una specie di strega? E perch hanno fatto di tutto per nasconderla?
Antonietta cap che Gardenia si stava incuriosendo.
- La mia ipotesi  che il faraone si sia liberato di lei, ma non abbia avuto il coraggio di negarle una sepoltura regale.
Forse perch l'amava... o la temeva...
Gardenia giocherell col fallo di ceramica. Chiss quali idee ultramoderne gli frullavano per la testa. Ma sembrava interessato.
- Uhm, - disse infine - cerchi di decifrare il pi possibile.
Forse potremmo trovare una storia avvincente. Amore, morte, vendetta. Non le solite scempiaggini storiche e le sfilze di dinastie...
- Oh s, mi dia questa possibilit - disse Antonietta.
- Va bene, domani sera verr a vedere la mummia, - disse Gardenia - ma non le prometto niente. Ripeto che per me il suo reparto deve essere ridimensionato, o cancellato. Qui comando io.
- Come un vero faraone - disse Antonietta.
- Proprio cos - disse Gardenia soddisfatto.
Tutto il giorno dopo Antonietta lavor al suo computer, nel piccolo ufficio attiguo alla Sala dei Re. Cercava di decifrare, ingranditi sullo schermo, i geroglifici della tavoletta.
Non aveva mai visto niente di simile. Un primo strato di segni, tracciati con precisione, era comprensibile. Ma poi era stata sovrapposta una seconda serie di segni, incisi rozzamente. Qualcuno aveva scritto sul gi scritto. Forse la stessa mano, o mani diverse? E perch si era deciso di rendere tutto cos difficile da interpretare?
Entr nella Sala De Valentin e si sedette vicino alla mummia, come al capezzale di un malato. Stava per aprire la teca quando all'improvviso ebbe un capogiro, quasi uno svenimento, e sent come se un fiume in piena la invadesse. Un fiume di immagini, di rumori, di odori acri e penetranti. Si sent mancare. Pens che era stata troppo tempo concentrata davanti al computer. E le sembr anche di sentire una voce, un lamento lontano di donna. Si riprese, respir con calma e apr la teca. Sfior la mummia con una mano. Di nuovo la testa le gir, il fiume la invase e sent distintamente un grido, un urlo di sconfinato terrore. Ebbe paura, chiam il custode.
- Rolando, c' qualcuno in giro?
- No professoressa, - disse il custode - qualcosa non va? La vedo pallida.
- Credo sia solo stanchezza - disse Antonietta, prendendosi la testa tra le mani.
- Sta lavorando troppo. Tra poco vedr il direttore? Crede che chiuderanno il reparto? Dovr cercarmi un altro lavoro?
- Non saprei Rolando, non disperiamo. Dipende da stasera. Sa se oggi viene il dottor Gomma?
- Non lo so... non ha orari quello.
Il dottor Gomma aveva ventisei anni, occhiali fsforescenti, capelli fucsia, ed era l'esperto di computer. Un nerd geniale che le dava una mano nel decifrare le iscrizioni, Gomma era sicuro che gli egiziani fossero marziani. Avevano gi inventato il computer, ma avevano rinunciato a usarlo per non farsi scoprire dai terrestri. I geroglifici erano i residui di un linguaggio iconico-informatico, e le piramidi erano state costruite col teletrasporto o con gru azionate da astronavi, Come dubitarne?
Erano le otto, due ore dopo la chiusura, e Antonietta era rimasta sola al pianterreno. Il museo era pieno di echi e fruscii, parecchi topi abitavano i corridoi e le biblioteche.
Di nuovo guard la mummia, e le mani legate sul petto.
- Cara amica, ho poco tempo per inventarmi una storia interessante e orrifica per il dottor Gardenia. Aiutami tu.
L'aveva appena pensato che un nuovo mancamento, pi forte dei precedenti, la stord. Forse svenne, forse si addorment. Quando si svegli sent uno strano profumo di mirra e bitume. Si mise al computer come in trance, e scrisse. Lavorava frenetica e neanche si accorse che alle sue spalle era arrivato Gardenia, insieme a un tipo allampanato, con gli occhiali neri e i capelli lunghi da rocker.
- Ecco la professoressa che fa gli straordinari, come sempre! - esclam il direttore. - Be', vediamo cosa ha trovato per convincerci. Le presento il dottor Casaletto, della Virtual, la ditta di animazioni che si occupa dei nostri filmati e della robotica. Ed  anche... un nostro grande sponsor.
- Piacere - disse Casaletto, porgendole una mano inanellata.
- Allora, ci fornisca una bella sceneggiatura - disse Gardenia. - Questa  la sua mummia? Sembra come le altre.
- Non lo , - disse Antonietta - e la sua storia potrebbe essere questa. Torniamo a Amenofi... il suo collega faraone... Gardenia sorrise compiaciuto.
- Be', quattromila anni fa il grande Amenofi muore, Tutmosi I sbuca dal nulla e diventa re. Come e perch? Una delle tante ipotesi  che Amenofi sia stato avvelenato. Tutmosi era medico e stregone, e sua madre Senseneb era esperta di erbe. In tutto questo, il ruolo pi misterioso  quello della regina Ahmose. Non era una principessa, al contrario di quello che si  pensato fino a qualche anno fa. I suoi unici titoli sono "Moglie del Re" e "Sorella del Re". Che potrebbe voler dire amante o chiss cosa.
-  lei la nostra mummietta?
- Sono sicura di s. Ma i misteri sono tanti. I geroglifici della sua tomba sono invocazioni a Anubi il dio dei Morti e in uno di essi si legge la frase "a te viene lentamente portata la strega". Ma credo che le scritte pi importanti siano quelle incise sulla tavoletta tra le mani ammanettate. Ho decifrato alcune parti: e io scelsi la maga pi oscura... nelle vostre mani il sangue di Amenofi... maledetta tu sia, per quanto ti ho desiderato... che tu muoia amata come una regina e maledetta come la peggiore delle donne... nascosta qui, inferiore perch nessuno...
- Abbiamo bisogno di tutto il testo! - disse Gardenia. - Cosa facciamo, un audio a singhiozzo?
- Se mi lascia tempo, posso decifrare il resto.
- Be', per sembra una vera storia di amore morte e vendetta, - disse Gardenia - un vero drammone. Che ne pensa, Casaletto?
Il rocker annu.
- Proviamo a immaginare la storia - prosegu Antonietta con foga. - Probabilmente Ahmose insieme a Senseneb aiut Tutmosi a liberarsi di Amenofi e a divenire faraone, ma subito dopo congiur contro di lui. O forse voleva confessare il delitto... E Tutmosi la uccise, pur amandola ancora. Le diede una sepoltura regale, ma non insieme a lui, sotto la sua tomba, dentro le profondit "inferiori" della terra. E sulla tavoletta ci sono altri segni che non riesco a decifrare, sono come... deformati rispetto ai geroglifici normali... solo uno  chiaro e dice: Vendetta.
- Direi che non  male - disse Casaletto, che stava prendendo appunti.
- Quindi le interessa? - disse Antonietta.
- Venga nel mio ufficio - disse Gardenia, con piglio deciso.
Era ormai notte, salirono lo scalone in silenzio. Il direttore la fece accomodare e le offr persino da bere. Parlava all'orecchio di Casaletto e rideva. Antonietta era nervosa.
- La sua  una bella storia, - disse infine Gardenia - secondo me ce l'ha anche un po' astutamente romanzata. Ma raccontata a voce non funzionerebbe. Vero, Casaletto?
- No, - disse Casaletto - per potrebbe essere la base per un ottimo video. Cartoni animati, o usando una bella attrice, tutto in digitale. I livelli delle tombe mi ricordano i videogiochi. Si potrebbe intitolare: La maledizione di Amosia.
- Ahmose.
- Quello che ... Insomma, potrebbe essere uno dei video del nuovo reparto.
- Non capisco.
- Professoressa. Tutto sta per cambiare. Non  curiosa?
- Curiosa di cosa?
- Abbiamo un grande progetto - disse Gardenia. - Dopodomani parto per New York, star via una settimana a studiare i musei di ultima generazione. Torner e tra due settimane presenteremo il nuovo piano Darwin Two, il museo verr completamente ristrutturato. Abbiamo trovato nuovi sponsor. Tre quarti del museo saranno spostati su supporti digitali. Schermi e video interrativi. Il suo reparto si chiamer Storie dell'Antico Egitto.
- Ma... i materiali, i reperti?
- Verranno filmati, i visitatori li vedranno ancora. La maggior parte naturalmente la venderemo. I tedeschi e i cinesi hanno fatto ottime offerte. Le sue mummie faranno un bel viaggetto.
- E io? - disse Antonietta, trattenendo a stento una lacrima.
- Lei rester come consulente per le sceneggiature, - disse Gardenia con un sorriso perfido - cio ci aiuter a realizzare tante bellissime storie come quella che ha appena raccontato...
- E il resto del museo?
- Verr quasi tutto digitalizzato - disse Casaletto con improvviso tono da padrone. - Ovviamente ci sar grande risparmio di spazio e met, l'ala nord, verr venduta a privati... forse un albergo, forse una casa di moda. Questo rilancer il Darwin e...
- Non  una buona idea - lo interruppe a sorpresa Antonietta. - Una cosa  vedere una mummia dal vero e una cosa assistere a una storia improbabile sullo schermo. Una cosa  sentire gli odori dell'imbalsamazione, vedere le tecniche antiche, e altra cosa  farci un video...
- Buona idea, - disse Casaletto - un video sull'imbalsamazione... un po' pulp, molti dettagli.
La professoressa Antonietta non riusc a trattenere la rabbia.
- Insomma avete deciso...  tutto finito.
- Tutto ricomincia - disse Gardenia. - Il museo si modernizza, il bilancio  salvo, gli sponsor restano. E lei potr lavorare da casa... tanto tra due anni sarebbe andata in pensione, no?
- E chi si occuper del trasloco? Chi avr cura di queste cose preziose?
- Non si preoccupi. Arriveranno gli esperti tedeschi o cinesi... penseranno a tutto loro.
- Mi preoccupo! - url di colpo Antonietta, quasi stupita dal suo stesso impeto. - Sono secoli di storia, sono oggetti, corpi e segreti che hanno attraversato le epoche... cancellare tutto questo grida vendetta!
- Professoressa, - disse Gardenia - si calmi! Non l'ho mai vista cos.
Era vero. Sembrava un'altra persona, si era alzata in piedi scarmigliata e ansimava.
- Lei - disse facendo un passo in avanti - ... un assassino... Gardenia rest senza fiato. Poi parl gelido.
- Far finta di non aver sentito, professoressa. Domani per favore porti via tutte le sue carte e il computer e vuoti l'ufficio. A sera verr a salutarla e mi consegner le chiavi del reparto. E mi dar qualcosa di scritto sulla storia della mummia, se vuole. Adesso se ne vada, io e Casaletto dobbiamo parlare di budget.
- La saluto, faraone - disse Antonietta sbattendo la porta.
Antonietta non dorm. Era dispiaciuta di aver perso il controllo. Era come se qualcuno avesse parlato attraverso di lei. Tutta la notte sogn di soffocare, si svegliava col fiato mozzo e l'alba la trov inquieta e spossata. La mattina arriv tardi al museo e cominci a radunare le sue cose in uno scatolone, sotto l'occhio triste di Rolando. Poi cerc di lavorare ancora un po'. Era l'ultima volta, pens, che vedeva quelle stanze in cui aveva lavorato per quarant'anni. Un'eternit.
- Quarant'anni mi sembrano lunghi... - disse guardando la mummia. - Ma che dire di te, sorella, che mantieni il tuo mistero da quattromila anni?
Si sentiva triste, e ancora piena di rabbia. Quando si avvicinava alla mummia di Ahmose provava una specie di scossa elettrica, un morso nell'anima. Era come se udisse una voce troppo lontana per capire le parole. Doveva fare qualcosa ma non sapeva cosa. Non aveva ancora deciso se consegnare a Gardenia la "sceneggiatura". Forse era meglio che il mistero d Ahmose rimanesse inviolato. Ma s, gli scriver due pagine, pens infine... Da sempre ci sono stati faraoni e sudditi, re e amanti, delitti e ingiustizie. Adesso come quattromila anni fa. Che senso aveva pensare a quell'unica parola - Vendetta - che aveva decifrato dai geroglifici del secondo strato?
G, i geroglifici misteriosi. Stava per mettere via nello scatolone i fogli stampati del computer. Ci pos sopra gli occhiali e attraverso le lenti vide i segni ingranditi e deformati. Avevano un nuovo aspetto. Subito il suo sguardo corse alla mummia, come se questa la chiamasse, chiedesse attenzione... Guard le mani ammanettate. Chiuse gli occhi, vide.
E cap, in un attimo.
Chiam subito al telefono il giovane Gomma. Sapeva che era nel suo ufficio, sentiva i bassi del suo gruppo rock preferito rimbombare nel corridoio. Il genio dei computer si present, coi capelli fucsia sconvolti e una sigaretta in bocca.
- Licenziano anche me, - disse - vogliono cambiare tutto, i bastardi. Rovineranno il nostro museo per farci una sala videogame. Preistoria! E pensano di essere moderni! Cosa possiamo fare?
- Non tutto  perduto. Aiutami, ho scoperto qualcosa.
- Sono qua, baby - disse Gomma.
- Non siamo mai riusciti a decifrare il secondo strato dei geroglifici. Sono... eccentrici, per cos dire. Ma m  venuta un'idea. Immagina che tu debba scrivere sdraiato sulla schiena, a pancia in su. Non puoi alzarti e non puoi muovere la testa. E non puoi muovere bene le mani, e neanche tenere alto il foglio. Come scriveresti allora?
- Sdraiato senza alzare la testa e con le mani impedite? Be', non sarebbe facile. Dovrei scrivere senza vedere quello che scrivo. Tenere il foglio sulla pancia e immaginare quello che scrivo.
- Esatto... senza riuscire a vedere... come diventerebbe allora la tua scrittura?
- Be', sicuramente modificata... diciamo che probabilmente ne verrebbe fuori una deformazione dei segni, una prospettiva allungata... pi o meno un'anamorfosi.
- Esatto... allora prendi i geroglifici misteriosi. Sei in grado di interpretarli come se fossero soggetti a una leggera anamorfosi?
- S, forse ho un programma grafico per farlo.
- E quanto ti ci vuole?
- Un tempo egizio. Dieci minuti.
Gomma lavor febbrilmente. I segni misteriosi mutarono, la loro forma si rivel.
- Per Tutankhamon, - disse Gomma - ora sono diversi.
Sono assolutamente, chiaramente...
- Interpretabili - disse Antonietta. - Grazie.
- Vuoi che resti?
- No. Ora tocca a me - disse Antonietta.
Pass meno di un'ora. Antonietta telefon a Gardenia.
- Direttore, venga gi nel reparto - disse. - C' qualcosa di nuovo, che rende la storia straordinaria e affascinante per i suoi progetti... si fidi.
- Non  un trucco per perdere tempo? - rispose Gardenia.
- Venga. C' una sorpresa.
Erano trascorsi cinque giorni. Antonietta era regolarmente al suo posto di lavoro, nella Sala De Valentin. La mummia di Ahmose era al centro della stanza, e la teca era aperta. Su un tavolo erano disposte boccette e anfore da cui provenivano odori intensi. Una montagna di sale brillava in un vaso di vetro. Antonietta stava apprestandosi a qualche particolare intervento su un reperto. Spalm una benda di mirra odorosa, e riemp di liquido una siringa.
- Mi ci  voluto un po' di tempo, direttore, - disse allegra - ma alla fine ci sono riuscita. Il secondo strato di geroglifici era stato scritto in una situazione difficile da immaginare. Questo me li faceva sembrare illeggibili. Ma una volta risolto il mistero, li ho decifrati. La scritta dice: La mia accusa  ingiusta. Non ho commesso alcun delitto.
La mia vendetta attraverser i secoli. Madfuna hajia.
Non mi chiede cosa vuol dire madfuna hajia? Stia attento, sto per svelarle la soluzione: i segni sulla tavoletta sono di mani diverse. I primi sono stati incisi per ordine del faraone e contengono i motivi per cui Ahmose venne uccisa, e la sua ira di amante tradito.
Gli altri segni... be', lei non ci creder, ma sono stati scritti da Ahmose. Con un anello d'oro appuntito che le ho trovato al dito, quando ho aperto le bende. L'anello for il tessuto e lei li incise, con grande sforzo e senza poterli vedere.
Li graffi con le mani incatenate, sdraiata, avvolta nelle fasce. Capisce adesso? Madfuna hajia significa: sepolta viva.
S, la crudelt del faraone fu tale che Ahmose fu avvolta nelle bende e fatta morire lentamente in quella tomba. Infatti la mummia presenta i segni di una doppia fasciatura. La prima, molto stretta, che porta traccia di residui organici e liquidi, fu fatta quando lei era ancora viva. Il secondo bendaggio fu fatto dopo la morte, quando il mummificatore termin l'opera.
Non si accorse, o non volle accorgersi, che Ahmose aveva raccontato la sua fine nella tavoletta. Una storia davvero crudele e spaventosa, direttore. Sarebbe straordinario metterla nei suoi nuovi video. A proposito, come mai tutti la cercano e ogni decisione sembra sospesa? Dicono che lei sia scappato con la cassa a New York. Ma non  vero, io so cos' accaduto veramente. Io e Ahmose lo sappiamo.
Ahmose in questo momento  a casa mia, l'ho spedita insieme alle altre casse quando ho sgomberato l'ufficio. Avr tutto il tempo per studiarla. Perch vede, non ho la minima intenzione di contestare le sue decisioni, non voglio restare ancora al Darwin. Ma devo finire un lavoro. Il mio lavoro  lei. Mi scusi se per prepararla meglio le ho offerto quel t con laudano e artemisia. Probabilmente anche gli egiziani usavano queste erbe per stordire le vittime. Forse anche Ahmose fu drogata cos, quando la calarono viva nella tomba.
Ma ora abbiamo mezzi moderni. Adesso le far un'iniezione che la calmer.  la sola deroga al protocollo egizio.
Il resto sar tutto proprio come  accaduto quattromila anni fa, si fidi della mia esperienza di studiosa. Mi dispiace se lei ci metter un po' a morire, ma la vendetta  una cosa seria, e Ahmose vuole cos. Quindi ora chiuder la teca di vetro e aspetter con pazienza, solo io ho le chiavi di questa sala. E quando mi accorger che lei ... tranquillo, eternamente tranquillo, le far una mummificazione degna... di un faraone.  contento direttore? Non risponde? Ma gi, anche se riuscisse a parlare o gridare, bendato com', chi la potrebbe sentire? Ma a respirare ci riesce, vero? Sono stata brava a fasciarla?
Dalla mummia venne un gemito e una mano si contrasse.
- Torner domani. Madfuna hajia, direttore - disse Antonietta. - Buonanotte.
Spense la luce, chiuse la porta, e i suoi passi risuonarono sul pavimento del museo deserto, insieme a un grido strozzato.



8.

Candy
Lei  cos nuda,  unica.
 la somma di te e dei tuoi sogni.
Montala come un monumento, gradino per gradino.
Lei  solida.
ANNE SEXTON

Molto diversi i due uomini, seduti nel grande terrazzo dell'albergo, davanti alla baia ingorgata da yacht e velieri. Un Arcipelago di legno e vele, neanche lo spazio per nuotare. Le alberature e le antenne dondolavano pigramente, si udivano musiche diverse e sui ponti oziavano padroni ed equipaggi.
Era un mare di lusso, l'albergo era di lusso, ed erano di lusso anche i long drink in mano ai due, calici in technicolor da cui sbucava l'albero maestro della cannuccia.
Il primo personaggio era vestito di tutto punto, anche se era un pomeriggio afoso. Giacca celeste, pantaloni bianchi e mocassini di pelle sottilissima, praticamente due pantofoline. Era un esemplare di cinquantenne abbronzatissimo, con zigomi lustri d lifting. Il sorriso era una smagliante paresi.
Non sudava, i capelli catramati non prendevano vento, l'orologio d'oro sfavillava al sole.
Gli sedeva al fianco un suo coetaneo senza attrattiva alcuna. Grassottello, coi capelli radi e grigi e rughe impietose sul volto. Indossava una camicia verdognola con spalline militari, chiazzata di sudore, pantaloni marron quasi invernali e sandali ortopedici. Non era ovviamente abbronzato, ma paonazzo. E il long drink, nelle sue mani, non possedeva la pittorica bellezza dell'altro, ma sembrava un desolato tentativo di agghindare una gazzosa. Per di pi, mangiava patatine e olive con l'avida goffaggine di un bambino.
- Quando ti deciderai a prenderti una vera vacanza, Walter? - disse l'abbronzato. -  met agosto e sei bianco come un verme.
- Ai computer non interessa il mio look, Marcello - rispose Walter.
- Sei un programmatore brillante, ma sei rimasto il povero sfigato che eri a scuola - disse Marcello. - Ho cercato di spronarti a essere un uomo di successo, ma ormai hai cinquant'anni e non c' pi niente da fare.
- Be', certo io non sono te - disse Walter succhiando un sorso di beverone. - Ma come vedi, eccoci insieme allo stesso congresso.
- S, - disse Marcello - ma io sono il pi grande venditore di applicazioni per telefonini del paese, tu sei un piccolo programmatore. Io parler di World Market nella sala grande. Tu ammorberai pochi intimi con i tuoi algoritmi, in una saletta decentrata.
- Senza il mio lavoro, niente internet, applicazioni o telefonini - disse con fioca fierezza Walter.
- Questo  vero - disse Marcello, improvvisamente eccitato. - Be', visto che ci siamo rincontrati, festeggiamo! Che ne dici se ti... insegno... a divertirti un po'?
- A divertirmi? E come?
- Vedi quelle due ragazze che si sono appena sedute l in fondo? La mora con la tutina attillata, e la bionda con la schiena nuda e la mini di pelle? Ti piacciono?
- Be', s... sono... alte.
- Dimentica che sei sposato, un po' di entusiasmo, Walter! Be', se vuoi le invito al nostro tavolo.
- Le conosci?
Marcello rise e gli diede una gran pacca sulla coscia, gesto che infastidiva Walter fin dai tempi del liceo.
- Walter, sveglia! Non importa conoscerle. Sono Candies, caramelle? Capisci?
- Vuol dire che?
- Certo, sono sintetiche, sono due modelli Pixar-Kiteh di penultima generazione, perfette nei movimenti, solo un po' lente. E guarda la pelle, l'incarnato, lo sguardo. Hanno cinquanta piccoli motori interni, sono di gel siliconato e bioderma, contengono pi circuiti e dati del tuo computer.
- Be', s, sono perfette, ne ho vista qualcuna alla fiera del Virtuale,  sempre pi difficile distinguerle dalle donne vere.
- Non per un occhio esperto come il mio - disse Marcello.
- Vedi, riconosco subito il modo che hanno di studiare la situazione e cercare un cliente. Coi loro occhioni bluetooth hanno gi puntato i due target su questo terrazzo, quelli che hanno l'app pronta per loro. Io e quello sceicco da una tonnellata, mezzo addormentato sul dondolo. Ma quello  gi in compagnia di due troie.
- E qual  la differenza fra... troia e Candy?
- Interessante discussione filosofica, Walter. Potrei dirti che ci mettono meno a truccarsi, che non ti spiegano perch fanno quel mestiere, e che la differenza non  prima n durante, ma dopo. Bisogna provarlo. E io l'ho gi provato molte volte, quasi cento per l'esattezza.
- Perci?
- Perci, ora ti faccio vedere.
Marcello carezz il telefonino, le ragazze sorrisero.
- Vedi, si sono collegate subito, stanno controllando la mia carta di credito e i miei ultimi contatti con Candystore, la loro ditta. Poi manderanno un messaggio, o verranno qui a dirci se sono libere stasera.
- Ma io non voglio... non credo che mi piacerebbe.
- Uffa, sei proprio una lagna. Prova una volta, almeno.
Potrai studiare i loro algoritmi... sono pi sexy di un iPad, non trovi?
- Ma... se ne stanno andando...
- Gi,  strano. Anzi, non  strano. Lo sceicco ha rilanciato, quel bastardo, lo vedi col telefonino in mano? Secondo me ha proposto una tariffa tripla speciale, e le ha invitate a una festa. Infatti vanno da lui.
- Ti hanno fregato.
- Una donna vera ti frega, una Candy semplicemente sceglie la soluzione commerciale migliore. Pensi che ti abbiano trovato sudaticcio e sgradevole? Ti senti respinto?
- No, ma... insomma, allora  tutta questione di soldi. -
- Sei ridicolo, Walter. Pensavi che ci fossero in ballo i sentimenti? -
- No, per... qualcosa di simile all'orgoglio, al corteggiamento.
Un'altra pacca sulla coscia risuon sul terrazzo dell'hotel.
- Anche io ho i soldi. Potrei rilanciare. Ma non lo faccio. Ci sono Candies molto pi belle. Tra un po' ne conoscerai una.
- Sei ancora ricco, Marcello? - chiese Walter con voce incerta.
- Perch me lo chiedi?
- Be', le voci girano... hai fatto bancarotta tre volte, sei fallito poi hai ripreso l'attivit... hai fregato un sacco di investitori, hai avuto due condanne per evasione fiscale, e adesso ti ritrovo a capo di un'azienda informatica... Come fai?
- Ho scoperto da tempo il segreto, - disse Marcello, strizzando l'occhio - basta fallire al momento giusto. Farsi dare i soldi, nasconderne un po' da qualche parte. Poi dire, ragazzi non ne ho pi. Se volete vi rid il venti per cento. E ricominciare. E spendere, spendere, fregarli con l'apparenza, Fai debiti grossi, Walter, buchi di milioni. Non andrai mai in galera per quelli, perch ti tireresti dietro altra gente.
In galera ci vanno i pezzenti. Io ho fatto fallire una squadra di calcio, un'agenzia di spettacolo, una societ immobiliare, ho messo in crisi almeno tre banche. Eppure, con qualche piccolo ricatto e qualche assessore amico, sono pi che mai sulla cresta dell'onda. Ti far una confidenza. Come liquidit, sono quasi a secco da mesi. Ma ho la Ferrari in leasing, tre case intestate a una zia pensionata, un guardaroba da Hollywood, questo albergo mi ospita gratis perch porto gente al loro casin, e domani sera avr venduto tutte le nuove app e intascher i soldi. Poi se le app non funzionano, pazienza, fallir e ricomincer...
- Ho capito. Matematicamente, si potrebbe definire una teoria della sottrazione di Davids.
- Cosa?
- Niente, niente... ma insomma non sei cambiato da quando a scuola vendevi l'hascisc e le copie dei miei compiti di matematica.
- Sono quello che tu non sei riuscito a essere, - disse Marcello - e in fondo mi ammiri.
- Un poco s, - convenne Walter con una smorfia - spesso ammiro quello che non capisco. Ma non vorrei mai essere come te.
- Non ti piacerebbe avere una Candy alla settimana, diversa, sexy, sorprendente?
Walter sospir.
- Ho una moglie noiosa, sfiorita in fretta, ma mi sta vicina, mi sostiene.
- E il sesso?
- Be', dopo trent'anni, lasciamo perdere. Era diverso all'inizio, quando volevo conquistarla.  bello il corteggiamento, il desiderio, l'attesa... Marcello diede una manata sul tavolo scompigliando le olive.
- Ma dai! Roba di secoli fa. Una perdita di tempo col rischio di un rifiuto, un investimento senza profitto. Con le Candies vai sicuro. Niente rinvii, tattiche, strategie, isterie, cene coi suoceri, mal di testa improvvisi e tu-non-mi-ami-pi. Basta con le donne cosiddette vere, un contatto telefonico e via. E sono una meglio dell'altra, ogni modello  speciale, e a letto... ti assicuro, hanno un sacco di pornobyte.
- Ne hai avute molte?
- Da cinque anni ormai solo loro - disse Marcello, allungandosi sulla sedia e guardando il mare. - E mi hanno reso sinteticamente felice... o quasi.
- E... insomma... ti sei mai... innamorato?
La risata di Marcello fu fragorosa e seguita da un tale raptus di ilarit da rovesciare il tavolo, il long drink, le patatine e ogni delizia annessa.
- Walter, tu sei davvero scemo... innamorarsi di una bambola... sei patetico.
- Chiedevo - disse Walter quasi umiliato. - Sono belle, hanno il settanta per cento delle espressioni umane... so che sono programmate per lunghe conversazioni... se uno avesse un po' di fantasia potrebbe, per una notte, credere che... insomma, che abbiano un sentimento. Non un sentimento umano, ma qualcosa che pu emozionarti.
- Nessun sentimento, - disse Marcello - piacere e basta.
Ogni tipo di piacere, sono pronte a tutto. Cento volte pi di una banale prostituta in carne e ossa.
- A tutto?
- Ti spiego. Quando ti accettano come socio del Candystore, devi firmare un lungo contratto. Anzitutto, ovviamente, vogliono la tua carta di credito. Poi, appena sei nell'albo dei clienti puoi scegliere il tipo di contatto, possono anche farsi vive loro a sorpresa. Ogni volta si definiscono durata e limiti della prestazione. Le scegli con un piccolo video sul cellulare... vedi ad esempio questa, Eva 45? Ha tre cuori gialli, very sweet, questa ne ha tre rossi, very hot... questa  shy comedy, fa finta di essere timida poi si scatena... Poi ci sono i costumi, l'attrezzeria e ovviamente il menu sesso. Seicento, dodici voci, da anal a fisting, a strap-on vegetables, a...
- Basta, basta, - disse Walter - conosco bene questi elenchi. Ho lavorato in una ditta di antivirus contro i siti per pedofili. So d cosa parli.
- Allora sai che i programmatori del Candystore sono i migliori... possono basarsi su una tua sceneggiatura, puoi combinare trecento strutture di storie. Ovviamente c' sempre il momento in cui non trovi la Candy che vorresti o ti manca qualcosa, ma ti assicuro che sono soldi ben spesi.
- Cosa vuol dire che... ti manca qualcosa?
- Be', - disse Marcello abbassando la voce - posso confidarmi con te? C' il rischio che dopo un po' gli incontri con le Candies s assomiglino. In realt ci sono anche troppe regole. Il Codice di Lealt Virtuale, il CLV,  una vera palla.
Mancano cose... forti... come minorenni, sottomissione, sangue, violenza... capisci?, cose non programmate, istinto puro e brutale.
- Ma ho letto che c' anche un settore per questo...
- S, le Snuff Candies, ma sono di qualit pessima, fatte in Thailandia o in Russia. Sono bambolotte che puoi massacrare senza una vera reazione, e se ti becca la polizia son grane. No, quello  un mercato per piccoli depravati. Ma profanare e andare al di l delle regole con una Candy di classe... quello  speciale.
- E si pu?
- Non si pu. Ma succede - sogghign Marcello.
- In che senso? - chiese Walter, un po' spaventato dal sorriso cattivo dell'altro.
Marcello si mise gli occhiali da sole azzurrati. I suoi occhi sembravano quelli di uno squalo.
- Be', due o tre volte mi sono davvero divertito. Una l'ho picchiata fino a romperla, c'erano pezzi in tutta la camera.
Hanno arti straordinariamente complessi. La seconda l'ho impalata con un grosso bastone di ferro. Mentre lo facevo ripeteva "procedura sconosciuta, ti prego di interrompere".
Ma con la terza  stato straordinario. Nastassia 5S, bionda, occhi azzurri, una fata meravigliosa! La prima volta mi  piaciuta tanto che la seconda m sono voluto cavare tutte le voglie. L'ho legata e ho cominciato a torturarla e lei ripeteva con voce dolce "non capisco, c' qualcosa che non ho fatto bene?". Poi ha iniziato a fare uno strano rumore, una specie di gemito. E piano piano l'ho stretta alla gola.  stata l'unica che sembrava soffrire davvero. Si dibatteva e diceva "non premere l, ho dei sensori delicati", e gli occhi le brillavano come gemme. Ha tentato di dibattersi, l'ho tenuta ferma.
L'ho soffocata, se il termine  adatto.  rimasta bianca, inerte, le vibrava solo una mano. Mi  piaciuto moltissimo.
- Ma... dici che sono bambole e poi ti accanisci cos... sei proprio strano. E cosa hai detto al Candystore?
- Ho detto la verit, l'avrebbero scoperta comunque. In fondo  come avere un incidente con una macchina a nolo.
Mi hanno inviato dei messaggi interminabili. Le prime due volte mi  arrivata una multa per comportamento non corretto, danneggiamento, inadempienza contrattuale eccetera.
Ho pagato e mi hanno reinserito nell'albo clienti. Per Nastassia ancora non ho ricevuto niente. Mi faranno la solita ramanzina, mi solleciteranno a pagare i danni... poi tutto come prima.
- Ma non capisco...  come se avessero previsto anche questo.
- Proprio cos. Forse sanno che i loro clienti sono dei veri bastardi. Ma non pensiamo al passato, godiamoci il presente. Sta arrivando Ker 88.  una Candy d sesta generazione, la pi perfetta che c' sul mercato. Costa il doppio ma ne vale la pena.
Anche Walter rest senza fiato. Sul terrazzo era apparsa una donna bellissima, con capelli lunghi e ondulati, un vestito nero scollatissimo, grande cappello, borsetta di raso e collana di corallo. Sembrava una diva anni cinquanta, una Lauren Bacall. Sorrise e si sedette vicino ai due, accese una sigaretta. Walter rest incantato dal realismo con cui aspirava e soffiava il fumo.
- Ciao Ker 88, - disse Marcello - sei meglio che nel video.
- Anche tu non sei male - disse Ker con voce bassa e sensuale. - Lui  un tuo amico?
- S, Walter Godin. Un programmatore di computer. Non  mai stato con una Candy.
- Prima o poi dovr provare, signor Walter - disse Ker.
- Col mestiere che fa, lei dovrebbe conoscerci bene... un po' come uno psichiatra, no?
Walter rest strabiliato. Era programmata anche per qualcosa che sembrava ironia.
- Bene, - disse Marcello - ho scelto il programma 106, che prevede che io e te adesso andiamo sul mio yacht, delizia, e poi c' un tuo strip e poi... Ker spense la sigaretta e parl con voce neutra. Si rivolse a Marcello dandogli del lei.
- Il suo programma, egregio cliente,  stato invalidato.
Sono qui per comunicarle che lei non fa pi parte dell'albo Candystore. Ci deve ancora pagare sei prestazioni. In pi, c' il danneggiamento dell'unit Nastassia 5S e le sanzioni per la violazione del CLV, Codice di Lealt Virtuale... la multa sarebbe di trecentomila euro.
Marcello sembr furibondo e la prese per un braccio. Lei si liber con forza inaspettata.
- Senti, bella. Non capisco questo tuo comportamento.
Sei qui per un incontro o no?
- S, ma ho una programmazione precisa. Lei deve pagare.
- Pagher, nel contratto c' scritto che ho mezzo milione di credito, prima di interrompere il rapporto. Posso fare un versamento dalle Bahamas entro poche ore.
- No. Legga bene il contratto. Il tempo per il pagamento  scaduto e lei  stato cancellato dall'albo con procedura 34 A. Ma non  questa la cosa pi grave. Per il suo comportamento con l'unit Nastassia 5S, le viene imposto il provvedimento Nex.
- Ma...  un provvedimento che conosco bene, - disse Walter stupito - ci ho lavorato, ma si applica solo in caso di crimini di guerra.
- No, la Candystore ha comprato dall'esercito l'intero pacchetto dati e quindi ora ha il diritto di applicarlo nei confronti dei clienti.
- Va bene, - disse Marcello con aria di sfida - e allora cosa fate? Mi sbattete fuori, sono espulso? Be', chi se ne frega, ci sono altri due grandi siti che trattano Candies, uno arabo e uno russo, andr da loro, non siete i soli sul mercato.
- Temo che non potr - disse Ker alzandosi in piedi.
Sembrava altissima, e teneva la mano nella borsetta.
- Voglio proprio vedere come lo impedirete - ghign Marcello.
- Abbiamo un accordo con la Harem Arabia, e abbiamo appena comprato tutte le Candies russe. Controlliamo il mercato.
- Ci sono sempre i siti illegali, - disse Marcello - e adesso vattene o ti prendo a schiaffi, troia di silicone...
- Credo che lei non abbia capito la gravit della situazione - sospir Ker. - Signor Godin, leggo nei miei dati che lei conosce la procedura Nex. Vuole spiegarla al suo amico?
- Preferirei di no - disse Walter.
- Registro il suo rifiuto. Be', la procedura Nex prevede, oltre alla cancellazione dall'albo dei clienti, anche l'eliminazione fisica dell'inadempiente. Non possiamo permettere che gente come lei, Marcello, distrugga prezioso materiale della nostra ditta, per di pi un modello unico. E inoltre il suo esempio potrebbe diffondersi presso altri utenti.
-  uno scherzo, vero? - rise Marcello. - Ma gi, il programma 106 prevedeva "serata sorprendente". Come ho fatto a non pensarci... Ker estrasse dalla borsa una pistola e la punt con calma.
- Applico la procedura Nex in conformit alle leggi del contratto mondiale di prestazioni biosimilari e al Codice di Lealt Virtuale.
- Straordinario - disse Marcello a Walter. - Sembra un film horror, vero?
Ma Walter si era nascosto sotto al tavolo. Marcello avanz verso la donna.
- Eseguo - disse Ker, e spar, colpendolo in petto.
Marcello cadde a terra. Lanci un'imprecazione. Cerc di rialzarsi, era ancora vivo.
- Signorina, - intervenne Walter - la prego, so che  programmata con precisione e che non ha sentimenti, ma la prego di rianalizzare i dati procedurali della sua missione e vedere se c' il modo di interromperla.  la vita di un uomo, contro la vita... diciamo cos, di una creatura virtuale, la prego di resettare...
- La procedura  equa e in conformit al Codice - disse Ker, e spar ancora due volte. Marcello non si mosse pi.
Ker 88 guard Walter negli occhi, rimise lentamente la pistola nella borsetta e grid: - Per Nastassia!
Con un balzo di parecchi metri, fugg dal terrazzo.



9.

Voodoo Child

La stanza era in penombra, e piena di occhi. Un'unica lampada simile a quelle di una sala operatoria illuminava uno smisurato letto con baldacchino. Al centro, tra cataste di cuscini di tutte le fogge, stava sdraiato un uomo magrissimo, in pigiama di seta rossa. Tutto intorno, sguardi di vetro. Centinaia di peluche, orsetti diabolici, conigli mannari, e personaggi di Disney cui la luce fredda conferiva un aspetto maligno.
'Un Topolino con la faccia da killer, un Peter Pan sospeso al soffitto come un pipistrello, una Minnie che sembrava una puttanella da angiporto. Decine e decine di cigni di vetro sul pavimento, vasi cinesi preziosissimi vicino a cavallucci di legno, bambolotti e giganteschi pupazzi da luna park. Era la camera di un Napoleone rinfanciullito, o del figlio capriccioso di un faraone. O semplicemente, il regno di un miliardario moderno ossessionato dai giocattoli.
L'uomo col pigiama rosso sembr riemergere dal sonno e si lament. Su di lui vegliava un nero vestito elegantemente, seduto col gomito appoggiato a un carrello dove c'erano tutte le medicine del mondo. Si chiamava Conrad ed era un medico.
- Quanto ho dormito? - disse l'uomo magro.
- Tre quarti d'ora - sospir il medico.
- Accidenti,  poco. Dammi il Propofol, Conrad - implor l'uomo magro, mettendosi a gambe incrociate tra i cuscini. Era nero anche lui, ma pallidissimo, e portava i capelli ricci chiusi in una retina.
- No, MJ. Il Propofol  fortissimo, hai gi passato la dose stanotte. Aspettiamo almeno tre ore...
- Immagino... che saranno tre ore lunghe - disse MJ. Si prese la testa tra le mani, quindi abbracci stretto un orso gigante di peluche. Fuori dalla stanza si sent il grido di uno strano animale, e poi versi di uccelli.
- Facciamo passare questo tempo insieme - disse tranquillo Conrad. - Posso fumare?
- Vai alla finestra - disse MJ, con voce stanca. - Be', la cosa migliore che posso fare  raccontarti ancora una volta tutto da capo, no?
- S, - disse Conrad - anche se la tua storia non me l'hai mai raccontata davvero. Vorrei conoscerla nei particolari.
- Stanotte, te lo giuro, ti dico tutto - disse MJ.
- Cominci con mio padre, il mio ambizioso fottuto violento insensibile padre. Eravamo nove figli. "Non vi manterr tutta la vita," ripeteva sempre. "Quindi dovete imparare un mestiere." E il mestiere ovviamente era la musica.
Aveva fatto il chitarrista, prima di lavorare come operaio. Ci faceva studiare canto e ballo dodici ore al giorno. Guidava lui le prove. Chi si fermava, veniva picchiato. A volte neanche andavamo a scuola. Mia madre non poteva farci niente.
- Pace all'anima loro.
- Babbo si accorse subito che io ero quello con pi talento, ballavo meglio degli altri e cantavo con uno stile tutto mio.
Forse avrei dovuto nascondermi, fingere di non essere cos dotato. Ma in fondo, anche io sognavo il successo. Per non pensavo di essere speciale. Finch non arriv quell'uomo.
Conrad soffi un anello di fumo, la sua faccia si fece seria.
- Avevi dieci o undici anni, no?
- Credo. Ci eravamo esibiti in un brutto locale con spogliarellisti. Entr in camerino quell'uomo con la faccia spaventosa. Era nero, gigantesco, e portava un cappello a cilindro bianco e un abito nero, una specie di frac. Sorrideva come un teschio, mai visti dei denti cos, e aveva dei cerchi intorno agli occhi. Non so se era un disegno, o un tatuaggio.
- Ti ricordi come si chiamava?
- Pap lo chiamava il Barone. Ci fece tornare sul palco per fargli vedere quanto eravamo bravi. Quello stava seduto in platea, teneva tra le gambe un bastone con il pomello a testa di diavolo. Mi sembrava che i suoi occhi brillassero rossi nel buio, come quelli delle farfalle notturne. Alla fine dell'esibizione, punt il bastone contro di me. Non so perch, ma mi sentii raggelare.
Quando il Barone Nero se ne fu andato, mio padre mi chiam. Era insolitamente gentile. Aveva degli strani segni sul braccio. E disse:
"Figlio, oggi  un grande giorno per te. Il barone Mackandal ti ha scelto. Abbiamo fatto un patto. Ti dar dieci volte il talento che hai adesso. Devi esserne degno.  un dono che si fa a pochi".
"Un patto? E in cambio?"
"Un giorno ti spiegher," tagli corto mio padre.
- Ricordi la data? - disse Conrad.
- No. Ricordo per che il giorno dopo mi sembrava di essere posseduto. I piedi andavano da soli, volavo. Inventai passi nuovi. E cantavo senza affanno. I miei fratelli e sorelle erano strabiliati e invidiosi. MJ, dicevano, sei drogato, ti sei fatto di qualcosa?
Mo padre sogghignava. E riprese a farci provare giorno e notte, e gi cinghiate, e schiaffi, se non rendevamo come voleva lui. Cominciammo a fare spettacoli, dappertutto, eravamo cinque in scena, ma la stella ero io. Diventavo sempre pi bravo... e il successo arriv subito, enorme, travolgente. - Il resto, in parte lo sai. - - No, non so molto. Hai detto che mi avresti raccontato tutto. Perch hai cambiato pelle? - Cominci con una piccola macchia rosa, e poi altre pi grandi sulla faccia e sul corpo. Una malattia che si chiama - vitiligine. La maledizione era cominciata. - La maledizione del Barone?
- S. Mio padre non ne volle parlare per anni, ma un giorno che era ubriaco vuot il sacco. "Il barone Mackandal  uno stregone, ti ha dato tutto il tuo talento," disse. "Ma in cambio vuole la tua anima. Un giorno dovrai acconsentire, gli dovrai dare dieci gocce del tuo sangue..." E poi si pent di aver parlato, era impaurito, disse che aveva scherzato, cerc - Insomma di ridere... una risata falsa e penosa.
- Diceva la verit?
- S,
- Per un po' non seppi cosa pensare. Ma il gigante con la faccia da teschio torn, lo sentii litigare con mio padre, e da allora cominciarono nuovi tormenti. La vitiligine divenne grave, sbiancavo. Mi mettevo un sacco di cerone. Dissero che mi vergognavo di essere nero. Non era vero. Poi cominciai a sanguinare e a respirare male dal naso. Me lo sono rifatto due volte. Certo, me l'hanno reso pi sottile, ma non era un fatto estetico, il motivo principale era che avevo questi disturbi.
- Devo crederti?
- S, perch sei il mio medico, sai che  vero. Come  vero che poi misteriosamente cominci a cedermi la faccia, la pelle si screpolava, dovevo nascondermi. Stavo diventando un mostro... come quelli di Thriller.
- Il punto pi alto della tua carriera...
- S, - rise Michael - molti si sono chiesti dove avevo trovato tutti quei bravi ballerini zombie. Be',  stato facile,  bastato chiedere al Barone.
- S. Gli dissi che se mi aiutava avrei mantenuto il patto, fallito dopo il video... ma il successo mi inebri, non volevo morire allora... E poi accadde di tutto. La mia faccia and in pezzi, le accuse di plagio, i processi... E quella storia dei bambini?
- Cominciai a essere ossessionato da loro. Costruii Neverland, la riempii di giochi e animali, per attirarli. Ma con quei piccoli non ho mai fatto niente, lo sai bene. Ci ho solo dormito insieme. Avevo letto che il voodoo si ferma davanti ai bambini. Tu sai quanti soldi ho pagato, quanti genitori ipocriti mi hanno ricattato. Ma era pi forte di me...
- Insomma, tutte le cazzate e le follie che hai fatto, tutta colpa di quel Barone?
- S, sua e del patto con mio padre... e della maledizione. Il medico si alz in piedi e cammin lentamente per la stanza. Poi disse: - Sai cosa credo, Michael? Penso che tu non mi stia dicendo la verit. Che tu abbia inventato l'uomo teschio e la confraternita degli zombie per nascondere la tua vanit, i tuoi capricci, la tua onnipotenza di bambino viziato.
- No, Conrad, - disse Michael con un gesto di stizza - almeno tu devi credermi. Il voodoo e il rock camminano insieme. Elvis era normale, poi cominci a avere visioni, me lo ha detto la sua ex moglie Priscilla. Mi ha raccontato che dopo un concerto a New Orleans, un gigante vestito di nero cominci a seguirli. Lui impazz, si ammazz di cibo e barbiturici. Cosa vuoi che ti dica di Jimi Hendrix? Conosci i testi delle sue Canzoni. E Jeff Buckley? Era in riva al Mississippi, e sent una strana musica di tamburi. Giurano che c'era un uomo vestito di nero, che si immerse nel fiume e lo invit a seguirlo...
- Basta, - disse il dottore - sono stanco di queste fandonie.
- Loro mi aspettano, Conrad - disse Michael, quasi piangendo, loro non vogliono che faccia questi ultimi concerti.
Mi cercano, hanno adepti dappertutto. Ma giuro, dopo questa tourne scomparir. Mi nasconder a Lucerna, in Europa, c' un bellissimo castello sul lago laggi, vivr normalmente e invecchier, non mi troveranno. Sono stanco di questa maledizione.
- Va bene. Adesso calmati.
- Voglio dormire - disse Michael. - Solo quando dormo mi dimentico di quell'uomo e del patto. E della mia anima, delle gocce di sangue e... ti prego, aiutami.
- Va bene Michael - disse il dottor Conrad. - Ti preparo l'inalatore. Adesso il Propofol ti addormenter, lentamente.
Ma non devi abituarti a prenderlo... Michael si lasci mettere docilmente la mascherina. Sorrise. Si ud il sibilo lieve del gas che usciva dalla bomboletta.
Poi MJ chiuse gli occhi.
Il medico gli sent il polso. Era fioco, ma stabile. Si volt, come a cercare qualcuno nella stanza. Alle sue spalle qualcosa che sembrava una grande ombra era in attesa. Si ud una musica impercettibile, e il ritmo di un tamburo arar.
Il dottore annu e parl a voce bassissima, come rispondesse a qualcuno. Estrasse dalla tasca un pupazzetto di stoffa, con una giacchetta rossa e i guanti bianchi. Gli conficc uno spillo nel petto e lo butt in mezzo agli altri giocattoli.
Poi, con una siringa aspir dal braccio magro di Michael dieci gocce di sangue. Lasci la fiala sul tavolo.
Usc dalla stanza, fece due telefonate agli organizzatori del concerto di Londra. Poi torn. La fiala col sangue non c'era pi.
Prese il polso di Michael, non lo sent battere.
Fum tranquillamente una sigaretta. Copr il volto di Michael Jackson col lenzuolo. Poi chiam l'ambulanza.



10.

Reset
Non piangere sulla mia tomba,
io non sono l.
Canto navaho

Benvenuti all'inferno. Quaranta gradi roventi, nella piccola stazione di servizio al confine col deserto. Il riflesso del caldo deformava tutto, il paesaggio fluttuava come fosse sott'acqua. Il distributore giallo di benzina sembrava un marziano perplesso, che cercava di capire in quale pianeta era capitato. Il sole incendiava le lamiere della baracca con le pubblicit scolorite, il dispenser di bibite e l'insegna Panini, birre e qualche volta giornali. Un soffio di vento caldo portava in giro odore di benzene e animali cotti imprecisati. Una radio, o forse un coyote, ululava You gotta move. Quaranta gradi, ed erano appena le dieci.
C'era una sola preziosa macchia di verde e ombra, un saguaro gigantesco che sopravviveva allungando disperatamente le radici nel terreno, in cerca d'acqua. Ai suoi rami pendevano amuleti pellerossa in vendita. Su una sedia a dondolo stava il vecchio Nathan. Portava un cappellaccio sfrangiato ornato da una penna d'aquila e una tuta da meccanico con una sola bretella. Nat aveva settant'anni ed era un Apache. Su una poltroncina sfondata e sporca di morchia, si agitava Miguel Leprotto. Aveva undici anni, due considerevoli orecchie ed era mezzo messicano e mezzo dio sa cosa.
Bevevano roba verde ghiacciata e si scambiavano storie.
Miguel aveva appena raccontato a Nat la storia di un giocatore di football che era stato ricco e famoso ma ora era in galera per rapina.
- Adesso tocca a te, vecchio - disse il ragazzo. Nat disse che gli avrebbe raccontato la storia della sparatoria a cui aveva assistito, proprio a un chilometro da l, tra due bande di mafiosi in Cadillac.
- No - disse Miguel. - Voglio una vecchia storia pellerossa. Con sciamani che si trasformano in animali e frecce magiche e maledizioni. Quelle mi piacciono.
Nathan sospir e guard la strada, l dove s assottigliava e scompariva nel deserto. Si tolse il cappello e ne usc una cascata di capelli candidi, lunghi fino alla cintura. Per una storia pellerossa, scalpo da pellerossa. E incominci.
- Accadde molti anni fa - disse. - Quando qui non c'era nulla, attraversavamo il deserto con i cavalli e sapevamo trovare l'acqua sotto le pietre. I bianchi avevano iniziato a costruire la citt e la strada, dalle tende ci eravamo gi spostati in baracche, e avevamo cominciato a bere e a giocare. Ma conservavamo ancora le nostre tradizioni. Gli Apache erano divisi in due trib, e ognuna aveva un capo e uno sciamano. Gli Apache Chiricawa del fiume avevano come sciamano Falco Bianco.
Era uno sciamano di magia buona. Gli Apache Arapauiva delle rocce avevano come sciamano Bill Black Crow, Corvo Nero. Era forte e malvagio.
Falco Bianco aveva una moglie bellissima, Kate Volpe Bionda, una sangue misto. Corvo Nero se ne innamor pazzamente, and da Falco Bianco e disse: "Voglio tua moglie, e sai che posso averla. Ora mi respinge, ma io far un sortilegio e la legher a me, ti dimenticher, sar in mio potere. Non cercare di ostacolarmi, sai che la mia magia  due volte pi potente della tua".
"Combatter, invece," disse Falco Bianco. "So che sei pi forte di me e che puoi stregare mia moglie, ma non posso perderla senza lottare. Non ho paura. Facciamo un Kau, un duello magico, e vedremo come finir." "Sei uno sciocco," rise Corvo Nero, "sai bene che ti uccider, o canceller la tua mente. Non provarci." "Stanotte sotto il grande cactus," disse Falco Bianco.
Cos si trovarono a mezzanotte alla luce della luna, dipinti coi segni sacri. S disposero a gambe incrociate uno di fronte all'altro, accesero un fal e fumarono la pipa. Poi chiusero gli occhi e si prepararono al Kau. Le loro energie mentali si scontrarono, la fiamma ondeggiava e sibilava come se ci fosse un gran vento. Corvo Nero sorrideva e sembrava sicuro di s e della sua forza. Ma dopo un po' di tempo inizi ad agitarsi. A occhi chiusi sussurr: "No, questo non puoi farlo...".
Allora fu Falco Bianco a sorridere, il fal divenne sempre pi grande e luminoso, una lingua di fuoco saett verso il cielo, poi tutto torn buio. Il combattimento era finito, ma i due erano cos stremati che restarono immobili fino all'alba.
Il sole sorse e Corvo Nero disse: "Hai fatto la magia Chey del tornado che cancella. Maledetto!".
"Il Chey  scritto sia nel libro della magia bianca sia in quello della magia nera.  ammesso in ogni duello. Dovresti saperlo." - Ora per mi devi spiegare cos' - disse Miguel Leprotto interrompendo il racconto.
- Certo. Quando uno stregone evoca il Chey, se  abbastanza bravo ed esperto da portarlo a termine spazza via tutta la magia che  in gioco. Tutti i poteri dei duellanti vengono persi per sempre. Non importa se uno degli sciamani  pi forte. Non potr pi fare nessun incantesimo o sortilegio, diventer un uomo normale. E cos Falco Bianco rinunci a essere uno sciamano e sacrific la sua magia, ma salv sua moglie.
- Ho capito, adesso si direbbe che ha fatto reset - disse Miguel. - Col reset si azzerano tutti i dati e si ricomincia da capo.
- Proprio cos - disse Falco Bianco. - Ma in questo caso i dati vanno persi per sempre.
- E che ne fu dei due stregoni? - chiese Miguel.
- Se ricordo bene, - disse Nat - Falco Bianco visse felice con la moglie per molti anni. L'altro spar e non se ne seppe pi nulla.
Miguel tracci dei segni nella polvere con un bastoncino, - Tua moglie  morta l'anno scorso, vero Nathan?
- S. Sei mesi e due giorni fa - rispose il vecchio.
- Be', - disse Miguel - bella storia, anche se preferisco quella di Coyote Pazzo e dei bevitori di sangue. Devo andare, mia madre m aspetta alla fattoria.
Miguel sal sulla sua bicicletta, tutta ornata di piume come un cavallo apache, e scomparve pedalando nel solleone, verso la piccola citt.
E proprio dalla parte della citt Nathan vide una nube sulla strada ingrandirsi e venire verso di lui, finch dalla polvere sbuc una grossa auto verde smeraldo con due corna di bufalo sul cofano.
Scese un uomo vestito con una camicia rossa e pantaloni che sembravano fatti di squame di crotalo. Aveva tondi occhiali scuri e un cappello a bombetta, con una piuma di corvo.
Si tolse gli occhiali. Era un pellerossa, con baffi sottili e lunghi capelli neri legati in una coda di cavallo. Il volto era pieno di cicatrici e gli occhi sembravano quelli di un coyote nel buio.
- Sei proprio bianco adesso, Falco Bianco, hai i capelli come la lepre d'inverno - disse l'uomo sorridendo e mostrando due denti d'oro.
- Il tempo passa, Corvo Nero - disse Nathan alzandosi lentamente. - Tu invece non sei invecchiato molto, hai fatto il patto con chi dico io?
- Sono invecchiato eccome - disse Bill Black crow, crollando su una sedia. - Da quando mi hai costretto a vivere nel mondo dei senza-magia, ne ho passate di cotte e di crude. Mi dai da bere qualcosa?
- Coca? Birra?
- Cazzo, - disse Bill - non pretendo l'acqua-di-fuoco, ma Coca no. Dammi una birra.
Falco Bianco si avvicin al dispenser, premette un bottone, tir un gran calcio al macchinario, e una lattina rotol fuori fragorosamente.
Corvo Nero la stapp coi denti e rise: -  l'unica magia che sai ancora fare, vecchio?
- So fare anche dei magici hot dog di carne umana - disse Nat.
Corvo Nero accese una sigaretta e si guard intorno. Poi guard Nat scuotendo la testa.
- Eccolo l, il grande sciamano. In braghe sozze da meccanico, che aspetta di fare il pieno alle automobili dei bianchi. E che  padrone di una baracca di lamiera, tra rottami di auto e copertoni usati. E vende amuleti apache fasulli ai turisti. Quella laggi immagino sia la tua casa, no?
- S, - disse Nat - ci sono stato bene. E tu?
- Che gli avvoltoi ti mangino il cuore, vecchio - disse Corvo Nero con rabbia improvvisa. - Cinquant'anni senza magia, cinquant'anni da miserabile, io che facevo paura a tutti, che ero temuto, onorato. Ho fatto il lanciatore di coltelli in un circo, ho spacciato droga, ho venduto donne indiane agli operai dei cantieri, mi sono ubriacato un milione di volte, ho passato notti insonni in stanze squallide, ho guardato la luna senza potermi trasformare, restando sempre un muso rosso disprezzato da tutti. E ogni volta ti ho maledetto.
- L'hai voluto tu - disse Falco Bianco.
- Lo so. Ma tu ti sei rassegnato a una vita di merda, io no.
- La mia vita  stata abbastanza bella - disse Falco Bianco, guardando verso la sua casa. - Dimmi perch sei qui.
Corvo Nero fin la birra e si mise a camminare e saltellare, sembrava seguisse il rumore di un tamburo indiano.
- Ho saputo che  morta tua moglie - disse alla fine.
- S. Da qualche mese.
- Mi dispiace. Non deve aver fatto una gran vita insieme a te - sogghign Bill Corvo Nero.
- Chiedilo a lei - disse Falco Bianco.
Il Corvo fece una smorfia e butt via la sigaretta. Era sudato e si sciolse i capelli. Nerissimi, ancora pi lunghi e folti di quelli di Nat. Una folata li fece sventolare, come la coda di un cavallo infernale. Parl lentamente.
- Sono qui per fare la pace, Falco Bianco. Anche se Apache nella nostra lingua vuol dire "nemico", direi che siamo stati nemici abbastanza. Ho una proposta per te.
- Sentiamo - disse Falco Bianco.
- Tua moglie non c' pi. Non esiste pi il motivo del nostro duello. Tu sai che la maledizione del Chey si pu cancellare. Possiamo farlo insieme. Forse tu non vuoi indietro i tuoi poteri, ma io s. Me lo devi, dopo quello che mi hai fatto.
Torner tutto come una volta. Non user la mia magia contro di te, te lo giuro. Certo, resto un mago nero, ma  il mio destino. E il tuo destino era di essere uno sciamano bianco.
Non vorresti aiutare ancora qualcuno? Non vorresti far sgorgare l'acqua da queste pietre polverose? Non vorresti una casa migliore, un'altra donna, un po' di dignit? Vuoi continuare a pulire i parabrezza dei visi pallidi? Eri un buon sciamano, Falco Bianco.
- La dignit non l'ho persa. Perch dovrei darti retta?
- Perch siamo vecchi. E non voglio morire senza sentire ancora l'odore della magia. E anche tu lo desideri. Te lo leggo negli occhi. Quanto ci resta da vivere, Falco Bianco?
- E dopo... non ti vendicherai?
- Come posso? Tua moglie  morta, lei non c' pi, non sar mai mia, come posso vendicarmi? - grid Corvo Nero, alzando le braccia verso il sole, teatralmente.
- Posso pensarci un po'?
- Stanotte, - disse il Corvo - stanotte torno con la pipa e il legno sacro per il fal. Pensaci bene. O morirai in questo buco, dimenticato da tutti.
La macchina verde se ne and ruggendo e scomparve verso la citt. Falco Bianco torn alla baracca. Sent un clacson e il fragore hip hop di un'autoradio. Sul piazzale c'era una Spider Thunderbird tutta ammaccata con quattro ragazzi bianchi sbronzi.
- Ehi indiano, - disse uno coi capelli rossi - il pieno e quattro birre.
- Le birre potete prenderle l - disse Falco Bianco indicando il distributore di bibite.
Un ragazzo muscoloso si alz barcollando, inser una moneta, la birra non usc.
- Cazzo, vuoi fregarci, Penna Bianca? Questo cesso mi ha rubato i soldi.
- Dagli un calcio forte.
Il ragazzo quasi spacc il dispenser. La birre uscirono una per una, il ragazzo tirava calci sempre pi forti e sghignazzava.
- Mi piacerebbe farlo con un barista - disse, e con un salto torn all'auto.
Falco Bianco non lo guard nemmeno.
- La benzina sono diciotto dollari - disse.
- Diciotto dollari? Ma sei matto? - disse il rosso. - Il serbatoio era mezzo pieno, ci avrai messo meno di dieci dollari.
- Voi musi rossi volete sempre fregarci - ghign un piccoletto con la bandana.
- Prendi dieci dollari e stai zitto - disse il muscoloso, e gli mise in mano una banconota accartocciata.
- Non frego la gente. Sono diciotto dollari.
- E se non te li diamo cosa fai? Un sortilegio indiano? Fai arrivare il Grande Coyote che ci sbrana?
Risero e partirono sgommando, al suono dell'autoradio.
Falco Bianco torn sulla sedia a dondolo. Non mangi, rimase pensoso e seduto. Davanti ai suoi occhi la luce del deserto pass da rosata a grigiazzurra e poi venne il blu della notte. Era sempre caldo, molto caldo. Vide i fari dell'auto verde avvicinarsi. Il Corvo aveva il volto dipinto con segni neri e rossi, e un sacco sulle spalle.
- Allora? - chiese.
- Accendiamo il fal - disse Falco Bianco. Si leg i capelli con una fascia e tracci un segno bianco sugli zigomi. Poi segu l'altro lungo il sentiero dietro la baracca, finch non furono su una roccia piatta, da cui si dominava il paesaggio.
Il Corvo accese il fuoco e incominci a cantare. Accese la pipa e fum. La pass a Nat.
- Sei pronto? - disse Corvo Nero.
- Sono pronto - disse Falco Bianco.
Chiusero gli occhi. Dopo un minuto un vento freddo sorse dal nulla e divent quasi un tornado. Tutto intorno volarono sterpi, l'insegna della bottega sbatteva e una lamiera vol in cielo con rumore di tuono. Lo segu un vero tuono, un fulmine illumin il deserto e di colpo inizi a piovere. Un altro fulmine cadde a pochi metri da dove stavano i due uomini, e la roccia piatta risuon come una gigantesca campana. Poi, di colpo, tutto fu silenzio. Poco dopo si sent risuonare un grido selvaggio.
-  finita! La maledizione  finita. Sono di nuovo Corvo Nero, il grande sciamano Arapauiva!
Falco Bianco apr gli occhi e guard il suo rivale. Era cambiato, seminudo e muscoloso, non era pi vecchio e curvo. Nat si guard le mani. Erano senza rughe. E si accorse che i suoi capelli non erano pi bianchi, ma grigi.
Corvo Nero stava in piedi di fronte a lui, e aveva trent'anni come il giorno del loro primo duello. E tutto intorno la casa, il distributore, la strada, tutto era sparito, c'erano solo deserto e stelle.
- Cosa  successo? - chiese Falco Bianco alzandosi in piedi.
- La maledizione Chey, quando cessa, pu riportare tutto indietro. Io ho di nuovo i miei poteri. Tu hai i tuoi. E anche il tempo  tornato indietro.  una possibilit scritta in tutti i libri di magia nera e bianca, - disse Corvo Nero ghignando dovresti averli letti. Io li ho letti con cura, in questi anni!
Si batt il petto, ululando come un coyote.
- E adesso, amico mio, - disse minaccioso - chiama tua moglie. La vedi?  l.
Indic un fuoco acceso lontano, Falco Bianco vide una bionda e una figura di donna in piedi. Gli manc il fiato.
- Ho vinto io alla fine! - disse Corvo Nero.
Falco Bianco scosse la testa. Continuava a guardare la donna, incantato. Poi parl tranquillo.
- Sei malvagio, ma non cos furbo come credi. Sapevo che mi avresti ingannato, sapevo cosa sarebbe accaduto. Conosco i libri di magia meglio di te. Ma ora ho rivisto mia moglie. E non mi importa se la porterai via. Mi baster pensare che  in questo mondo. Anche se la stregherai, non la farai mai diventare malvagia. S, forse ti star vicino, il tuo sortilegio durer, ma in fondo al cuore non mi dimenticher.
Meglio viva vicino a te che nel regno delle ombre.
Corvo Nero si impietr.
- Vuoi dire... che accetti che lei venga via con me?
- Vai. Sii felice con lei, se sei capace di essere felice.
Corvo Nero lanci un grido, si copr il volto di polvere, sput e ulul nuovamente al cielo.
- Ma che vendetta mi lasci? Se non soffri, a cosa serve tutto questo?
- Lei vivr - disse Falco Bianco. - Vivr per molti anni, o per poche notti, come vorr l'incantesimo.
Corvo Nero cammin in tondo sempre ascoltando nel cuore il tamburo indiano. Il suo corpo era tornato giovane, ma aveva negli occhi tutto il dolore della sua vita da vecchio.
All'improvviso fischi. Si ud il galoppo di un cavallo.
- Sai cosa ti dico, Falco Bianco? - disse ridendo. - Tienitela, tua moglie. Posso avere tutte le donne che voglio ora che ho riavuto i miei poteri. Avr anche donne bianche, mi vendicher della superbia dei visi pallidi, la mia magia incendier questa terra. Non riusciranno a costruire la strada. E noi non saremo dei miserabili schiavi dell'alcol. Ho un grande destino io, e tu invecchia pure facendo magie per i bambini... Dal buio emerse un cavallo grigio e bellissimo. Corvo Nero ci balz sopra.
- Non sei tanto bianco, Falco - disse. - Sei astuto e sai dove colpire. Ma io sono il nero sciamano Arapauiva, non dimenticarlo. A te la piccola donna, a me la grande battaglia!
Impenn il cavallo, e salut con un altro ululato.
Falco Bianco sent il braccio di Kate posarsi sul suo.
- Ehi Corvo! - grid, e la sua voce risuon in tutto il deserto. - Neanche tu sei cos nero come vuoi sembrare! Mi hai sentito, Corvo?
Ascoltarono il galoppo diventare sempre pi tenue, finch svan.



11
Il miracolo
Don Tristano, don Tristano, un miracolo...

- Palmiro, - disse il parroco - non disturbarmi con le solite visioni. Pensi troppo alle femmine e la testa ti si confonde.
- Oh no, non  una visione.  tutto vero, - disse con voce rotta Palmiro - ha visto anche il giardiniere.
- E cosa ha visto?
- La Madonna.
- La Madonna?
- La nostra statuetta della Madonna, quella della nicchia nel giardino... Don Tristano lo guard interrogativo.
- E allora cosa  accaduto?
-  accaduto che la Madonna... si  messa a fare... una cosa portentosa... la Madonna...
- Piange?
- No. Ride.
Don Tristano sobbalz.
- Come sarebbe a dire, ride...
- Ride, davvero. Venga a vedere. Ha l'allegria disegnata sul volto. E si sente il rumore, ride squillante... come una bambina...
- Se  una bugia ti mando in una clinica per seminaristi onanisti - esclam don Tristano, e con una certa eccitazione si arrampic su per la scaletta. Ansante, apr la porta del giardino. Trafor i rosmarini con il corpaccione. Vide la statua e... quasi svenne.
Era vero. La madonnina di ceramica aveva un sorriso smagliante, con i denti in bella vista. E all'apparire del pretone grosso e sudato, sembr ancor pi gioiosa, si ud nell'aria una lieve, ma inconfondibile risata cristallina.
- Non  meravigliosa? - disse Palmiro.
Don Tristano si sedette sconvolto su una panchina di pietra.
- Famm pensare un momento. Questo evento  davvero strano... s, forse  un miracolo... ma non celestialis, anzi diabolicus.  opera del demonio, ecco...
- Ma don Tristano, come fa a dire questo?
- Sai davvero poco di chiesa e dottrina, tu! - grid iroso il parroco. -  nella tradizione religiosa che le madonne piangano.
Lacrime, sangue, liquidi e sieri misteriosi. Piangono per i nostri peccati. E i fedeli vengono a testa bassa, pentiti e contriti, poich hanno fatto piangere la Vergine Maria. Questo  giusto e cristiano. Ma ridere! Di cosa ride? Ride di noi?
- Ma no... forse ... felice...
- Bestemmia ed eresia! - grid don Tristano. - Come pu ridere in questo mondo materialista e relativista? Dove finisce l'autorit della chiesa se anche la Madonna si mette a scherzare e folleggiare? Come possiamo condannare e minacciare castighi se lei per prima mostra quell'ebete buonumore...
- Padre, - disse Palmiro, facendosi il segno della croce - Lei bestemmia!
- Oh insomma, mi perdoni Iddio, ho usato un'espressione sbagliata... Volevo dire che non si  mai vista una Madonna ridacchiare come una donnetta qualsiasi. Ma te l'immagini? Una processione di fedeli che vengono qui e la vedono sghignazzare? Penserebbero subito: allora le cose non vanno cos male, possiamo fare i nostri comodi...
- Ma forse la Madonna vuole confortarci...
- Non  conforto,  sabotaggio! Se non si piange e non si soffre, a cosa serviamo noi? Chi si confesser ancora, se quel sorriso lo assolve?
- Io credo che alla gente piacer, - disse deciso Palmiro - e poi che pubblicit per la nostra chiesetta!
- Ahim... - disse don Tristano sconsolato - avevo gi immaginato processioni di fedeli contriti salire su fin da noi e versare oboli. Statuette della Madonna in plexiglas. Piatti, bicchieri, bottiglie di Lachrima Mariae.
- Telegiornali, giornalisti e giornaliste - disse Palmiro con voce sognante.
- Ma forse  suggestione, - disse don Tristano - magari  un gioco di luce, uno scherzo del sole.
Ma proprio in quel momento, limpida e sonora, una risata fanciullesca attravers l'aria. Don Tristano si fece il segno della croce.
- Sentila, sentila! Una ilarit lasciva, carnale. Guardati, Tu sei gi schiavo del sortilegio. Ma perch non potevo aver'una bella Madonna che piange sangue o aceto come tutti?
Oh me disgraziato, oh me misero. Ges, puniscila!
- Padre, - disse il giovane Palmiro - lei esagera.
- Esagero un cazzo - grid il parroco con improvvisa violenza. - Prendi quella Madonna ridanciana e chiudila da qualche parte. Nessuno deve sapere. Pensi se ne venisse a conoscenza il cardinale Caraffa, quello che dice che la donna  il diavolo. Viene qui e la rompe a martellate.
- Ma padre...
- Zitto. Guai a te... anzi, la nascondo io.
Ci detto don Tristano si caric la madonnina in spalla, cercando di non guardarne il volto, e la chiuse in un armadio della sagrestia.
Poi usc e intim con voce ferma a Palmiro: - Se dici solo una parola, mando al vescovo i due giornali porno che ti ho sequestrato nella cella...
- Veramente erano tre - disse Palmiro.
- Due o tre insomma basta, vattene, vai a lucidare i candelabri, maniaco senza fede, irrisore, relativista... Il giovane Palmiro se ne and mogio mogio.
Don Tristano si risedette davanti al mare, cercando di calmarsi, ma quel sorriso lo torturava.
- Che posso fare? - disse, col cuore gonfio di pena. - Insomma, non pretendo le stigmate, ma una Madonna che ride! E doveva proprio toccare a me.
E di nuovo nell'aria risuon quella dolce risata di fanciulla.
- Dio, Dio - disse don Tristano prendendosi la testa tra le mani. - Cosa ho fatto per meritarmi questo?
Dio non rispose e il caffelatte divent freddo.



12.

Il lampay
Los que quieren quemar la poesia
no saben que la poesia es cenizas.

Chi vuole bruciare la poesia
non sa che la poesia  cenere.

L'isola che amo  circondata da uno splendido mare, ma al suo interno si innalzano montagne impervie e selvagge, ove pochi si avventurano. Quell'autunno io e il mio amico ci eravamo spinti fino a una cima detta Corno di Bue, con tratti di salita ripida e di via ferrata, sopra burroni paurosi.
Da l si possono vedere chilometri e chilometri di pianura, fino alle spiagge lontane. Indugiammo pi di quanto la prudenza avrebbe richiesto, e iniziammo a scendere che era gi buio. A met strada, udimmo un fragore di tuoni e cominci a piovere in modo preistorico, un muro d'acqua si alzava davanti alla nostra torcia, e non vedevamo p a un passo. Il sentiero si riemp di fango e rivoli d'acqua, le nuvole si abbassarono e diventarono una densa nebbia, a ogni istante sentivamo le pietre, sotto i nostri piedi, rotolare in fondo a strapiombi e orridi. Impossibile proseguire.
Ci fermammo sotto uno spuntone di roccia, stanchi e spaventati. Gi il sentiero si stava sfaldando sotto la violenza del nubifragio, cresceva il rumore minaccioso delle frane, e il buio era sempre pi fitto.
- Ci siamo ficcati in un bel guaio, - disse l'amico, raggomitolato contro la roccia - ci vorrebbe il lampay.
Cos, per la prima volta, sentii parlare di questa strana creatura.
- I pastori e i latitanti che vivono qui raccontano una leggenda - disse l'amico. - Un animale un po' uccello notturno, un po' capra, un po' drago. Ha occhi enormi e luminosi, come fuochi accesi. Se qualcuno si perde nella notte, deve cercare quella luce, che pu guidarlo nel buio e nella bufera.
- Tu credi a queste storie?
- La leggenda dice che il lampay appare a chi ci crede e a chi non ci crede - sussurr l'amico. - In questo momento, avrei tanto bisogno di crederci.
Lo spuntone cedette, e una pietra mi colp alla spalla, ferendomi. La pioggia era ancora pi violenta, e dalla cima della montagna rotolavano massi, e i rivoli d'acqua erano diventati torrenti. Dovevamo lasciare quel posto e rimetterci in cammino, ma ogni passo poteva essere l'ultimo, un volo nel precipizio.
A quel punto, vidi la luce. Circa duecento metri sotto di noi, visibilissima anche in quel terribile temporale. Guardai il mio amico. Ci incamminammo. La luce era lontana ma intensa, e illuminava lo stretto sentiero quel poco che bastava per evitare di precipitare. Passo per passo, con cautela, scendemmo fino a raggiungere una piccola caverna. Qualcosa al suo interno sfolgorava, ma sembrava che la luce stesse diventando pi fioca. Entrammo, eravamo al sicuro ora.
E lo vedemmo. Non posso spiegare cosa era, so soltanto che i suoi grandi occhi luminosi si stavano spegnendo, e ben presto non lo vedemmo pi, udivamo solo il suo respiro affannoso, la caverna era ancora pi buia della notte.
Ci addormentammo. Quando ci svegliammo, la luce dell'alba rischiarava la grotta, ma il lampay era un corpo senza vita, i grandi occhi erano chiusi. Lo sfiorai, e lo sentii ancora caldo, come se qualcosa della sua luce gli fosse rimasto dentro.
- Non capisco - dissi, uscendo all'aperto, mentre il primo sole mostrava la via del ritorno.
- La leggenda - spieg l'amico - dice che il lampay brilla una volta sola, per indicare il cammino a chi si perde. Ma subito dopo muore. Questa  la sua natura.
Pensai allora di rientrare nella caverna, e di seppellirlo, ma il corpo non c'era pi. Solo qualche piuma, o squama, come se fosse evaporato.
Scendemmo in silenzio, turbati. L'amico cantava una specie di nenia. Io pensavo al lampay, e provavo pena. Ma presto la pena si tramut in riconoscenza, e meraviglia. E mentre lasciavamo le rocce, e entravamo nel bosco di sugheri e querce, le sensazioni dolorose lasciarono posto a una specie di serenit. Mi venne da pensare che tra tutte le sorti di noi creature, forse quella del lampay  una delle pi belle. Lo penso ancora. Forse anche voi un giorno lo incontrerete.



13.

Hotel del Lago
Loira de nous la sagesse,
Plus de dtresse.
HENRY PACORY

Il vecchio hotel si specchiava nel lago, come gli piaceva fare da duecento anni. Alla reception sonnecchiava un portiere dalla faccia lunga, giallastra e placida, come un Urlo di Munch che avesse trovato pace. La porta a vetri cigol e apparve la signora con l'impermeabile. Il portiere alz il soppracciglio. Si vantava di fiutare l'arrivo di un cliente da un kilometro, ma quella donna era apparsa all'improvviso, senza rumore di auto che la annunciasse. Inoltre l'Urlo era in grado di valutare con una sola occhiata ogni ospite. Come uno Sherlock Holmes dell'accoglienza, indovinava censo, provenienza, et, motivo della vacanza e eventuali fastidi futuri. Ma con la signora proprio non seppe cosa pensare.
Era sorridente, con occhi chiari e volto incipriato, forse aveva cinquant'anni, forse qualcuno di pi. Indossava un impermeabile da uomo di almeno tre taglie superiore alla sua.
In testa aveva un largo cappello di paglia con frutta, e ai piedi scarpette da ginnastica. Ma al collo esibiva una collana antica preziosissima, e pos a terra una vecchia valigia in cuoio di gran pregio. Uno strano misto di trasandatezza e classe.
Il portiere pens che poteva qualificarla cos: bizzarra e sostanzialmente gentile.
Infatti con grande gentilezza chiese se c'era una camera libera, per due notti.
- Ne abbiamo una bellissima a pianterreno, con veranda sul giardino - disse l'Urlo.
- Oh, - disse lei un po' delusa - io vorrei la vista galloni mica sul lago,  cos bello. Non ci sarebbe una camera al primo piano?
- Le stanze del primo piano sono tutte occupate - rispose l'Urlo senza guardarla negli occhi.
- Va bene - disse la signora, e gli porse una carta di identit cos consumata e stropicciata da essere quasi illeggibile,
- La prima colazione  dalle sette alle nove - disse l'Urlo,
- D'accordo - disse la signora, e il portiere si accorse che guardava con curiosit le numerose chiavi appese sul pannello della reception.
- Ha un'auto da parcheggiare? - chiese.
- No, - rispose la signora - non ho auto. Sono venuta a piedi dalla stazione.
Il portiere si stup ma non comment. Dalla stazione all'hotel c'erano quattro chilometri, di cui due nel bosco. Si limit a ripetersi l'aggettivo "bizzarra".
Verso le sette e mezzo la signora scese dalla camera, lo salut sorridendo e lo stup nuovamente. Si era messa delle belle scarpette col tacco, sembravano da ballo, e aveva i capelli grigi acconciati in uno chignon fermato da una spilla antica. Ma portava ancora il pesante trench.
- Dove posso... prendere un t? - chiese.
Il portiere alz le sopracciglia. Era gi ora di cena. Ma la condusse nella sala e la fece accomodare a un tavolo di fronte al camino, vicino a una finestra da cui poteva vedere il lago.
- Vuole togliersi l'impermeabile? - chiese.
- No, grazie. Sono un po' freddolosa.
Dalla sua postazione l'Urlo spi con curiosit la bizzarra ospite che guardava il lago e il cielo che abbuiava. Ringrazi il cameriere che le portava il t, ma non lo vers neanche nella tazza. Non sembrava interessata agli altri ospiti. Nella sala oltre a lei c'era una giovane coppia, una famiglia con due bambini silenziosi e un uomo corpulento, che sorseggiava un burbon. Era l da tre giorni e per lui l'Urlo aveva trovato due precisi aggettivi: ubriacone e invadente.
Infatti poco dopo l'uomo si present ciondolante al tavolo della signora, col bicchiere in mano, e si sedette.
Posso tenerle compagnia, Madame? Mi chiamo Blackwell e sono giornalista e fotografo. Sto facendo un giro per i castelli di questa zona. Sono molto interessanti. Sa le storie e le leggende...
- Quali leggende? - disse la signora, con molta gentilezza senza ricambiare la presentazione.
- Be', s, le leggende, ovviamente inventate e paurose, ma che eccitano tanto i miei lettori. Lei ama le storie di fantasmi, signora...
- Christabel - rispose lei. - Be', non sono un'esperta. Alcune sono affascinanti.
Aveva parlato con calma. Ma Blackwell not che era vistosamente impallidita e le mani si erano contratte, tanto che le aveva quasi nascoste nelle maniche del trench.
- Questo  un bel terreno di caccia - prosegu l'uomo.
Ho gi visitato il castello di Ballmore, dove dovrebbe cavalcare ogni notte una dama senza testa. E ho ispezionato il bosco qua vicino, dove si dice che si aggirino gli spettri di due sorelle misteriosamente uccise, forse per un'accusa di stregoneria.
- Erano tre sorelle - lo corresse la signora. - Ho appena attraversato quel bosco. Molto bello e... adatto a certe suggestioni.
- Ma allora lei si interessa a queste cose, - esclam Blackwell -  giornalista anche lei?
- Oh no, - disse la signora - semplicemente ho letto la guida turistica.
Blackwell alz il bicchiere e brind facendo tintinnare il ghiaccio. La guard e pens: se non fosse cos pallida e non avesse le gote ridicolmente imbellettate, potrebbe anche essere appetibile. Ma continu a civettare, come era nella sua natura.
- Allora, non mi dice che lavoro fa, signora Christabel?
- Be', io avevo una sartoria, ecco, molti anni fa... ma ora viaggio... sono qui per cercare dei vecchi parenti.
- Capisco. Ma quell'impermeabile non lo toglie mai?
La signora non rispose. Sembr infastidita. Il suo sguardo divenne improvvisamente gelido e ostile. Blackwell corse ai ripari.
- Scusi la mia invadenza... ma sa, sono qui da tre giorni e comincio a annoiarmi...  per quella storia... delle feste da ballo dei fantasmi. Ma credo proprio che ci sia poco da scrivere, qui all'hotel nessuno vuole parlarne,. e forse neanche lei.
Lo sguardo della signora cambi e divenne attento, con la mano diafana sfior persino il braccio dell'uomo.
- Invece me ne parli, mi interessa molto.
- Be',  una storia che tutti in paese conoscono - disse Blackwell rinfrancato. - Lei avr notato che qui danno solo le camere al pianterreno, dalla 1 alla 12. Ma c sono altre otto camere, al primo piano, dicono siano antiche e bellissime... una, la 15,  una grande suite. Non le danno mai. Dicono che sono occupate. Io per sono salito di nascosto e non c' segno di vita, il piano sembra disabitato. Le cameriere non vanno mai a rifare i letti, nessun cliente scende dalle scale. E la notte, si sente musica. Vecchi ballabili.
- E lei? - disse la signora col volto acceso. - Come spiega tutto questo?
- Signora, - disse Blackwell con una grassa risata - faccio questo lavoro da trent'anni e credo di saperla lunga. Per tanti posti, le leggende sui fantasmi sono un affare, una attrattiva turistica. Nessie il mostro del lago, capisce? Chiedete notizie ai locali, vi danno risposte evasive, fanno i misteriosi. Vogliono che i visitatori credano che incontreranno veramente un fantasma.  pubblicit. E io gliela faccio volentieri. Mi trattano come un re, quando sanno che sono un giornalista.
Quindi, - sorrise la signora - lei ai fantasmi non ci crede.
No, signora Christabel. In tutti questi anni non ne ho mai incontrato uno. N di uomo n di donna. Preferisco i bravi  maschi che mi offrono da bere e le belle donne che m fanno... compagnia... parlo da galantuomo ovviamente.
La strana signora non sembr n scandalizzata n divertita.
Pareva fatta d'aria, pens l'uomo. Eppure gli appariva sempre pi attraente, come se ringiovanisse sotto i suoi occhi.
- Ma che sguardo triste.... Signora, - disse Blackwell - forse le devo le mie scuse. L'ho spaventata? Ha paura di queste storie?
- Be', s... ho paura...
- E cosa teme?
- Ho sempre pensato... che loro... i fantasmi... mi stessero cercando.
Blackwell rise fin troppo sonoramente.
- Suvvia! Mi dispiace di averla suggestionata con queste storie. Vanno bene per i miei lettori sempliciotti, non per una come lei!
La donna rest in silenzio.
- Be', io vado a cenare in paese, - disse Blackwell - il cibo dell'hotel  spaventoso... per umani e spettri. Vuole venire con me?
- No grazie, - disse la signora - sono molto stanca.
- Ma non ha neanche toccato il suo t. Va bene, la invito domani a colazione, la voglio al mio tavolo, la porter a fare un giro sul lago...
- Molto gentile - disse la signora.
Blackwell si alz. Si tir su i pantaloni agitando il pancione in modo scarsamente sexy e la salut con un sorriso maliardo.
Erano le due ma la signora Christabel non dormiva. Si girava e rigirava nel letto. Ogni rumore la inquietava. Guard fuori dalla finestra il bosco tranquillo, e il lago che brillava in lontananza, sotto la luna calante. All'improvviso ud un rumore di passi pesanti nel corridoio, e un transito. Apr con cautela la porta e...
Un uomo enorme e barbuto, in frac e cilindro, le pass di corsa davanti e quasi volando si diresse verso la scala che portava al primo piano.
- Signore! - chiam la donna. Ma quello si era dileguato, Un'ansia indicibile si impadron di lei. Stava in piedi al centro della stanza, alla luce fioca dell'abat-jour, e continuava a sentire passi, fruscii e risate. Non capiva se provenivano dal piano superiore, o dal corridoio. La lampada si spense, la camera rest al buio. Poi di colpo la luce torn, accompagnata da uno scroscio di risa lontane. Cerc di chiamare il portiere al telefono ma non ebbe risposta. Le parve che qual cuno bussasse alla porta. Apr, non vide nulla.
Alle tre stava per assopirsi quando di colpo ud di nuovo, stavolta distintamente, la musica. Una piccola orchestra aveva preso a suonare con enfasi Je te veux di Satie, e i movimenti di molte persone facevano vibrare il soffitto e oscillare il lampadario. Non poteva sbagliare. Musica e rumori venivano da sopra.
Doveva sapere. Si vest, e indoss per ultimo il solito impermeabile. Passo dopo passo, con timore crescente, sal gli scalini. Il corridoio del primo piano era coperto da una lunga passatoia stinta e strappata in pi punti. Tutto sembrava abbandonato, polveroso. Vecchi ritratti d gentiluomini del passato la guardavano dalle pareti. E l'unico rumore era il suo respiro affannato. Poi, all'improvviso, la musica riprese, stavolta pi forte. Seguendo la melodia, Christabel si trov davanti alla camera 15. Esit. Il cuore le batteva all'impazzata.
Rimase un po' di tempo immobile, riprendendo fiato. Poi spalanc la porta.
La camera 15 era una bellissima suite dai colori dorati, con lampadari e mobili antichi, primo Ottocento. Quattro bellissime tende rosse incorniciavano altrettante finestre sparate sul lago luminoso. Una ventina di persone volsero la testa a guardare Christabel. Erano abbracciate come stessero ballando, ma stavano sospese in aria, a circa un metro dal pavimento. I volti erano pallidi e incipriati, gli uomini avevano gli occhi truccati col mascara, le donne ostentavano rossetti rosso scuro o viola. Un uomo era senza un braccio, una donna aveva la faccia tagliata da una cicatrice, un'altra aveva il petto nudo e una freccia che le traversava la gola. C'erano anche due gemelline dal volto adulto, e un nano senza mezza testa, vestito da paggetto. L'orchestra, in un angolo, smise di suonare. Fu l'uomo barbuto, il Rasputin in frac, che scese incontro a lei con leggerezza e le porse la mano guantata.
- La aspettavamo, signora Christabel - disse.
Gli occhi della signora si riempirono di lacrime.
- Cari, infine vi ho trovati, - disse - dopo tanta solitudine. Sono anni che vi cerco, ho girato tutti i castelli del paese.
- Dobbiamo nasconderci - disse un uomo pallido e bello, che indossava una marsina impeccabile, anche se una macchia di sangue gli imbrattava la camicia bianca. Sorrise e tese le braccia verso Christabel.
- Come ti ho gi chiesto centocinquanta anni fa: balliamo, cara?
La donna si tolse l'impermeabile. Sotto aveva un vestito da sera, scollato e vaporoso. Bellissima e giovane come il giorno che si erano conosciuti, vol attraverso la sala e abbracci l'uomo pallido e bello.
Due metri pi sotto, soggetto all'umana gravit, l'Urlo, che impugnava un violino, disse ai tre compagni musicisti: - L'avevo detto subito che era una signora bizzarra! Sii, riprendiamo a suonare. Alons on dancer!



14.

L'ispettore Mitch

L'ispettore Mitch era seduto nel suo ufficio, un abbaino sui tetti, e osservava attentamente i gabbiani che cercavano di insidiare i nidi di piccione. Non aveva simpatia per i piccioni, ma i gabbiani stavano diventando troppo prepotenti.
Perci se avessero attaccato i pulcini, avrebbe subito mandato la squadra del Pronto Intervento, formata da quattro agenti agili e forti, in grado di saltare da un tetto all'altro con velocit da ninja. Nel quartiere, nessuno poteva sgarrare da quando c'era Mitch. I gabbiani, sentendosi controllati, volarono via berciando parolacce. Perci l'ispettore Mitch stava per chiudere l'ufficio e andare a mangiare qualcosa in strada, quando il suo aiuto Pongo arriv trafelato. Pongo era grasso e di gamba corta, aveva fatto le scale a balzi, e non riusciva a parlare per l'ansito.
- Capo, - disse - una co... una co... sa... terribile...
- Calmati Pongo, hai l'affanno. Parla con calma e dimagrisci...
- Il vecchio Ramses... - disse Pongo tutto di un fiato - stamattina si e buttato dal terrazzo di un condominio, un volo di sette piani... morto suicida.
L'ispettore Mitch si rabbui. Ramses era il gatto pi vecchio e saggio del quartiere. Ventun anni. Per un gatto giovane, forse un settimo piano non sarebbe stato letale. Ma Ramses non aveva pi l'elasticit di una volta, ed era mezzo cieco e obeso.
In un minuto scesero in strada e raggiunsero la scena della tragedia. Killer, il cane informatore della CatPolice, aveva nascosto i resti del povero gatto dietro ai bidoni della spazzatura. Mitch guard con piet il corpo deformato dall'impatto. Sul muso di Ramses, un ghigno quasi beffardo. Vecchio amico, pens. Sei stato il mio maestro, il mio Sherlock, e ora sei un mucchio di pelo smarmellato.
- Ha lasciato qualche messaggio? - chiese.
- Si, - disse Pongo - una scritta sul terrazzo in graffiese.
Il graffiese era la lingua dei felini pi colti, mentre la maggior parte dei gatti del quartiere erano analfabeti. La scritta era... Che significava Sono sordo, mezzo cieco e artrosico. Non riesco neanche pi a leccarmi il buco del culo. Non  vita questa. Perdonatemi.
- Vecchio Ramses - disse Pongo scuotendo la coda. - Chi se lo aspettava? Proprio la settimana scorsa mi spiegava la differenza tra un pesce marcio commestibile e un pesce marcio letale.
- La vecchiaia  una brutta bestia - disse Mitch. L'ispettore era un vigoroso gatto rosso di sei anni, quindi di mezza et, ma cominciava gi a perdere un po' di pelo e le gatte giovani gli davano dieci metri sullo scatto. Ma poi lo aspettavano...
Ci fu una cerimonia assai commovente. Il vecchio Ramses fu seppellito nel suo giardinetto preferito, sotto un cespuglio di rosmarino. C'erano almeno cento gatti, il bull terrier Killer e il barboncino a pelo ovino Mon Cheri. E soprattutto un rappresentante dei Sotterranei, Roger Ratto. Anche se Ramses aveva fatto fuori almeno un centinaio di sorci, loro lo rispettavano come un grande combattente. E da lungo tempo, ormai, gli passavano sotto il naso senza che lui provasse a inseguirli.
- Be', mi sembra un caso chiuso, - disse Pongo - un classico suicidio. Se permetti torno al bidone della spazzatura, c'era una mozzarella scaduta nel 2008 molto interessante.
- Smetti di pensare al cibo, mangiamerda - disse Mitch. - Aspettiamo prima di chiudere il caso. Ramses era un vecchio gatto, ma pur sempre un gatto. Un salto dal settimo piano pu ucciderti ma anche storpiarti.  pi sicuro e definitivo un boccone di topicida, o un tuffo nel fiume. Non ci vedo chiaro in questo suicidio, voglio ispezionare quel terrazzo.
- Certo che deve indagare, ispettore, c' qualcosa di fosco in giro - disse una voce umana.
La Baffona. Era apparsa la Baffona. Una strega gobba e rugosa, con una Bella peluria sotto il naso, la gattara pi vecchia della citt. Vestiva sempre di nero con uno scialletto in testa e da anni, nel giardino davanti a casa, gestiva un gattotrofio di almeno cinquanta esemplari alla volta. Li curava, li nutriva, li proteggeva. Qualcuno arrivava, qualcuno se ne andava, qualcuno spariva. Ma il giardino era sempre pieno, e venivano anche da altre citt per viverci. Nella guida turistica felina Micholin aveva due code e due lische di gradimento, persino pi delle rovine del Teatro Romano.
- C' un ammazzagatti nel quartiere, e sappiamo bene chi  - disse la vecchia. - Zampanera  sparito. ieri sera mi ha detto che sarebbe tornato a dormire e invece niente... Era diventato bello grasso, e Salm lo aveva notato. Bisogna andare alla trattoria di quel bastardo.
- Lo faremo Baffona, non dubitare - disse Mitch. La gattara era loro amica, ma aveva quasi novant'anni ed era diventata un po' rompicoglioni. Parlava un po' di gattese e pretendeva di capirlo, ma i gatti hanno almeno cinquanta lingue. Ed era autoritaria, voleva comandare, cosa che i felini non gradiscono. Inoltre era nemica giurata e ossessiva di Salm, lo chef-proprietario della trattoria Un Po' de Tutto, e sosteneva che costui cucinava e serviva gatti ai clienti. Ma fino a quel momento non c'erano prove per incriminarlo.
- Ogni mese sparisce un gatto - disse la Baffona. - Quest'estate Terenzio, Ketty, Musone, Quirino, Darix, Bilbolbul, Macchiolina e Pedro. Dobbiamo fermare la strage. Quello passa davanti al giardino, li esamina e li vede gi in pentola, quel maledetto. Ma io gli stacco le palle!
- Calma Baffona, - disse Mitch - indagheremo. Ma i gatti sono spiriti liberi, vanno e vengono, e se non tornano non vuol necessariamente dire che siano finiti in umido. E ci sono altri nemici dei felini in questo quartiere.
- La banda dei Bombers, quei ragazzetti che una volta hanno tentato di dipingermi di blu - disse Pongo rabbrividendo.
- O Hermann Dobermann, che mi insegue sempre - disse Arsenio, il gatto ladro.
- Ma no, - ringhi la vecchia - vi dico che  quel bastardo di un cuoco. Guardate nel suo menu, c' sempre il coniglio alla cacciatora. Dobbiamo denunciarlo alla polizia.
- Non ci piacciono le istituzioni umane - disse Mitch. - Se permetti, Baffona, noi gatti sbrighiamo le nostre cose tra di noi.
La vecchia sput per terra e se ne and, borbottando oscure minacce.
- Andiamo, - disse Mitch a Pongo - come si arriva lass al terrazzo?
- Ci sono due strade - disse Pongo. - Possiamo fare le scale del palazzo, poi ci nascondiamo e aspettiamo che qualcuno vada a stendere o ritirare il bucato. Oppure, ma  pi pericoloso...
- Oppure?
- Be', al settimo piano c' la lavanderia con una finestra sempre aperta e da l ci si pu arrampicare sulla grondaia... ma...
- Niente "ma", abbiamo fretta, - disse Mitch - faremo la grondaia.
Pongo miagol roco e dimen la coda per mostrare il suo disappunto. Aveva una paura fottuta di quella passeggiata sull'abisso.
Il terrazzo.
Arrivarono al condominio, un palazzaccio giallo pieno di allarmi e cancelli. Li' scalarono agilmente, entrarono dal retro dove c'era sempre una porticina aperta. Salirono le scale, attenti a non incontrare qualche condomino gattofobo. Erano quasi in cima, quando sentirono passi pesanti, e stridere di unghie. Era un ragazzo in tuta con un maledetto dobermann che li fiut e si mise a ringhiare. Si nascosero.
Ma il cane continuava a abbaiare.
- Buono Hermann, buono - disse il ragazzo. - Dai, entra in ascensore.
Sentirono l'ascensore scendere, mentre Hermann insisteva a protestare.
- Maledetto nazista - disse Pongo a pericolo scampato.
- I cani sono cos - disse Mitch. -  la loro natura.
- E Killer? E Mon Cheri?
- Killer e un opportunista, lo paghiamo profumatamente con ossibuchi puzzolenti. E Mon Cheri vorrebbe tanto essere un gatto.
- Vorrai dire una gatta. Lo sanno tutti che  gay - disse Pongo ridendo sguaiatamente.
- Pongo, sei omofobo?
- No, sono soriano - disse Pongo che come spesso gli succedeva non aveva capito un cazzo.
Arrivarono all'ultimo piano, e saltarono attraverso la finestra. In effetti c'erano cinquanta metri di grondaia, per arrivare al terrazzo, che splendeva al sole con le vele bianche dei panni stesi. E sotto c'era uno strapiombo pauroso anche per un gatto.
Mitch si avvi per primo, col suo leggendario equilibrio.
Dietro, Pongo procedeva prudente e terrorizzato, e moll anche una puzza in alta quota. Un gabbiano precipit.
- C' qualche testimone da interrogare? - chiese Mitch.
- Be', s, nell'attico c'e una gatta - disse Pongo. - Vive con una famiglia abbastanza ricca, si chiama Chantal.
A quel nome, fu Mitch a sussultare e quasi perse l'equilibrio.
Chantal. Quanti ricordi. Occhi d'oro assassini, pelo di cachemire bianco, profumo di talco. Una passeggiata sui tetti al chiaro di luna, la coda candida che ondeggiava davanti a lui... E poi... Ma niente sentimentalismi, siamo al lavoro.
Giunsero sul terrazzo, il vento faceva schioccare energicamente i panni, ai loro piedi si stendevano la citt tentacolare e il reticolo delle strade. L'ispettore si avvicin al punto da cui si era lanciato Ramses. Il parapetto era abbastanza alto, il presunto suicida doveva aver trovato le ultime energie per scavalcarlo. Vide la scritta sul pavimento. Graffi decisi e profondi. Calligrafia molto incerta e anche un errore, ma Ramses era vecchio e forse un po' rimbambito. Mitch rest a studiare, mentre Pongo inseguiva senza fortuna una cornacchia.
Poi l'ispettore sent un miagolio dolce e seducente. Si sporse. Dal sottostante balconcino, tra gerani e piante grasse, gli occhi d'oro di Chantal lo guardavano.
- Mitch,  un piacere rivederti. Sei venuto a interrogarmi? - disse la gatta leccandosi languidamente una zampa.
- Be', s, - disse Mitch imbarazzato - insomma, tu hai sentito qualcosa riguardo a Ramses, vero?
- Se vieni gi te lo racconto - disse Chantal.
Mitch non si rese neanche conto che aveva corso sul bordo del parapetto e si era lanciato per tre metri gi nel terrazzino. Pongo si sporse e disse: - Immagino che vuoi proseguire le indagini da solo, no capo?
-  cos, brigadiere Pongo. Ci vediamo domani.
Chantal
Mitch entr con cautela nell'appartamento. Era un bell'attico col parquet, pieno di piante, tende da stracciare con le unghie, un pianoforte a coda su cui passeggiare svegliando tutti. Roba di lusso. Su un divano, distesa sensualmente con gli occhi semichiusi, stava Chantal.
Era ancor pi Bella di come la ricordava, tutta candida con un neo sul muso e un collarino rosso di velluto. Sgranocchiava svogliatamente una crocchetta.
- Vieni, ispettore. Non ti preoccupare. I miei padroni sono fuori, sono sola [lampo negli occhi]. Vuoi un bonbon al salmone?
- Grazie no - disse Mitch cercando di darsi un contegno - Be' Chantal, capirai che sono qui solo per motivi professionali...
- Ma potresti almeno chiedermi come sto - disse lei piccata.
- Gia... come stai?
- Mi annoio, baby - disse lei, e sbadigli mostrando i bei dentini e la gola rosa.
- Be', non ti manca niente qui.
- Oh, mi manca... la libert... - sospir Chantal - come quando tu e io... [sventagliata di coda]
- Chantal, - la interruppe Mitch - mi piacerebbe parlare di noi, ma ripeto, sto facendo un'indagine. Hai sentito qualcosa stamattina, quando Ramses si  buttato gi?
- Allora le dir tutto, ispettore, disse sarcastica Chantal. - Si, all'alba mi hanno svegliata dei passi sulle scale.
- Passi di gatto?
- No, passi di umano. E poi un miagolio. Direi il miagolio di qualcuno che sembrava stordito.
- Interessante. E poi?
- E poi qualcuno ha aperto la porta del terrazzo condominiale, sono uscita sul mio balcone, ma non riuscivo a vedere nulla. Ho sentito dei rumori strani. Poi ho visto qualcosa precipitare. Era Ramses. E ho sentito i passi dell'umano che tornava indietro di fretta, e prendeva l'ascensore.
- Mmm. Quindi Ramses non era solo, secondo te.
- Sei tu l'ispettore - disse ironica Chantal.
- Be', grazie... mi sei stata... utile.
- Utile? Che complimento...
- Chantal, avremo tempo di riparlarne...
Chantal rizz il pelo raddoppiando di volume.
- Avremo tempo? Ti ripresenti dopo un anno, dopo avermi sedotta e abbandonata, e dici "avremo tempo di riparlarne"? Tu... tu sei un mentitore, un playcat da strapazzo, un maniaco sessuale, ti odio, ti odio, vai via di qui... o ti graffio a sangue.
- Chantal, lo sai come  andata. Eravamo troppo diversi. Io sono un gatto di strada, tu hai un pedigree che sembra il tabellone di Wimbledon...
-  vero, - disse la gatta - io sono un'angora Zapachilda Blanes Manteaux e tu sei un pezzente, ti dai arie da detective ma hai un passato di ladro e il tuo nome intero e Mitchum Cicciobaffo... ma ci amavamo [lacrimuccia],io ti amavo e per te sarei scesa nel fango della periferia, avrei mangiato topi crudi, per te sarei diventata... l'ultima delle zoccole...
- In effetti eri portata - disse Mitch, e si pent subito della battutaccia. Chantal si rizz sulle zampe, furibonda.
Miao com'e bella, pens Mitch, e subito dopo si prese un gancio destro che gli port via un'intera vibrissa. Meglio scappare.
Killer
- Che c' Mitch? Hai fatto a botte con un Isterico? - disse Killer, vedendolo arrivare.
(Isterici era il nome che i gatti davano ai cani.) - No, non  stato un tuo fratello. Ho bisogno di te, Killer. Tu capisci la lingua umana pi di noi. Devi fare qualche indagine.
- A tua disposizione - disse Killer. - Ovviamente ti costera. Non voglio pi ossibuchi spolpati. Ne voglio uno vero con carne e tutto.
- Non sar facile ma ci proveremo. Mander Arsenio il Ladro nella cucina di Salm. A proposito, che ne pensi di quello che si dice in giro? Sono spariti dieci gatti in tre mesi. E tutti andati via senza salutarci...
- I gatti non sono pi educati come una volta, - disse Killer annusando una merda - questo quartiere fa schifo. Non si pu pi girare. Accalappiacani, macchine a tutta birra, ragazzacci che sognano di impiccarti a un albero, negri...
- Killer, ma che cazzo dici?
- Negri  il nome che diamo ai cani che vivono sempre in braccio ai padroni, chihuahua e simili, poveri schiavi... e poi io sono razzista... noi bull terrier siamo i meglio al mondo.
Comunque noi Isterici non c'entriamo. Hermann Dobermann  troppo stupido per prendere un gatto, e Roth Rottweiler, da quando l'hanno castrato, caccia solo farfalle. No, c' qualcuno che vi odia in questa citt. Forse il vecchio Ramses si  ucciso perch aveva capito che i nuovi tempi sono troppo duri.
- Killer, io penso che Ramses non si sia suicidato, ma sia stato buttato gi da qualcuno. Ramses sapeva qualcosa. Devi fare indagini su dove bazzicava ultimamente.
- Non girava molto, stava rintanato nel suo rottame di Apecar, ma qualche volta l'ho visto cercare cibo vicino alla spazzatura della trattoria.
- Quindi sospetti anche tu Salm? Pensi sia vero che cattura i gatti per cucinarli?
- Pu essere. Detesta voi felini, ma ama molto noi cani,  in crisi perch la moglie l'ha appena lasciato per il cameriere pakistano. So tutto io. Puo essere stato lui, ma c' qualcosa di sinistro in giro. I gatti del giardinetto della Baffona sono spaventati. Hanno paura di sparire da un giorno all'altro, come i loro compagni.
- Sai cosa penso, Killer?
- Cosa pensi?
- Che non finir qui.
Ancora un delitto
Aveva appena finito di parlare che Fanny, gatta velocissima e tricolore, arriv trafelata.
- Mitch, vieni, presto... Cos' successo?
- Hanno trovato Juventus, la gatta bianca e nera. Cio quello che ne resta. La pelliccia, nella spazzatura del ristorante Un Po' de Tutto.
Corsero sul posto, c'era gi un capannello di amici e curiosi. I resti di Juve erano stati pietosamente coperti con un tovagliolo. Mitch lo sollev. Che spettacolo terribile, pens.
Una delle gatte pi belle del giardinetto era stata scuoiata e decapitata. Restava un po' di pelo, buttato in bella vista in mezzo a cartoni di birra e sacchi di organico. Le mosche ronzavano.
- Chi l'ha trovata?
- Io - disse Billy il Maniaco, con voce rotta dall'emozione. - Era buttata l, pensavo fosse uno straccio. Dio come l'amavo, per me era unica.
- Si, come le altre centocinque - disse Fanny acida.
Billy era famoso perch aveva il testosterone come un branco di scimmie bonobo.
- Salm  un bastardo, - disse Arsenio il Ladro - chiamo tutti i gatti del quartiere e lo attacchiamo.
- Si, - disse Killer - e io chiamo mio cugino Jack campione di lotta e Sherpa il sanbernardo e due bassotti terribili, fratelli Mordimarroni.
- E io - disse Firmino, gatto di sei mesi - vado a cercare una tigre.
- Fermi tutti, - disse Mitch - io ho ancora dei dubbi.
- Dubbi?
- Pensate che Salm sia cos stupido da cucinare un gatto e lasciare il pelo in bella evidenza, col rischio che lo veda qualche cliente o qualche vigile?
- Non  cos stupido? - chiesero tutti in coro.
- Lui no, ma voi s. Qualcuno sta cercando di depistare le indagini.
Tutti rumoreggiarono. L'autorit di Mitch era indiscussa, ma la morte di Juve li aveva scossi. E proprio in quel momento la gatta Anastasia port una nuova tremenda notizia.
Era stata trovata la testa di Zampanera. A cento metri dai giardinetti. Sotto il muro dei graffiti dove si radunava la Banda dei Bombers.
- Ora possiamo dirlo, - disse Mitch - siamo in presenza di un serial killer.
- Evviva - disse Pongo che come spesso gli succedeva non aveva capito un cazzo.

La grande riunione

Mitch aveva convocato tutti la mattina presto, nell'abbaino della CatPolice. C'erano Felini, Isterici, Sotterranei e anche Ramon il pappagallo.
- La situazione  grave, amici. Ma ne verremo fuori - disse l'ispettore. - Ora vi spiegher il mio piano.
Furono interrotti da passi umani e da un respiro ansimante. Nera e gobbuta, con lo scialle funereo in testa, apparve la Baffona.
- Tutti qui Belli riuniti e intanto Salm se la spassa ringhi ironica. - Quali altre prove volete? Ha fatto fuori Juve.
I gatti dei giardinetti sono terrorizzati. Stanotte sono spariti Dolasilla la tigrata e Botero, il micio pi grassottello, pi bello. L'ho tirato su a coratella e merluzzo, e adesso sar nelle grinfie di quel maledetto.
- Calma, Baffona - disse Mitch. - Stiamo indagando seriamente e ti giuro che troveremo il serial killer.
- Non vi credo - disse la Baffona. - Mentre voi cercate a vanvera, Dolasilla e Botero saranno gi in padella con timo, alloro e capperi.
- Capperi - fece eco Ramon.
- Non trascureremo nessuna pista - assicur Mitch. - Oggi faremo una perquisizione nel ristorante di Salm.
- Era ora! - disse la Baffona. - E chi la far?
- Roger Ratto e Mon Cheri.
- Un topo e un cane di dubbia sessualit?
Si ud un coro di proteste. Mitch fece segno di far silenzio.
- Baffona, so che sei affezionata ai tuoi gatti, ma adesso stai esagerando. Vai via e non interferire.
- No, resto, voglio sapere cosa farete. Non me ne vado.
- Killer, - disse Mitch con calma - vuoi accompagnare la signora alla porta?
Killer digrign i denti e la Baffona scomparve con una certa velocit.
- Baffona  un'amica ma  troppo emotiva - prosegu Mitch. - Noi dobbiamo essere tranquilli e infallibili come Bruce Lee. Ora ecco il piano. Tu, Roger Ratto...
- Maresciallo Ratto ai suoi ordini, capo - disse il topo scattando sull'attenti.
- Tu e altri due o tre Sotterranei andrete a ispezionare le cucine del ristorante, Mon Cheri verr con voi. Salm adora i cani e ha un debole per i barboncini a pelo ovino. Tu, Mon Cheri, dovrai fare il cagnolino carino pisciolino, giocare con lui e tenerlo lontano dalla cucina il maggior tempo possibile.
- Camminer a due zampe, far capriole, sar irresistibile - disse Mon Cheri.
- Bravo. Roger, tu e gli altri dovete cercare dappertutto Nel frigo, nelle credenze, nelle pentole, nelle zuppiere, nel forno, dentro alla farina, insomma dovete scoprire se in quella cucina c' una minima traccia, pelo o ossicino, di gatto.
- Ricevuto. Porter con me Thor, che  una nutria in grado di aprire un freezer coi denti, e il sorcetto Briciola, che passa attraverso una serratura.
- Bene, andate, e fate un buon lavoro. Poi ho una missione per voi Isterici. Killer, tu e Cyrano il Segugio andrete in giro a parlare con tutti, quadrupedi e bipedi, e a chiedere se hanno visto qualcosa di sospetto. In quanto a me e Pongo, andremo nella tana di Ramses e cercheremo qualche indizio che possa ricollegarsi alla sua scomparsa. Poi ci vuole qualcuno che vada a parlare con i gatti dei giardinetti. Ma senza spaventarli, e con cautela, magari c' un complice del killer tra loro. Qualcuno che sappia usare astuzia e dolcezza. Chi si offre volontario?
- Io credo di essere adatta - disse una voce mielata. Dalla finestra, con un agile balzo, entr Chantal. Si stir sulle zampe e disse: - Mitch, come sai, io sono... molto portata per far parlare i gatti... specialmente... i gatti maschi.
- Potrebbe essere pericoloso - disse Mitch.
- Tranquillo, baby, non lo faccio per te - disse seccamente la gatta. - Lo faccio per la comunit.
- Va bene. Ma verr anche Ramon il pappagallo. Controller tutto dall'alto e ti avvertir se c' qualcosa di strano.
- Sar come un drone - disse Fanny.
- Come un cosa? - chiese Pongo.
- Zitto Pongo. Tu verrai con me alla tana di Ramses. Per tutti, appuntamento stasera alle sette. Buona fortuna.

La tana di Ramses

Mitch e Pongo camminarono svelti, schivando macchine e pedoni, fino al giardino della Baffona. Tutto sembrava tranquillo. Alcuni gatti sonnecchiavano sotto le piante, altri oziavano sui muretti. Ma le code denunciavano un certo nervosismo, e alcune ciotole erano ancora piene. La paura fa passare l'appetito. Mitch blocc Pongo che stava per avventarsi su un residuo di crocchette, e lo spinse verso il Pratone, un campo pieno di sterpi e rifiuti, un terrain vague dove ancora nessuno aveva costruito, ma gi c'erano le ruspe pronte a edificare un nuovo mostro di cemento. Oltrepassarono la casetta della Baffona, e una baracca che non avevano mai notato prima.
Forse zingari. Da dentro veniva un ronzio misterioso. Avanzarono ancora a balzi tra le erbacce alte finch giunsero in uno spiazzo sotto un tiglio polveroso. L dentro una vecchia apecar abbandonata, aveva vissuto Ramses il Saggio.
Entrarono con cautela nell'abitacolo. C'erano resti di cibo, una piccola cuccia, ciuffi di pelo, un poster di Catwoman.
- Non vedo niente di strano - disse Pongo.
- Aspetta, - disse Mitch - frughiamo bene.
Dopo aver guardato con attenzione, si accorse che la fodera del sedile dell'Apecar portava segni di graffi, come se qualcuno l'avesse aperta e richiusa. Infatti dentro alla fodera era nascosta una tavoletta di legno, scritta da ambo i lati. Era tutta incisa in graffiese. Mitch inizi a leggere e spalanc gli occhi.
- Che mi venga la rogna, - disse - questa  davvero interessante.  una storia che mi raccontava sempre mio padre, ma pensavo fosse una leggenda.
- Di cosa parli?
Sentirono dei passi. Mitch prese la tavoletta in bocca e balz fuori dal finestrino.
- Corri, Pongo, filiamocela.

La caccia all'assassino

Quella sera alle sette erano tutti di nuovo riuniti. C'era anche Mouse, il gatto del negozio di computer.
- Ho una storia spaventosa da raccontarvi, - disse l'ispettore Mitch - ma prima voglio un rapporto sulle investigazioni di oggi.
- Prima per devo darvi una brutta notizia - disse Poldo lo Zoppo. - Un altro delitto, anche pi crudele dei precedenti. Hanno trovato Botero impiccato a un ramo. Proprio di fronte al muro dei graffiti, dove si raduna la banda Bombers. E sul muro c'era una scritta: Odiamo i gatti e i terroni.
- Maledetti razzisti, - grid Arsenio - allora sono loro i colpevoli!
- Forse, - disse Mitch - ma potrebbe anche essere un ultimo tentativo di depistare le indagini. I Bombers fanno casino allo stadio e rubano qualche motorino, ma non ce li vedo a fare i sadici.  una banda di piccoli teppisti, e met di loro viene dal Sud. Strano quel riferimento ai terroni. E poi dov' Dolasilla?
- Insomma, Salm non  stato, i Bombers neanche, chi  l'assassino allora? - disse Killer.
- Lo scopriremo. Intanto sentiamo i rapporti. Roger Ratto, riferisci.
Il topo si alz sulle zampe posteriori e parl con voce stridula e fiera.
- In data odierna 16 settembre verso le ore 15, una pattuglia operativa formata da me maresciallo Roger Ratto, dall'appuntato Thor...
- Ma come parla? - disse Chantal.
- Ho fatto per tre anni il topo in una caserma di carabinieri. Allora ripeto, io con l'appuntato Thor e l'incursore Briciola, insieme al signor barbone Mon Cheri ci siamo recati al ristorante Un Po' de Tutto, sito in via Genova numero 145, all'angolo con...
- Meno particolari Roger, vai al sodo.
- Un verbale  un verbale. Dunque, giunti sull'obiettivo dell'indagine  entrato in azione il gi citato collaboratore Mon Cheri, che con lazzi e moine ha attirato l'attenzione del signor Ciocia Luigi di anni sessantaquattro, in arte Salm, chef nonch proprietario del ristorante. Avendo constatato che il signor Salm era stato neutralizzato, siamo entrati. Abbiamo ispezionato nell'ordine: numero due frigoriferi rispettivamente da trecento e duecento litri. Quattro cassapanche e ripiani con cibi vari. Sessanta pentole e paddle. Un camino con spiedo e alari. Due cucine con forno elettrico. L'appuntato Thor ha divelto la grata del forno a legna, dentro cui si  infilato con grande sprezzo del pericolo l'incursore Briciola. Abbiamo inoltre ispezionato centoventi vasetti di marmellate, carciofini, ceci eccetera. Dodici sacchi di farina e di riso. Abbiamo guardato in tutti i bidoni della spazzatura e in ogni angolo e recesso.
Al termine dell'operazione non abbiamo notato alcuna traccia n indizio n pelo n unghiolo n vibrissa n brandello n infinitesima parte di qualcosa che possa ricondursi a un GATTO... in fede, capitano Roger Ratto eccetera.
- Non nascondete niente?
- Non abbiamo portato via nulla, - sospir Roger Ratto - se non numero dodici uova, e abbiamo consumato sul posto un chilo di parmigiano reggiano, per compensare il grande dispendio di energie...
- Grazie maresciallo, ottimo lavoro. E adesso a te, Chantal.
- Ho parlato a quasi tutti i maschi, - disse la micia - ma ho notato che avevano la testa da un'altra parte. Hanno detto che sono molto ben nutriti e curati, ma ultimamente la Baffona li controlla troppo, per paura dell'assassino. Alcuni hanno manifestato l'intenzione di scappare. Hanno tutti una gran paura.
- E di chi?
- Non di me - disse Chantal con un sorriso maliardo.
- E Ramon?
- Arriver, sta lavorando. Distribuisce bigliettini portafortuna al luna park. Quando verr, mi ha detto che ha una cosa importante da consegnarti.
- Bene. E voi, Killer e Cyrano, avete scoperto qualcosa?
- Niente di anormale, - dissero i due cani - se non che una vecchissima tartaruga, da noi intervistata, ha detto: "Questo mi ricorda qualcosa che accadde tanti anni fa".
- Cosa?
- Purtroppo era rincoglionita e non lo ricordava.
- Bene, - disse Mitch - siete stati bravi. Il cerchio si stringe. E grazie a quello che abbiamo trovato nell'Apecar, siamo a un passo dalla verit. Guardate.
E mostr la tavoletta di legno.
- Qui, in alfabeto graffiese, c'e una vecchia storia... Ramses l'ha incisa perch noi la trovassimo. Non  scritta da molto, i graffi sono freschi. Il nostro amico si era accorto di qualcosa e voleva avvertirci... La leggo.
Vi ricordo, amici, che Ramses era pi colto di noi, aveva passato l'infanzia in un college inglese e non solo parlava trenta lingue feline dal lincese al tigretico, ma sapeva capire e leggere l'umano. Ecco cosa ci ha tradotto.
Dal giornale del 10 settembre 1970

CATTURATO IL VAMPIRO DEI GATTI

Se mi accade qualcosa, questa e la storia del Vampiro, come mi fu riferita da mio padre e da mio nonno.
Circa quarant'anni fa, nel nostro quartiere, che allora era assai meno abitato e pi selvaggio, ci fu una serie impressionante di uccisioni di gatti. C' chi dice quasi mille in quattro anni.
Un uomo vestito di nero, detto il Vampiro, fu visto pi volte aggirarsi tra le rovine e nei prati dove c'erano randagi. Girava con un sacco e un randello. Era abile negli agguati, sapeva imitare il nostro miagolio, colpiva e portava via le prede. Oppure seminava esche che non le uccidevano, ma le stordivano, e poi passava a prenderle. A volte risuonava un colpo di fucile. Presto si seppe la terribile verit. Il Vampiro era gattofago.
- Miaoooooooooooooo! - gridarono tutti con orrore, anche i cani.
Portava i poveri gatti nella sua casa e li cucinava, non mangiava quasi altro, erano la sua ossessione, li preferiva a ogni altro cibo. Per quattro anni uccise e divor. Finch commise un errore. Entr in un giardino e cattur i sei gattini della figlia del capitano dei carabinieri. Part un'indagine accurata. E poco dopo, ecco cosa scrissero i giornali dell'epoca.
 finito l'incubo per i randagi e per i proprietari di gatti del quartiere periferico dei Pratoni. Ieri i carabinieri hanno fatto incursione in una casa e hanno arrestato il signor Domenico Lomagno, di anni quaranta, ex cuoco.
Nell'abitazione sono stati trovati resti di felino appena cucinato e decine di pellicce. A tradire il Lomagno, l'odore di carne e spezie che usciva in permanenza dal suo comignolo, alcuni miagolii sospetti e le pelli che i vicini hanno notato nel bidone della spazzatura.
Un testimone ha riferito di aver visto fuggire dalla casa un gatto col pelo strinato e un rametto di rosmarino nel sedere. Il Lomagno ha ammesso i suoi delitti e ha detto che la sua perversione  nata nell'immediato dopoguerra, quando i gatti si mangiavano per fame. Ha ammesso di aver divorato nella sua carriera pi di tremila gatti.  stato denunciato e condannato per maltrattamento continuato di animali.
Inoltre, nella sua casa sono stati trovati un fucile non denunciato e soldi di provenienza imprecisata. Il Lomagno aveva gi alle spalle due condanne per furto. Ora dovr passare in galera almeno una decina di anni.
- Allora portateci da Dolasilla - disse Mitch con un lampo negli occhi. - La verit e a un passo.
La baracca del Vampiro Poi qui c'e la foto di Lomagno. Guardatela bene,  importante. E Ramses conclude: Amici, attenti. Il Vampiro potrebbe tornare, anzi, forse e gi tornato. Se dovesse accadermi qualcosa vendicatemi.
Un grande silenzio cal nell'abbaino. Anche il sole che tramontava sembrava andarsene per non disturbare. Tutti erano spaventati a morte. Dal passato tornava un incubo che alcuni di loro avevano sentito raccontare. Non era pi una leggenda, ma una crudele e minacciosa realt.
- Dobbiamo trovarlo - disse Mitch. - Certamente  uscito di prigione, e se  tornato, non si fermer.
In quel momento entr svolazzando Ramon. Portava qualcosa nel becco.
- Scusate il ritardo. Come forse Chantal vi ha detto, ho qui qualcosa che potrebbe aiutare l'indagine.
Butt sul tavolo un nastrino nero con un campanello.
- Era quello che Dolasilla portava sempre al collo. L'ho trovato a pochi metri dal giardinetto.
- Cyrano, sai ancora seguire una traccia?
- Di un gatto? Certamente!
- Se  una gatta femmina, anche io posso seguire l'odore - disse Billy il Maniaco.
Cyrano e Billy, sotto la luce lunare, si misero a seguire la traccia di Dolasilla, e non ci fu bisogno di andare lontano.
L'usta portava alla baracca vicino alla tana di Ramses. La robusta porta era chiusa e sembrava che dentro non ci fosse nessuno, si udiva solo quello strano ronzio.
- E adesso che si fa? - chiese Pongo.
- Un gatto entra dappertutto - disse Mitch.
Infatti trovarono subito sul retro una finestrina con un'inferriata. Ci passarono tutti, anche Killer e Cyrano strizzandosi un po'.
Accesero la luce. Era un posto molto strano, con le pareti bianche come una sala operatoria, non c'erano letti n sedie. Un grande freezer da gelati, da cui proveniva il ronzio, Un tavolo di marmo, una vasca lavatoio e una cassettiera.
Aprirono la cassettiera e con una certa inquietudine trovarono parecchi coltelli affilatissimi, uno spiedo e alcuni forchettoni. C'era anche un fucile, appoggiato alla parete. Poi notarono una porticina nell'angolo pi buffo. Entrarono.
Videro una stanzetta spoglia, con un pagliericcio. Le pareti erano tappezzate da centinaia di polaroid di gatti, alcune ingiallite e vecchissime. Ritagli di giornale, e un armadietto che conteneva sacchi di plastica e vecchi vestiti, che Mick esamin con cura. Per finire, scoprirono due bottiglie. Non ci fu bisogno di aprirle. -  cloroformio - disse Cyrano arricciando il naso.
- Bene, ragazzi - disse cupo Mitch. - Ci resta un'unica cosa da fare, la peggiore. Apriamo quel freezer.
Killer azzann il coperchio e il freezer si spalanc, una nube fredda usc, come un respiro di morte.
Dentro al freezer, a frollare nel ghiaccio c'erano una decina di cadaveri di gatti, alcuni interi, altri decapitati. C'era la povera Dolasilla, c'erano Zampanera, Macchiolina e Pedro, c' la testa di Juve. E alcuni gatti sconosciuti, evidentemente il Vampiro cacciava anche in altri quartieri. Richiusero.
- Lo abbiamo trovato - ringhi Killer, tremando dal freddo, o dalla fifa.
- E adesso? - disse Pongo, che stava per vomitare.
- Adesso aspettiamo - disse Mitch.
Si nascosero nella stanzetta. A mezzanotte si udirono parecchi giri di chiave e la porta della baracca si apr. Entr una figura nera, con un sacco in spalla. Si guard intorno, annunci, - So che siete nascosti da qualche parte, conosco il vostro odore. Saltate fuori - disse una voce conosciuta.
- Ciao Baffona - disse Mitch uscendo allo scoperto. - O devo chiamarti col tuo vero nome, Domenico Lomagno?
La Baffona si tolse lo scialletto dalla testa, poi si rizz, la gobba scomparve, era pi alta, anzi pi alto, di dieci centimetri. Rise sguaiato.
- Vi ho fregato per tanti anni, sono diventato un po' gobbo davvero... ma complimenti Mitch, come ci sei arrivato?
- Sono un ispettore, no?
La Baffona prese il fucile dalla parete, si sedette sul freezer, accese una sigaretta.
- Hai un brutto vizio, - disse Mitch - fumare alla tua et.
- S, ho parecchi brutti vizi. Allora, dimmi, come mi hai scoperto?
- Oh, non  merito mio - disse Mitch. - Ramses aveva capito tutto. Ti deve aver visto fare qualcosa di strano, si  ricordato la storia del Vampiro e ha collegato le cose.
- Si  messo a seguirmi, quello stronzo - disse il Vampiro.
- Allora tu lo hai stordito, lo hai portato su quel terrazzo e lo hai buttato gi. Sapeva troppo.
- Si, l'ho portato lass e l'ho tenuto per la coda, sospeso nel vuoto. Gli ho detto: dimmi cosa sai e a chi lo hai rivelato.
Ma non ha voluto parlare, quello stupido.
- Ramses era un duro. Ma ci ha lasciato una traccia decisiva.
- Quale traccia?
- Una tavoletta con la tua storia di quarant'anni fa. Non eri male coi baffetti, nella foto del giornale. E da quel momento i miei sospetti sono diventati certezze, e i pezzi dell'enigma hanno cominciato a incastrarsi. Ad esempio, ho pensato che per far fuori i gatti bisogna avvicinarli, se no scappano veloci. Tu come Baffona eri apparentemente loro amica.
Come il Vampiro, parlavi il gattese. Si fidavano di te, quei poveretti.
- E poi?
- E poi il suicidio di Ramses non mi ha convinto, la scritta in graffiese era strana.
- L'ho obbligato a inciderla, lo tenevo per il collo.
- Si. Non era la sua normale gattigrafia. E c'era anche... una deliziosa testimone che ha sentito i tuoi passi sulle scale quel mattino. Poi tu hai visto che non mi fermavo alle apparenze e da quel momento hai provato a depistare le indagini.
Hai ammazzato gatti seminando falsi indizi. Eri troppo feroce nell'accusare Salm. E anche la storia della banda dei Bombers, era solo un ultimo tentativo di ingannarci. Poi mi  venuto in mente quando hai parlato di "timo, alloro e capperi".
Come facevi a sapere che questa  la ricetta migliore per cucinare i gatti?
- Come hai fatto tu a saperlo?
- Con il mio amico Mouse ho consultato internet e ho scoperto altre cose su di te. Che eri cuoco, e la tua specialit era il coniglio ai capperi. Finalmente ho capito perch facevi ingrassare tanto i tuoi gatti. E anche i tuoi baffi hanno trovato spiegazione.
- La barba me la faccio, - disse il Vampiro con una smorfia - ma i baffi sono una sofferenza, mi taglio sempre. E col mio travestimento e un documento falso comprato in galera, nessuno mi ha riconosciuto per quarant'anni. Altri indizi, genio?
- Mi sono ricordato che una volta ti ho visto pisciare in piedi da lontano. Ma allora non gli diedi troppa importanza.
- Be', si Mitch, mi hai scoperto. Dopo otto anni di prigione sono uscito, potevo godermi un po' di soldi rubati che avevo nascosto. Ma avevo soprattutto un desiderio: placare la mia fame - disse il Vampiro con uno sguardo diabolico. - Otto anni senza succulenta carne di gatto, otto anni di tormento. Ma stavolta dovevo essere pi furbo. E allora ho pensato a questo travestimento. Chi avrebbe sospettato che sotto le spoglie di una soave vecchia gattara si nascondesse il Vampiro?  stato geniale, no? Mi sono finto gobbo, ho tenuto i capelli lunghi, ho arrochito un po' la voce, ho perfezionato il gattese. Avrei continuato a mangiare squisiti micioni per anni, se non si fosse messo di mezzo quel vecchio Ramses rompicazzo, e adesso tu, Mitch. Ma mi dispiace per voi, non andrete a raccontare a nessuno questa storia. Ben presto sarete nella mia padella. Per te, Mitch, ho una ricetta speciale coi peperoni. E per l'occasione, mi cimenter anche in spezzatino di cane.
- Fottiti - disse Killer ringhiando.
- Vuoi che ti faccia saltare la testa, faccia di coccodrillo? - url il Vampiro.
- Metti via quel fucile. Sei in trappola, assassino. Arrenditi - disse Mitch con calma.
Il Vampiro rise a bocca spalancata, mostrando orribili denti cariati e appuntiti. Punt il fucile.
- Ah si? E chi mi fermer? Tre gatti spelacchiati e due cagnetti?
- Non sono un cagnetto, - disse Killer ringhiando - sono una forza della natura.
- E anche io sono una belva - disse Pongo, che per la paura aveva iniziato la guerra batteriologica mollando la solita puzza.
- Hai ragione Domenico Lomagno, alias Baffona - disse Mitch. - Tre gatti randagi e un paio di cani non possono fermarti. Ma un esercito di topi, dieci bei cagnoni e cento gatti molto incazzati possono.
Il Vampiro stava per dire qualcosa, quando sent un rumore alle spalle e si volt Migliaia di occhi feroci di tutti i colori e le dimensioni lo fissavano.
- No, un momento! - grid - Voglio un regolare processo umano!
- Noi gatti, come ti ho gi detto una volta, sbrighiamo le cose tra noi. E i nostri amici devono essere vendicati.
Il primo a attaccare fu Killer, che con un balzo azzann il braccio che teneva il fucile. Alle spalle, Sherpa il sanbernardo inchiod il Vampiro al pavimento. Poi arrivarono le unghie dei gatti. E infine un nugolo di topi copr il corpo del Vampiro, che url finch una pantegana gli entr in bocca, e fu la fine. Si sent solo masticare.
- Dopo pulite tutto e mettete quello che resta nel freezer - disse Mitch.
- Non rester molto - disse Roger Ratto.

Finale

Era quasi l'alba. Nel Prato si ballava al suono di una vecchia radio. Lou Reed cantava: Vieni a passeggiare nel Wild Side. Mitch e Chantal camminavano insieme tra le erbacce e i pochi fiori. Avevano tante cose da dirsi.
- Ah, - sospir Pongo - l'amore...
- Certo - disse Fanny. E si gratt vezzosamente un orecchio.
- Ehi Fanny, - disse Pongo - ma nelle storie di questo tipo normalmente non solo l'eroe, ma anche il gatto pi sfigato trova l'amore. Sei sicura che io e te...
- No, scoreggione. Sono l'unica gatta fedele del quartiere e amo Arsenio.
Laggi, nella luce dell'aurora che indorava i condomini, Mitch e Chantal stavano muso contro muso.
- Mio caro Pongo, - disse Mon Cheri - non essere triste.
L'amore  uno strano sentimento per gli umani, per i gatti e financo per le oloturie e i dugonghi. Si aspetta con ansia per anni, si desidera, si maledice la solitudine e magari l'amore arriva nel modo pi inatteso, pi imprevedibile.
Ci fu un momento di silenzio, poi Killer disse: - Ehi Mon Cheri, lo sai che hai un bel culetto peloso?
- Be', - disse Mon Cheri - sei carino a dirmelo. Che ne dici se facciamo una passeggiata sotto il ponte?
- Vengo anch'io - disse Pongo che come spesso gli succedeva non aveva capito un cazzo.



15.

Verso casa
Dureranno pi in l del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.
JORGE LUIS BORGES, Le cose

In un giorno nebbioso, che cancella le ombre e soffoca i sogni, torno verso casa. Ho appena lasciato una strada piena di traffico e sto camminando nel viale orlato da platani mutiin fondo al quale c' la mia abitazione. Il piccolo giardino con le rose bambine mai rigogliose, e un abete ricordo di un vecchissimo Natale.
Vivo in questa via appartata e tranquilla, non lontana dal centro, appena sotto il ricco eden dei colli. Un susseguirsi di villette un po' vanesie, come vecchie signore imbellettate, palazzi colmi di gerani, colonnette pompose, cani isterici e giardini con gazebi inzaccherati dai merli.
Cammino solo, il viale  stranamente deserto. A quest'ora mi capita spesso di incontrare un portatore sano di cane, che si fa trascinare da un muscoloso botoletto (dopo i labrador, sono di moda i Jack Russell). Oppure un fantasma del footing, col volto rapito in estasi adrenalinica, che sbuca dalla nebbia in tutina gialla e saluta con un gesto breve che significa "non mi posso fermare, perdo il ritmo". Talvolta mi sfreccia davanti un ragazzetto con lo zaino che insegue l'autobus. Oppure m vengono incontro le piccole, ridenti colf filippine e bangladesi che vanno a fare la spesa per i loro padroni, professionisti indaffarati o pensionati morti di noia.
Incontro un vecchio barcollante con una gigantesca moldava che lo sorregge altera. O la malinconia ciclistica del postino, e gli spazzini che cercano diamanti sui marciapiedi.
Ma oggi non c' nessuno, mi viene quasi da pensare di aver sbagliato strada.
Lo sapete bene, a volte si cammina sovrappensiero e ci si ritrova a destinazione, ci stupiamo di essere gi arrivati. A volte invece, anche una strada ben conosciuta diventa intermnabile, forse siamo stanchi, forse abbiamo fretta, ma i piedi sembrano girare a vuoto e non portarci avanti.
Cos  oggi. Conosco uno per uno i platani di questo viale, credo di averli anche contati (ottanta, se ricordo bene), e ora mi trovo all'altezza di un albero che credevo di aver gi sorpassato, un vecchio gigante con macchie nere simili a ideogrammi (io lo chiamo il platano giapponese). Ero sicuro di aver camminato molto di pi.  la nebbia, credo, questo misto di smog e vapore che annuncia neve,  questo grigio torbido e indifferente che rende tutto lontano, anche la mia casa. Dalla nebbia esce una strana figura in bicicletta, con un cappuccio nero. Mi sento disorientato e inquieto. Vi confesso che sono un uomo molto emotivo. Qualche volta sono soggetto a fenomeni che non chiamerei visioni o delirio, ma piuttosto alterazioni, piccoli spasmi nel mio equilibrio. In questi momenti io temo che la normalit che mi circonda, la tranquilla e ben nota quotidianit, possa essere travolta da un fatto inatteso, sconvolgente, crudele. Allora penso che ogni cosa o persona che incontro potrebbe trasformarsi.
Non lo temete anche voi? Ecco che i platani diventano enormi zombie vegetali in decomposizione. E le rose cantano una nenia minacciosa. Ecco che il maratoneta esangue  uno scheletro che trascina in discesa un traballare di ossa, e il rumore non  quello delle scarpette, ma dei metatarsi che crocchiano sull'asfalto. E cos le piccole colf sono fattucchiere che sibilano malefici nelle loro lingue pagane. E al guinzaglio dell'uomo il botoletto si trasforma improvvisamente in belva urlante, un Cerbero a tre teste. E dalle finestre volti perfidi mi spiano e dicono: cammina cammina, non sai cosa ti aspetta.
S, forse la vita  questo. Si procede tra normalit e paura, ci si aspetta ogni volta di tornare alla nostra dimora, di trovare, un po' di quiete, un rifugio. Magari salendo le scale di casa verremo presi dall'angoscia, avvertendo che il dolore ci ha seguito fino l. Comunque sia,  un inferno che conosci.
Ed  meglio di quella nebbia spietata, meglio che non vedere nulla, meglio della solitudine dei nostri passi.
I miei passi? Sono un buon camminatore, ma oggi i miei passi sono corti o sghembi, perch procedo da un pezzo ma non sono neanche a met viale. Supero un platano pi grande degli altri, segnato da una crepa. Fu anni fa, quando una giovane epilettica ebbe una crisi mentre guidava e l'auto si schiacci contro il tronco. Lei piangeva e implorava: non lo dica a nessuno, mi toglieranno la patente. Io non dissi nulla ai vigili, ma quelli capirono. Chiss dov' quella ragazza dal volto sconvolto, con le occhiaie e il tremito nelle mani.
Passa un'auto alle mie spalle e suona, sobbalzo. "Cretino!" vorrei gridare, ma forse il guidatore si  spaventato, c' nebbia, anche io sar spuntato come un fantasma. Un fantasma che cammina come girasse in tondo, in un mondo senza direzioni, un mare senza stelle n fari. Ora la nebbia  pi fitta. Quanto  lungo il solito cammino, come vorrei vedere il segnale stradale e l'albero storto che segnalano il mio cancello. Direi di aver gi percorso tre quarti della strada, quindi dovrei gi vedere le due grandi ville che precedono la mia casa. Ville primo Novecento color pastello con folti giardini trascurati, telecamere di allarme, e alte reti intessute di edera dietro alle quali cani invisibili ringhiano al tuo passaggio. Ecco, la prima villa dovrebbe essere questa. Ma no,  una costruzione mai vista, spuntata dal nulla. Bianca, vagamente ro-coc, con un cancello vecchio e arrugginito, un cancello da cimitero. Perch non mi sono mai accorto di questa strana abitazione? O forse la riconosco,  quella del vecchio che esce sempre col cane bianco, ma oggi sembra diversa. E non vedo i tronchi potati dopo la grande nevicata, i tre giganteschi totem che segnalano che casa mia  vicina. Con sempre maggior inquietudine noto un platano, un altro, e poi uno che assomiglia stranamente all'albero con le macchie nere all'inizio del viale. Vengo preso dalla rabbia. Non posso essere cos indietro, dovrei essere arrivato, mi metterei a correre se non fosse ridicolo, eppure adesso ogni passo segue l'altro.
Ma non basta mai, vedo che avanzo, ma per ogni metro di marciapiede che guadagno una forza invisibile ne fa nascere un altro, ricordate il paradosso della lepre e della tartaruga e la sua vertiginosa dannazione? Ansimo, sto quasi marciando, La nebbia  un muro, addirittura perdo il marciapiede e mi ritrovo sull'asfalto. Finch, finalmente, intravedo un segnale stradale di senso unico, lo riconosco bene,  all'inizio di una viuzza laterale che porta il nome di un eroico garibaldino, poi cinquanta metri e finalmente casa mia.
Affretto il passo, ma il segnale stradale  sparito, forse l'ho gi passato, senza accorgermene. Ed ecco la viuzza laterale, ma non la riconosco e sulla targa c' un altro nome, Non leggo bene,  come sfocato, ma sicuramente non  il nome dell'eroico garibaldino. Mi appoggio a un platano, guardo indietro per vedere la strada fatta, ma non riesco a riconoscerla, scorgo un grigio indistinto, una prospettiva da brutto quadro, un abisso orizzontale. E arriva, di colpo, il terrore. Perch l'albero a cui sono appoggiato  il platano con la  Crepa, che ho sorpassato tempo fa. Cerco di calmarmi, ho forse non mi ero mai reso conto che ne esistono due uguali, ma non  cos,  come se un'onda mi avesse nuovamente spinto indietro, e allora cammino nella sabbia mobile, cammino nella neve, e la mia casa non si vede. Mi fermo, col fiato corto. La nebbia si dirada. 


16,
Vade retro

Non troverete su nessun documento  del Vaticano una descrizione del luogo segreto in cui comincia la nostra storia. Un corridoio ampio e lunghissimo, di cui non si vede n l'inizio n la fine, anche perch  quasi buio.
Soltanto una striscia di luce blu, misteriosamente vivida al centro del pavimento marmoreo, guida coloro che lo percorrono.
Quattro uomini percorrevano questo corridoio gi da una decina di minuti, e l'eco dei loro passi rimbombava come un rumore militaresco di un plotone. Il primo uomo era un prete bello e giovane, con barba rada da fotomodello e un impeccabile clergyman. Procedeva deciso e sembrava la guida del drappello. Ai suoi fianchi due personaggi decisamente diversi tra loro. A destra un gigante con un saio che poteva contenere tre uomini, il francescano fra Temno, con barba bianca biforcuta, e un bastone che ritmava una vistosa zoppa. A sinistra un uomo magro, elegantissimo in tonaca color indaco con fascia dorata alla piratesca, monsignor Blondette, il religioso pi colto e raffinato di Francia, che teneva le mani dietro la schiena e ogni tanto, con aria scanzonata, si permetteva anche qualche passo pattinato sul marmo lucido.
Poco pi indietro, su una sedia a rotelle elettrica, li seguiva un rabbino dai candidi capelli ricciuti, rabbi Moshe.
- Quando arriviamo, padre Gregory? - bofonchi FraTemno, sbuffando e battendo pi forte il bastone.
- Ancora un minuto, ci siamo quasi - rispose il prete.
- Deliziose le venature di questo marmo, - disse monsignor Blondette - direi che  marmo Margraf. Peut-tre?
- Non posso darvi nessuna informazione, - sospir padre Gregory - se non che stiamo andando dal Santo Padre.
- Per un affare della massima importanza, ce l'avete ripetuto cento volte - sospir rabbi Moshe.
- E non ci dite che accidenti di affare ! - esclam Fra Temno. - Ma quanti segreti! Prima quell'elicottero che mi viene a prendere. Poi la macchina coi vetri scuri. Si pu sapere cosa c' da tenere nascosto?
- Deus est mysterium - trill monsignor Blondette. - Imperscrutabili sono le sue vie, e cos quelle dei suoi servitori.
- Ma vaffanculo - ripose fra Temno, che era conosciuto per il suo linguaggio assai spontaneo. - Io lavoro in campagna, questo lusso e questi palazzi mi infastidiscono. E poi lei puzza di fiori marci...
- Credo che lei alluda al mio profumo Anglique De Jean-Claude Ellena - rispose con nonchalance padre Blondette. - Potrei ribattere che lei invece emana un deciso afrore di ovile...
- Buoni, buoni - disse rabbi Moshe.
- Siamo arrivati, Eminenze - disse padre Gregory. Il corridoio terminava davanti a una grande parete interamente occupata da un quadro, raffigurante san Giorgio che uccide il drago. E non si vedeva traccia di porte.
- Strano quadro, - disse rabbi Moshe - sembrerebbe ispirato a Paolo Uccello ma  molto pi moderno.
- A me pare troppo leccato - disse fra Temno. - C' un pittore dalle mie parti, Oronzo, che fa certe madonnone e certi diavoloni incazzati...
- Potrebbe essere un Gustave Moreau, - azzard monsignor Blondette - oppure un suo imitatore...
- Lei se ne intende, - disse padre Gregory -  effettivamente un Gustave Moreau dipinto in segreto, esclusivamente per questo corridoio. Somiglia a quello della National Gallery, ma non troverete traccia di questa opera in nessun catalogo... pochissimi hanno la possibilit di vederla.
- Meno male - disse fra Temno.
- Direi che rispetto a quello della National Gallery  ancor pi inquietante - disse Blondette.
- E valore artistico a parte... cosa facciamo, ci passiamo attraverso? - chiese rabbi Moshe.
- Proprio cos - rispose padre Gregory. Tocc un pulsante a lato della cornice e disse: - State indietro.
Il quadro ruot rumorosamente, era una parete mobile, e svel una scala che scendeva, illuminata da torce al neon azzurrastre.
- E adesso io come faccio? - disse il rabbi.
- Accidenti, non ci avevamo pensato - disse padre Gregory impallidendo.
- Bella organizzazione del cazzo, - ringhi fra Temno - pensate all'elicottero e non a un poveraccio in sedia a rotelle. Non si preoccupi, mio bel fighetto, il rabbino lo porto in braccio io.
E lo tir su reggendolo tra le braccia come un agnellino.
- Andiamo - disse padre Gregory.
Scesero diverse rampe. Blondette commentava le formazioni di salnitro sulle pareti e paragonava quel sotterraneo a quelli dello Chateau de Brez. Fra Temno sbuffava, il rabbino si teneva stretto al suo robusto collo, un po' preoccupato. Risuonavano note misteriose.
- Sento una musica in lontananza, - disse Blondette - sembrerebbe il Requiem di Durufl.
- A me sembra Sant'Antonio a lu desertu - disse ridacchiando fra Temno.
- Basta beccarvi, fratelli - li ammon il rabbino. - Facciamo silenzio.
La musica cess, e dopo una curva inizi una discesa stretta e ripida. Faceva sempre pi freddo. Finalmente si arrestarono davanti a una massiccia porta bronzea su cui era scolpito nuovamente il motivo di san Giorgio e il drago.
La porta si apr e capirono, finalmente, perch erano stati convocati.
La cripta era enorme e circolare, illuminata da un lampadario con centinaia di candele. Un maestoso parlamento d'ebano ne riempiva met. Nell'emiciclo di scranni neri, erano sedute almeno trecento persone, che li guardarono. Non fu difficile capire che li erano radunati i pi grandi esorcisti del mondo.
C'erano padre Amorth, don Cavalera e monsignor Gemma.
C'erano BulbusVaderetricus e John Walrus Killilith.
C'era il padre protestante Pickus Peck, che aveva combattuto i diavoli nelle brughiere di Scozia, e aveva una cicatrice a forma di croce sulla fronte.
C'era Basilio, barbuto esorcista del Monte Athos, che si diceva fosse capace di battersi col demonio volando su e gi dalle rupi.
C'erano il vescovo napoletano Alfonso Aragones Fotti farfari e Didimo Dominicanus Dissipentur e don Zauker, e lo svizzero Fss Fssenberg.
C'era padre Efimovic che liberava gli ossessi conficcandoli nella neve e lasciandoli frollare per giorni.
C'era il tedesco Johannes, biondo e angelico, che dopo aver liberato le indemoniate spesso si intratteneva piacevolmente con loro.
C'era padre Coddaziferru, che aveva esorcizzato un intero paese comprese cento pecore diventate feroci come jene.
C'erano don Vavidievel e Ulricus Jevlaborg e Emeticus ec Ultraudeas.
C'era il cardinale Pinpon, che aveva vinto dodici incontri col diavolo e ne aveva perso uno, e da allora sparava irrefrenabili scoregge a ogni conclave.
C'era don Fender, che guariva gli ossessi sparando accordi di chitarra elettrica a duecento decibel.
C'erano Marcus Belzebramovic e padre Bernardino Becabemotto e Bubus von Teufel e Ashnaswaminanga esorcista d, e padre Zorro Miguel Liberanos.
E anche se gli ultimi arrivati erano un po' in ritardo, tutti li guardarono con rispetto, perch non erano gli ultimi arrivati.
Monsignor Blondette era uno dei pi grandi studiosi di formule esorcistiche del mondo, sapeva affrontare il diavolo in dodici lingue, e lo combatteva con la classe e l'eleganza. Se il diavolo sputava zolfo, lui spruzzava l'indemoniato di mughetto. Se Belzeb faceva dire sconcezze e parolacce alla sua vittima, Blondette le leggeva poesie. E se il diavolo cercava di sedurlo, Blondette... ci stava, ma spesso lo faceva innamorare con i suoi modi squisiti. E cos via.
Rabbi Moshe era un esperto della cabala e i suoi esorcismi erano composti da una sola parola e da un solo numero, ma erano efficacissimi.
In quanto a fra Temno, anche se i suoi modi erano rozzi era un vero guerriero della fede. Come diceva il suo nome, menare era il suo modo preferito di riportare i fedeli sulla retta via. Se qualcuno si indemoniava, lo prendeva a ceffoni e randellate con tanto vigore che entro poco tempo il diavolo scappava, e se Fra Temno riusciva a prenderlo per la coda, gli faceva passare il quarto d'ora pi infernale della sua vita.
I tre salutarono e presero posto nei loro scranni.
Si ud musica d'organo e, candido e sorridente, entr il Santo Padre. Scoppi un applauso. Il pontefice prese posto al centro dell'emiciclo, su un pulpito che raggiunse con un agile balzo. Non aveva appunti e parl a braccio, con l'abituale simpatia e schiettezza.
- Cari amici e fratelli nella fede,  un piacere avervi qui riuniti. Non  stato facile trovarvi e farvi venire da ogni angolo della Terra in tutta segretezza,  stata un'impresa... diabolica.
[risate] Ma alla fine ci siamo riusciti. Con qualche raro assente giustificato, sono qui riuniti i migliori esorcisti del mondo, non solo della cristianit ma anche di altre fedi. Un formidabile esercito di guerrieri della battaglia contro il male che ci tenta e seduce. Questo incontro  anche una riparazione.
Non nego che in passato ci siano stati da parte della Chiesa sospetti e ingiustizie nei vostri confronti. Non sempre abbiamo creduto nella vostra opera, a volte ne abbiamo dubitato, vi abbiamo bollato di eresia e il buon vecchio Tommaso d'Aquino ha combattuto la vostra idea di maleficium. Ma soprattutto abbiamo usato le vostre capacit di nascosto, quasi vergognandocene. Oggi affermo che  ora di dirvi apertamente grazie, grazie per tutto quello che avete fatto!
[applausi scroscianti] Voi conoscete il nostro nemico. Lo avete affrontato con le vostre preghiere, le vostre formule e la vostra scienza.  un avversario temibilissimo. Non soltanto il malvagio caprone o il mostro alato. A volte si presenta in vari modi raffinati e subdoli, affascinante e tenebroso, bella donna e gentleman, non  facile smascherare il suo scaltro trasformismo. E nonostante i nostri sforzi, continua a impossessarsi dei corpi e delle anime, rubandoli alla pace.
- Ben detto - sussurr Blondette.
- Bah - disse fra Temno, imbronciato, ed emise un sonoro starnuto.
- Non possiamo pi sopportare tutto questo! - disse il Santo Padre, con voce squillante. - Vi ho chiamato qui, amici, per dirvi che siete il mio braccio armato.  ora di affrontare la battaglia finale, di spazzare via dalla Terra il nostro avversario, di impegnarci in ogni modo per ristabilire l'ordine. Siete i migliori del mondo, e se restiamo uniti accadr qualcosa di storico. Insieme possiamo intonare una preghiera che sar la Madre di Tutte le Preghiere, la bomba atomica degli esorcismi. Vincere! E vinceremo!
[applausi, grande starnuto di fra Temno] - Ora, - disse il Santo Padre - siamo preparati. Siamo cento metri sottoterra in questa cripta segreta, dove sono state prese grandi decisioni, come la fondazione dello Ior e dove hanno avuto luogo alcuni... ehm, processucci di Inquisizione.
Forse il diavolo sa che siamo qua riuniti e ci teme. Tenter qualcosa, dobbiamo essere pronti e vigili. Come dice il testo:...alla fine il drago e il santo si combatteranno l'ultima volta e sia la mano del guerriero salda poich il Grande Padre degli Inferi ha denti e zanne e intelligenza e astuzia.
Si ud un ciclopico starnuto allergico. E fra Temno alz la manona.
- Scusi Santit, - chiese con voce tonante - da quale testo  tratta questa citazione?
- Non ricordo, - disse il Pontefice - credo dal Defensor Fidei di Leone XIII il magnus esorcista.
- No, Santo Padre, - disse fra Temno - credo invece che sia tratta dal Belzebook di padre Squarau, l'esorcista che trad la sua missione e pass dalla parte del maligno... nessun religioso chiamerebbe mai il diavolo "Grande Padre degli Inferi".
- Be', posso essermi sbagliato, - disse il papa - non sono infallibile.
Ci fu una grande risata. Ma fra Temno non rise, anzi si volt per andarsene. Padre Gregory lo trattenne per un braccio, con sguardo severo, fra Temno gli assest una bastonata sulle ginocchia. I trecento guardarono il gigantesco frate con disappunto.
- Fra Temno, - disse il Santo Padre con voce tranquilla - io so bene chi siete. Ci siamo gi incontrati altre volte, e conosco le vostre stranezze. Ma voi, amici esorcisti qui riuniti, non dovete giudicare male il mio buon amico francescano. Lui ha un vero talento. Riconosce il diavolo a cento metri. Ma spesso  impulsivo, e non capisce mai quando la situazione  delicata.
Fra Temno grugn, e sembr calmarsi.
- Ora, fratelli miei, vi spiego il perch di tanta segretezza nella vostra convocazione. Quando ho avuto per la prima volta questa idea, mi sono sorti molti dubbi. Ho pensato: forse  imprudente radunare i migliori esorcisti del mondo, perch se il diavolo venisse a saperlo potrebbe attaccarli, e senza loro la Chiesa sarebbe inerme contro il potere maligno, nessuno potrebbe liberare pi gli ossessi, e il tentatore potrebbe esercitare le sue arti in tutta libert. Ma poi ho riflettuto: possono tanti esperti guerrieri della fede non riconoscere un disegno satanico, possono non difendersi? E soprattutto, il diavolo  cos potente da combatterli tutti insieme? Qual  la risposta, amici miei?
- Santo Padre, - disse Blondette - avete fatto una cosa giusta. Nessun potere diabolico pu niente di fronte alla vera santit.
- Certo - disse il papa, poi rivolse lo sguardo al gigantesco francescano. - E lei cosa ne pensa, fra Temno?
- Io penso...
- Dica pure.
- Penso che puoi buttare la maschera, figlio di puttana!
Un boato di riprovazione percorse l'emiciclo. Fra Temno era impazzito! Padre Gregory e un altro domenicano cercarono di tenerlo fermo, ma quello con due cazzotti li atterr. In molti stavano per accerchiarlo, quando il fratone indic il pulpito e disse: - Stupidi, guardate l!
Sulla fronte del Santo Padre erano spuntati un paio di graziosi cornetti, e dalle falde della veste bianca saettava una lunga coda.
- Che delusione, amici - disse il Nonpipapa con voce roca. - Siete trecento e uno solo di voi ha sentito il mio odore. Ebbene s, ovviamente non sono Sua Santit. Non  stato facile arrivare qui dentro, ma anche il Vaticano ha i suoi peccati, mi  bastato fare una piccola indagine patrimoniale sull'Opus Dei e minacciare qualche ricattino e sono entrato, assumendo la forma di padre John, cameriere personale del papa. Ogni notte ho suggerito questa idea del raduno nelle orecchie pelosette e delicate di Sua Santit, finch egli si  convinto che fosse un'idea ottima e necessaria. Lui vi ha convocato, ma ora dorme di un sonno ipnotico e tranquillo, sorvegliato da due miei fedeli diavoletti. Si sveglier tra qualche ora ma sar tardi. Nervosi? Stupiti? Sentite un po' caldo?
I trecento erano agitati e spaventati in varie guise. Alcuni si erano alzati in piedi e pregavano. Altri stavano seduti sperando in uno scherzo. La maggior parte cercava di guadagnare l'uscita, ma padre Gregory e il domenicano, ovverossia Azazello e Behemot, bloccavano tutti. Il lampadario cominci a emettere fiammate incandescenti, si accesero torce enormi nelle nicchie della cripta. Qualcuno cerc di lanciare un esorcismo, ma la voce gli si strozz in gola.
- Come dovreste sapere, - disse il Padre degli Inferi - e come io so bene, i vostri poteri cessano quando la temperatura passa i sessantasei gradi. Ora io incendier questa sala, vi arrostir tutti, e dei trecento migliori esorcisti del mondo rester solo un meraviglioso ammasso di santo roast beef.
Urla e invocazioni di terrore si levarono altissime. Ma gi le fiamme incendiavano tonache e cappucci, la cripta si faceva rovente come un forno, qualcuno era gi caduto morto per il calore e un fumo nero invadeva ogni angolo soffocando gli imprigionati. Per il diavolo, era aria di montagna.
Si ud una risata orribile, poi una serie di colpi come se qualcuno cercasse di sfondare la porta, e grida sempre pi disperate.
Poi pi nulla.
Nel suo letto candido, il Santo Padre si svegli, si stiracchi e non sent il solito odore di caff e biscottini delle suore. Si guard intorno e con grande sorpresa non c'era il fedele padre John a dargli il buon mattino. L'orologio segnava  mezzogiorno, aveva dormito sei ore pi del solito. Intorno al suo giaciglio, ma a una certa distanza, erano schierati una  ventina di cardinali, tutti con l'aria spaventata. E un gigantesco frate con la barba bruciacchiata si avvicin a lui e gli pose una manona sul petto. - Ma cosa succede? - chiese stupito il Santo Padre.
-  veramente il pontefice, - disse fra Temno - il bastardo se n' andato. Ci ha fregato, abbiamo fatto la figura  dei coglioni, duecentonovantanove a zero per lui, porca puttana. - Volete spiegarmi cosa succede? - chiese irritato il papa. - E chi  questo pazzo che parla in questo modo becero? - Santit, - disse il cardinale Immobili, tratti bene questo frate. Ci resta solo lui,  l'unico scampato. - Scampato a cosa? - Santo Padre, ora le racconto, - disse il cardinale - ma metta un po' di grappa nel caff. Ne avr bisogno.



17.

Compagni di banco
Si be de vivir sin ti, que sea duro y cruento...

JULIO CORTAZAR

Nella classe III D del liceo Pastonchi ci sono ventisei alunni, di vari modelli e colori. La professoressa d'italiano Elisa Elana Marinetti li guarda e pensa che sono tutti ugualmente nel suo cuore. Ma deve ammettere che due sono i suoi preferiti. E stanno insieme all'ultimo banco.
Diana Deanna, coi lunghi capelli fris e occhi da cerbiatta, la pi bella del liceo, vanitosa ma non troppo, allegra e socievole. Ottimo rendimento scolastico, con qualche inspiegabile caduta. Una giovane adorabile, circondata, per note ragioni, da un rispetto che sembra quasi timore.
Vicino a lei, Peter Lori. Occhialuto, goffo, tozzo, capelli a spazzola. Il primo della classe, intelligente e ironico, ha la passione del greco e una bellissima risata sonora. Anche se ogni tanto, per ignote ragioni, improvvisamente si rabbuia, e per qualche minuto sembra paralizzato da un dolore, posa la testa sul banco e si estrania.
Oggi c' il compito di italiano. Le penne cantano sulla carta, forse per l'ultima volta. Il prossimo anno verranno introdotti i computer. Addio malecopie, fregacci e correzioni, addio calligrafie e cacografie, una apparente perfezione di pixel unificher gli svolgimenti, e la Marinetti dovr correggere freddi fogli stampati.
Se ne  discusso nell'ultima riunione dei professori, e molti erano preoccupati, specialmente il vecchio insegnante di matematica: - Voi dite che in classe non c'e internet, ma quelli sono diabolici, riusciranno a collegarsi coi loro perfidi telefonini, si scambieranno coseni ed equazioni.
- Io mi fido dei miei alunni, - lo ha interrotto la Marinetti - e poi un tema  quasi impossibile da copiare. Non ho mai corretto due temi uguali, ognuno ha il suo stile di scrittura.
- In greco - ha detto il preside Torovich - bisogna stare con gli occhi aperti. Il cavallo di Troia della disonest pu sempre entrare tra le mura della versione.
-  nostro compito vigilare - ha concluso fieramente il preside.
Si, ho fiducia in loro, pensa la professoressa. Guarda le testoline chine, le penne masticate, le smorfie, le esitazioni, la fatica e poi la gioia di trovare l'ispirazione. E osserva i suoi preferiti. Diana scrive lenta, guarda fuori dalla finestra, si distrae e poi subito riprende con lena. Normalmente sta tranquilla la prima ora e si scatena nell'ultima.
Peter invece sbuffa, corregge, non si concede pause, solo una liquirizia ogni tanto. Sembra che scriva dieci temi,  una macchina da guerra. E quando finisce, guarda Diana con dolcezza, e lei lo ricambia con un sorriso impareggiabile. Che coppia. Forse non c'e amore, ma che bella amicizia. Anche se forse... Ah, i misteri dei giovani cuori, sospira la professoressa, la tenerezza di quell'et...
- Stronzo, - dice sottovoce Diana - la prima met del tema che mi hai passato  penosa. Si vede benissimo che  roba tua. Troppa filosofia, e poi queste parole "esegesi" e "fortuito" io non so neanche che cazzo vogliono dire.
- Scusa Diana, - balbetta Peter - ma  un tema complicato, non  facile farne due diversi... sai che ci riesco sempre, ma devi avere un po' di pazienza.
- Manca solo un'ora... adesso devi rifare questa prima parte nel mio stile, cio nello stile che tu usi per me, e poi tutto il resto.
- Scusa, va bene il tuo tema, ma se non finisco il mio?
- Cazzi tuoi. Sei sempre riuscito a scriverne due, abbiamo sempre fregato la Marinetti, e devi farcela anche stavolta. Voglio otto in italiano come te, secchione.
- Non ti arrabbiare, - mormora Peter - una cosa  passarti la versione di latino, un'altra cosa un tema e poi... ahia! Diana gli ha piantato la stilografica nella coscia, con forza.
- Scrivi - ringhia.
- Che succede la in fondo? - Dice la Marinetti bonaria. - Non state chiacchierando troppo, Diana e Peter?
- Lui vuole copiare - ride la bella Diana.
- Ma che hai, Peter? Sei bianco come un cencio. Vuoi andare fuori un momento? - dice la professoressa.
- Se vai fuori a perdere tempo, - sibila Diana - racconto a tutti la storia delle mutandine.
- Ma sei tu che hai cominciato con le mutandine, io... io...
Dopoun'ora e varie punture di stilografica, il tema  consegnato.    l'intervallo. Diana come al solito  contornata da Bill, Lillo e Fede e altri fighetti carucci e ripetenti. Azzanna una merendina e li tiene a bada con le sue battute.
Peter  seduto a mangiare un panino allo stracchino col suo unico amico, Selim. Mastica e guarda Diana adorante.
- Scusa amico, - chiede Selim - ti offendi se ti dico una cosa?
- No no, dimmi pure...
- Io credo proprio che Diana Deanna ti prenda in giro. Secondo me ti sfrutta perch sei il primo della classe. Io non credo che la sua amicizia sia sincera.
- Non ti permetto, - dice Peter a bocca piena - lei  mia amica. Mi regala le liquirizie. Mi ha dato due volte un passaggio in motorino. Non mi sfrutta.  brava, intelligente, fa dei bei compiti in classe.
- Sar, - dice Selim - ma due passaggi in motorino in un anno non sono molti. E poi, come mai va sempre meglio nello scritto che all'orale?
- Vaffanculo, - risponde Peter - non ti permetto queste insinuazioni. Pensi che sia un fesso?
- Va bene, va bene Peter - dice Selim. - In fondo sono fatti tuoi. Ma se un giorno volessi dirmi qualcosa, io sono qui ad ascoltarti.
Peter lo guarda allontanarsi. Che potrei dirti, Selim? Che sono innamorato di lei? Che mi ha sedotto, e mi ricatta, perch una volta nello spogliatoio... be', ho perso la testa, ma lei mi aveva provocato. E Diana ha registrato tutto, sul suo maledetto telefonino, e l'ha montato a modo suo. E per tutto l'anno devo fare due compiti di matematica, due versioni di greco, due di latino, e due faticosissimi temi. Perch lei non si accontenta di copiare. Vuole che i compiti siano diversi, con un errorino in pi, una frase diversa, una differente impostazione. Ho imparato a scrivere i temi in dianese, con meno parole strane. Ho addirittura imparato a imitare la sua calligrafia, quando le manca il tempo di ricopiare. A volte prendo un voto pi basso di Diana, perch mi impegno pi per lei che per me. Se non fosse per gli orali sarebbe la prima della classe. Hai ragione, Selim. Lei mi sfrutta e mi ricatta,  un dolce incubo. Perch l'amo, l'amo perdutamente e senza speranza.
La mattina dopo, al liceo Pastonchi c' una strana eccitazione. Peter  appena arrivato, dopo un'ora di autobus, e Diana gli balza addosso radiosa, in maglietta rock e jeans aderentissimi.
- Peter, non mi abbandonare - dice, e lo abbraccia.
- Perch?... Cosa succede?
- Non lo sai? Domani c' il concorso nazionale di scrittura per le scuole! I dieci migliori temi verranno premiati e i vincitori andranno in televisione a X Book. Capisci, in televisione! Io, tu e Selim siamo stati scelti per rappresentare la nostra classe.
- Bello - dice Peter. - E allora?
- E allora, - dice lei con lo sguardo cattivo - o mi fai vincere quel premio, o metto su YouTube tutte le tue porcate. E ho una forcina appuntita nei capelli, se domani batti la fiacca ti faccio sanguinare come l'ultima volta.
- Ma non sar facile... perch sei cos spietata e esigente stavolta?
- Non capisci, bello? Io ti odio e ti amo. Amo il tuo bel cervellone. E lo sai che prima o poi ti bacer... Se ne va, ondeggiando elastica sulle scarpette da footing.
Peter resta immobile in mezzo al corridoio. Non sa cosa pensare. Si gratta la testona ispida. Va alla macchinetta distributrice, prende due merendine al cocco e le sbrana, poi beve una Coca, rutta al cielo, e un urlo di dolore.
L'indomani nell'aula magna ci sono trenta ragazzi, la crema del liceo. Grandi sorrisi e sguardi come pugnalate. La professoressa Elisa e il preside esimio grecista Torovich guardano i loro campioni. A ognuno viene distribuita una busta col proprio nome.
- Bene, - dice il preside -   gi un onore per voi essere stati scelti, ragazzi. Se poi qualcuno vincesse il concorso nazionale, sarebbe bellissimo. Ma a noi basta vedervi qua insieme, non in tenzone come Troiani e Achei, ma come i compagni di Ulisse, marinai sulla grande nave del sapere...
- I marinai di Ulisse se li so' magnati - commenta Selim. - Compagni un cazzo, - sibila Diana - io voglio vincere.
Devi fare un grande tema, Peter. E soprattutto, guai a te se fa meglio del mio.
- Va bene, va bene, - dice Peter, schivando un pizzicotto - ce la metter tutta.
- Dunque, - dice il professor Torovich - noi abbiamo fiducia in voi. Ma abbiamo precise direttive ministeriali. Oggi non potrete occupare i vostri posti abituali. Mi spiego, quelli della stessa classe non potranno stare vicini. Mettetevi pur dove volete, ma non col vostro compagno di banco.
- Cazzo, e adesso? - dice Diana.
- Non preoccuparti, - dice Peter - c' un intervallo dopo le prime due ore. In due ore finisco il tuo tema e lo lascio nel posto dell'altra volta. Quando c'era la supplente sospettosa che controllava tra i banchi. Ti ricordi?
- Nel ripostiglio delle scope, dietro ai bagni?
- Come l'altra volta ti dico, sotto l'armadietto.
- Ma sei sicuro di riuscirci?
- Non dubitare... lo avrai nell'intervallo, cos dopo hai due ore per ricopiare.
- Sei diabolico - dice Diana.
- Per...
- Per cosa?
- Stavolta mi baci? Senza lingua, s'intende.
- Non si sa. Forse - sussurra la bella.
- Zitti, l in fondo - dice il professor Torovich. - Ora apro la busta del tema.
Suspense, risolini, piedi che scalpitano.
- Tema: Come dice il nostro presidente della Repubblica, "senza giovani non c' futuro". Ditemi che cosa vi piacerebbe fare per i problemi del nostro paese e se c' qualcosa che vi d fiducia per affrontare i prossimi difficili anni.
- Avete quattro ore di tempo, - annuncia Elisa - ma coraggio, dopo le prime due ore ci sono venti minuti di intervallo. Alla fine, inserite il tema nella busta col vostro nome, sigillatela e mettete la firma. Buon lavoro!
Corri corri, penna mia, intonano i giovani marinai del sapere, portami verso la gloria e la televisione.
Benedetto intervallo, era ora. Tutti sono eccitati e tesi, ci voleva proprio una pausa di chiacchiere e pisciate e sigarette. Solo Peter non pu permettersi di riposare. Ha scritto il tema per Diana, ci ha messo sapienza e quel po' di retorica che serve in questi casi. Ora si dirige cauto verso il retro dei bagni. LI c' un ripostiglio delle scope. Infila il tema sotto l'armadietto di metallo. Nessuno verr a fare le pulizie prima dell'una, lui ha studiato tutto. Sta per andarsene quando si accorge che da una finestrella vengono voci femminili. Dietro il ripostiglio ci sono i bagni delle ragazze.
Riconosce le voci. Cristina, il genio sexy della sezione C. Fanny, detta Mortisia, dark lady della B. E la sua adored Diana, che sta parlando.
- Stavolta vinco io, ragazze, - dice Diana - non potete farcela.
- Non darti tante arie, - dice Fanny - lo sai cosa dicono di te?
- Dicono che hai un sacco di Otto e nove nelle prove scritte perch sei in banco con Peter, - incalza Cristina - e che... siete... quasi fidanzati.
- Ma tu sei pazza, - dice Diana - quel brufoloso, quel troll. In italiano sono molto meglio io. Ma s, mi ha passato qualche pezzo di versione, ma niente di pi.
- E come lo hai convinto?
- Be', ragazze ve lo dico ma  un segreto.  proprio un pollo. Una volta gli ho fatto uno scherzo, l'ho fatto venire nello spogliatoio della palestra, mi sono fatta trovare in slip.
L'ho preso per it culo, facevo la carina... "non mi guardare cos... avanti dai, cosa mi faresti?" gli ho chiesto. E lui ha detto delle cose penose, delle porcate da grezzo, ma proprio da sfigato, balbettava e ha anche cercato di baciarmi. Ho registrato tutto sul cellulare.
- Ma dai, faccelo vedere.
- Aspetto la fine della scuola, poi lo spedisco a tutti, e lo metto anche su YouTube. Sai che figura, il primo della classe! Quel segaiolo si crede intelligente, ma io lo sono pi di lui, lo sputtano a vita. Pensa che ogni tanto mi chiede un bacio...
- Be', - dice Fanny - poveraccio.
- Poveraccio? Ma  brutto, puzza di sudore, come si permette solo di pensarlo? Quelli come lui sono dei perdenti, io non bacer mai un perdente, mi viene da vomitare solo a pensarlo.
- E Ricky lo baceresti?
- Be', non  male, quando non esagera col gel. - Be', non provarci, piace a me, ti spacco la faccia. - Ma dai, calmati. Sai invece con chi farei una sporcellata?
Peter non ascolta pi. Piange, appunto come uno sfigato. Straccia il tema, barcolla fino al corridoio. Le merendine sono finite. Si siede per terra con la testa tra le mani.
Suona la campanella di fine intervallo e passa Diana, fulminandolo con lo sguardo.
- Dov' il tema? - dice con rabbia. - Non c'era niente sotto l'armadietto.
- Non l'ho finito, ma sta venendo bene, giuro. Non preoccuparti. Siamo solo a due banchi di distanza. Tu mi fai avere la tua busta col nome, io ci infilo il tema e la sigillo. Poi, nel casino finale te la ripasso, firmi e consegni. Non dubitare, so imitare perfettamente la tua calligrafia, l'ho gi fatto, ti ricordi? Non ci hanno mai beccato...
- Fai che non ci becchino neanche questa volta - dice Diana. - Se no, YouTube. - D'accordo - dice Peter, senza guardarla.
- E del bacio non parliamo pi? - sussurra lei ironica.
- No - dice Peter, e si alza in tutto il suo metro e sessantotto, gli occhi pieni di lacrime. - No Diana, non ne parliamo pi.
 passata una settimana. Peter  stato assente. Influenza, sembra. Ma oggi e tornato. La classe III D  in fibrillazione. Pare che qualcuno di loro sia entrato tra i dieci del concorso nazionale. X Book, arriviamo! Entra la professoressa con aria particolarmente seria. Ci siamo.
- Peter e Diana, in presidenza - dice.
Brusio emozionato.
Fianco a fianco nel corridoio, camminano seguendo la Marinetti, Diana eccitata e Peter a testa bassa.
- Non voglio un pareggio, - sibila lei - non  che hai provato a vincere anche tu?
Peter non risponde.
Aspettano davanti all'ufficio del preside. Diana batte i piedi. Peter sembra addormentato, assente. Si apre la porta. - Signorina Deanna, avanti...
Torovich  in poltrona, con una mano posata sulla testa bronzea di Omero. La guarda in modo strano. Sulla scrivania c'e la busta del tema.
- Signorina, complimenti - dice con enfasi esagerata.
- Vuol dire che... - balbetta Diana emozionata.
- Vuol dire che ci ha sorpreso. In effetti non pensavamo che lei potesse scrivere in modo cos... originale e trasgressivo, ecco... addirittura qualcuno ha espresso il dubbio che non fosse roba sua, ma lei ha consegnato la busta sigillata con tanto di firma. Quindi...
- Quindi... ho vinto!
- Signorina Deanna, - dice il preside, alzandosi in piedi, schiarendo il tono della voce. - Perch ci ha voluto prendere in giro?
- Avevo sbagliato su di lei - sussurra la Marinetti, quasi in lacrime.
- Ma io non ho preso in giro nessuno... mi spiega cosa vuol dire?
- Fa la furba? - urla Torovich. - Vuole che legga un po' del suo tema?
- Faccia pure, ma non capisco.
- Ascolti il suo capolavoro, allora.
Del futuro del mio paese non me ne frega un cazzo. Ho abbastanza soldi per fottermene. Vorrei invece parlare di una persona che mi d una certa fiducia nel mio futuro.  il mio compagno di banco Peter Lori.  un troll brufoloso e sfigato che si  innamorato di una strafica come me, e da due anni mi passa tutti i compiti in classe e mi scrive i temi. Un benefattore? Mica tanto. Ho un video sul telefonino. Nella registrazione, questo patetico fesso dice porcherie vane e poi faceva lo schifoso. Manca per la seconda parte del filmato. In effetti, dopo la prima sensazione di schifo per questa rozza avance, ho notato -  che sotto i pantaloni della sua tuta c'era un notevole rigonfiamento, Insomma, ho capito che aveva un cazzo monumentale, ciclopico, sovradimensionato, tutte parole che non conosco ma Che rendono l'idea. A questo punto ho pensato che, avendo io irrumato, pardon, fatto pompini a quasi tutti gli alunni di questo glorioso liceo, potevo farne uno anche a lui.. quindi, con l'esperienza e la destrezza che mi contraddistinguono ho iniziato con la tecnica del Frullo della farfalla a cui ho fatto tre ix Vortex Veneris, per passare poi alla Spira del serpente infine...
L'urlo atterrito si propag per i corridoi della vasta scuola, e risuon in ogni aula e bagno e recesso, turbando perfino i busti marmorei di Leopardi e Pastonchi.
Diana era stata portata via dai genitori, avvertiti gi da mpo. Il preside fece entrare Peter.
- Signor Lori, - disse - anche lei ci deve spiegazioni. Ha qualcosa da dirmi a sua scusante?
- No - disse Peter.
- Eravamo sicuri che lei avrebbe vinto, - disse tristemente Elisa - perch allora questo suo tema?
- Cos'ha che non va?  quello che penso.
- Vuole leggerlo lei? - disse Torovich.
- Certo - disse Peter.
Non vedo nessun futuro per il mio paese. Credo che alcuni mostri incravattati lo stiano divorando e che presto verr l'apocalisse, con le luci giuste e una dolce musica di sottofondo, ma pur sempre un'apocalisse, la resa dei conti della nostra avida insipienza.
Credevo che non sarei mai diventato cattivo. Ma quando si perde la fiducia che i malvagi possano cambiare, allora si diventa malvagi. Amavo i libri, amavo studiare, amavo le persone, amavo... Ma tutto  finito. Sono un piccolo mostro come gli altri. L'orgoglio, la solitudine, la delusione, non possono essere un alibi.
Il futuro del paese sono persone come Diana e come me. Non chiedo perdono. Grazie per quello che mi avete fatto studiare, anche i "Promessi sposi" che sono proprio una palla. Signor preside, mi piace molto quando lei declama Omero salendo sulla cattedra. Signora Marinetti, anche a me piace "Pianto antico", non si vergogni se leggendolo piange come una mucca. Immagino che questo tema non vincer mai il premio x book, mi fa cagare.

PS Dimenticavo. Anche il presidente della Repubblica  una palla.


18.

Polpa

The blood jet is poetry
There is no stopping it.

SYLVIA PLATH Ariel




- Dicono che  un demone, - disse il negro di nome Milton - e nessuno pu resisterle. Ti seduce, ti porta in un motel, comincia a farti un pompino e poi ti strappa l'attrezzo o ti spara nei coglioni, oppure ti prende la testa tra le cosce e ti sbriciola il cranio.
- Tu guardi troppi film, - rise il Profeta inondando di ketchup il piatto - nessuna donna e cos forte.
- Ricordi Dean? Era mio amico, era stato campione dei mediomassimi in prigione. Un pezzo di bastardo negro duro come acciaio. Ha massacrato sotto i miei occhi i due buttafuori pi grossi della citt. Lo hanno visto entrare in quel night club. Lo hanno visto che guardava il numero di quella Lilit, poi sono andati via insieme. Non era tipo da farsi sorprendere. Eppure lo hanno trovato stecchito in un motel.
Gli mancavano il portafogli e dieci chili di budella. Era aperto in due, mancavano dei pezzi, capisci? Quale donna pu fare una roba simile?  un demonio, te lo giuro.
 una donna come le altre. Probabilmente ha dei complici. Lei comincia a scoparlo, poi entrano gli altri e fan fuori il tipo. Conoscevo una banda di messicani che fregava la gente cos.
- Finisci il tuo hamburger Settepiani?
- No, prendilo pure.
Milton se lo infil in bocca e cerc di farne un intero boccone. Divent cianotico, rote gli occhi. Non riusc a sputarlo, casc per terra rantolando.
- Qualcuno faccia qualcosa, anche se  negro - disse una vecchia. - Signore, dia una mano al suo amico.
- Non era mio amico - disse il Profeta.
Il Profeta usc, compr le sigarette. Si ferm a parlare di Antico Testamento con una troia ermeneutica. Non sapeva dove andare e le storie del negro lo avevano infastidito. Cos decise di andare al bowling. Gran posto per stare al caldo e rimorchiare.
Una platinata con un culo planetario che brillava nei pantaloni argentati di Lycra cercava di far del male ai birilli, ma quelli se la ridevano.
- Tieni male la palla - le disse il Profeta.
- Non mi piacciono queste palle, bel vecchione hippy - disse la platinata, che si chiamava Sally. - Hai qualche palla migliore da farmi vedere?
- Hai una casa? Un posto dove dormire?
- Naturalmente. E tu hai i soldi per una bottiglia e gli extra?
La casa di Sally era un tugurio, c'erano siringhe dappertutto. Lei spieg che non era tossica, era diabetica. And in bagno e torn in sottoveste. La met sotto non era male, ma quella sopra era uno sfacelo. Le tette siliconate pendevano come pesci morti. Si era data un profumo che sembrava candeggina, o forse lo era.
Guard l'uomo con un sorriso lascivo e disse: - Be', che facciamo Profeta, ci guardiamo in faccia? Mi fai una predica?
- Proprio no - disse il Profeta. La leg al letto, la tromb fumando, le spense un po' di cicche sulle cosce. Poi le rifil un cazzotto sul naso e quella svenne sanguinando come un maiale. Il Profeta si mise a frugare nei cassetti ma non trov un soldo, solo insulina, sonniferi e bigiotteria.
Sleg la donna e le diede un fazzoletto per pulirsi il muso.
- Sei un bastardo - mugol lei.
- E tu una pezzente e una peccatrice, non hai neanche un rosario in casa - rispose il Profeta, e usc.
Davanti all'ascensore si ferm per togliersi il preservativo e buttarlo gi dalle scale. Ma avrebbe fatto meglio a non perdere tempo. Sally schizz fuori nel corridoio e spar tre colpi. Chiss dove teneva nascosto quel cazzo di pistola.
La platinata sconvolta entr nel bar.
- Che c' Sally, hai ammazzato qualcuno? - disse il barista.
- Per favore, dammi da bere.
- Niente a credito - disse il barista.
La platinata gli punt contro la pistola.
- Ok, d'accordo - disse il barista. - Ti va bene una vodka?
- Ne voglio una bottiglia - disse lei. - Ho fatto secco un uomo.
- Tu guardi troppi film.  la tua solita allucinazione. Come quando hai chiesto scusa a Yoko per John.
- No, ti dico. Ho ucciso il Profeta.
- Allora non fa niente. Il Profeta crede di essere Dio e Milton crede di essere Satana. Quindi il Profeta fra tre giorni resusciter.
- Non mi prendere per il culo - url la bionda.
Vuot mezzo litro di vodka senza staccare la bocca dalla bottiglia.  proprio fuori di testa, pens il barista.
Sally si alz barcollando e vomit nella colazione di due cinesi. Vide entrare Robert il poliziotto triste. Not la sua espressione terrorizzata, lo vide mettere mano alla fondina e cap troppo tardi il perch. Non si era resa conto di avere ancora la pistola in pugno. Il poliziotto non disse mani in alto, ma le buc direttamente la fronte.
- Ehi, - disse il barista - e adesso chi mi paga la bottiglia di vodka?
Robert il poliziotto triste firm il rapporto e si alz dalla sedia.
- Posso andare a casa, capo?
- Puoi andare - disse il capo. - Ma domani non venire, riposati.
- Cazzo, - disse il poliziotto triste - te l'ho detto e controfirmato: non ero stanco, ero lucido. Ma se una puttana ubriaca notoriamente paranoica mi punta contro una pistola, io sparo per primo. Aveva appena ucciso un uomo. Cosa dovevo fare?
- Ok, sistemeremo tutto - disse il capo. - Ma domani riposati.
Il poliziotto bestemmiando scese le scale del commissariato e sal in macchina. Mise in moto, accese la radio, risuon il basso di Under Pressure. Non aveva fatto nemmeno cento metri ed era fermo in fila quando sent una gran botta.
Una Cadillac nera lo aveva tamponato di brutto.
Che cazzo di giornata - disse scendendo furibondo. - Ehi, ma sei ubriaco o cosa?
Non era un ubriaco. Era una donna con un dcollet da reato e occhi pi verdi di un bicchiere di menta al sole.
- Mi scusi, ero distratta - disse lei con un'occhiata tigresca. - Ma in questa citt i poliziotti sono tutti belli come lei, stile modelli di Versace?
- Sono di madre italiana - riusc solo a dire lui.
La radio suonava musica mariachi, il  motel era fetente le coperte croccanti di sperma secolare, ma  lei era una meraviglia. Il poliziotto triste dimentic tutto quello che era successo poco prima.
- Allora mi hai perdonato? Non mi arresti? - disse lei, appesa al soffitto con un trapezio di corde.
Lui le diede un'ultima scossa elettrica di laser  ai capezzoli, la baci dolcemente e la sleg di colpo facendola cadere sul pavimento. Poi le sferr un calcio in bocca. Lei rise.
- Ti perdono, Lilit - disse il poliziotto. - Mi piacerebbe essere tamponato cos ogni notte. E pensare che oggi era cominciata cos male.
Lei sorrise ancora, sput un dente. Gli pass la corda intorno al collo e lo mordicchi sensuale.
- Bisogna sempre sperare che finisca meglio di come  cominciata, Robert - disse lei.
- Ben detto, baby.
Lei lo immobilizz con una mossa di ju jitsu e gli spezz il collo.
- Ma non va sempre cos - gli soffi nell'orecchio.
- Signorina Lilit, - disse la psichiatra accavallando le lunghe gambe - io non credo che questa storia sia vera. Lei guarda troppi film. Lei  una sadomasochista maniaco-compulsiva, ma non un'assassina.
- Non era un poliziotto, era un serial killer.   quello che ha rapito le quattro gemelle portoricane, le ha nutrite a pollo fritto per un anno e poi le ha mangiate. Non mi contraddica...
- Lei non ha fiducia in me - sospir la psichiatra.
- Neanche lei, se no non mi legherebbe al lettino. E adesso si faccia sodomizzare col mio dildo fosforescente, fottuta lesbica lacaniana.
Il fatto che glielo abbia permesso una volta non vuol dire che questo faccia parte della terapia - rispose tranquilla la psichiatra.
- Non mi ha convinto oggi, Lucy. La seduta non la pago.
- Vorrei tanto non fare pi questo lavoro - sospir la lacaniana.
- Che cazzo dice? Lo strizzacervelli  un lavoro con cui si fanno un sacco di soldi.
- Io non sono una psichiatra, - disse la donna - sono un demone di prima categoria. E tu sei una paziente noiosa. Oggi non ti slego. Preferisco tagliarti a pezzi.
- Non ci credo. Ehi, cos'e quella sega?
- Sei esagerata, Lucy - disse Milton. - Sanguinaria, teatrale, sadica...
- Dovrei essere angelica, capo?
- Non lo so, ma di questo passo non rester un uomo vivo in citt. Si ammazzano tra di loro a decine. Se anche noi demoni ci facciamo prendere dalla fregola omicida,  un disastro. Siamo professionisti. Ti ho detto che non devi mai avere fretta, prima devi prendere la loro anima.
- Il mio maestro di spada giapponese Masuhiro mi ripeteva sempre: "Se la lama esita, tutto pu guastarsi".
- Masuhiro non e un maestro di arti marziali,  un cuoco di sushi.
- Sottigliezze. Il fatto  che stai diventando sentimentale, capo. Guardi troppi film di Disney. La sceneggiatura e semplice. Ci vogliono almeno cento morti perch la gente si diverta. Noi demoni siamo qui sulla terra per questo. E poi anche tu hai una katana sul tavolo.
-  il mio tagliacarte. Sono stanco. Ne ho viste troppe.
- Capo, sei vecchio.
- Licenziata - disse Milton, e la decapit con un colpo di sciabola.
- Tu cos'hai preso? - disse il negro Milton.
- Pollo fritto con maionese, - disse il Profeta - e Pepsi alla spina.
- Io un Hellburger con cipolla, chili e peperoncini Moruga Scorpion. E Coca-Cola dietetica - disse Milton ruttando.
- Profeta, non possiamo andare avanti cos. Non c'e schifezza, crudelt o perversione che questi umani non abbiano imparato, ci stanno superando in tutto, ci sono demoni spaventati che mi hanno chiesto di cambiare incarico.
- Non dirlo a me - disse il Profeta. - Non puoi immaginare cosa si fa in nome del Bene. Sentinelle, Testimoni e Sette segrete pronti a sequestrare feti, castrare gay, tagliare teste e sfregiare donne, non si riesce pi a distinguere un virtuoso da un fanatico. Cosa sta succedendo?
- Guardano troppi film - disse Milton. - Ti ricordi O'Riley, l'infermiere del manicomio criminale, quello che uccideva le vecchie coi clisteri di varechina? Be', e diventato uno scrittore horror, vende milioni di copie raccontando le storie che ha sentito nella clinica. In una parla anche di noi.
- Dovevamo ammazzarlo - disse il Profeta scuotendo la testa.
- Dovevamo, ma chi ci avrebbe procurato gli hamburger e la morfina? Cazzo, non riesco pi neanche a mangiare, mi viene il vomito. Ai vecchi tempi si impalava e si seviziava, ma oggi inventano ogni giorno nuove tecniche di tortura e si sparano per un paio di scarpe o un iPhone, nessuno vuole pi essere un simpatico omicida occasionale, tutti serial killer, qualsiasi ragazzetto pu mettere un proclama sul web, armarsi e sterminare una scuola. Noi demoni ormai siamo come i Muppets, facciamo ridere.
- E io? Massacrato e sanguinante per fare incassare i film.
Ieri ho visto in televisione un serial killer che aveva una croce tatuata in fronte e scriveva in aramaico col sangue delle vittime.
Tutte le volte che qualcuno tira in ballo un qualsiasi Dio, ha il mitra in mano e un passamontagna.
- Va bene, ma allora che cazzo facciamo? Non dovremmo modernizzarci? O continuiamo con quei noiosi discorsi sulla lotta tra Bene e Male?
- No, amico, una distinzione ci deve essere - disse il Profeta. - Come Coca e Pepsi. Se no  anarchia cosmica. Ci vogliono ancora i peccati e ci vuole la redenzione e voi dovete apparire con lo zolfo e i forconi eccetera.
- Zolfo e forconi? Ma hai mai visto un concerto heavy metal? Hanno gi messo in scena tutto, se un diavolo vecchio stile andasse in giro di notte per questa citt lo prenderebbero a revolverate dei negretti di sei anni. E anche tu sei fuori gioco, ci sono almeno cento predicatori televisivi pi bravi di te che fanno soldi in tuo nome. Dobbiamo ristrutturare l'azienda, Prof.
- Che tempi di merda - disse il Profeta. - Non finisci il tuo hamburger?
- Prendi pure, vecchio disse Milton. - Ma non eri allergico al peperoncino?
- Io faccio il cazzo che mi pare - disse il Profeta, mentre si gonfiava.



19.

Valigie
L'universo  vuoto e il mio frigo anche peggio.

C. NOON, patafisico

Al controllo bagagli dell'aeroporto, il poliziotto stava per terminare il turno di lavoro.
Meno male, pens, tra cinque minuti niente pi grane.
Niente pi gente che protesta perch vuole portare liquidi sull'aereo, o perch gli sequestro le forbicine, niente pi valigie piene di cibi che non si possono esportare, niente pi gente che sbuffa perch deve togliersi la cintura o l'orologio, niente pi bambini che piangono o vecchi che non capiscono. Insomma sono stanco, anche se oggi  stata una giornata tranquilla.
Aveva appena finito queste considerazioni, quando apparve improvvisamente davanti a lui uno strano signore.
Aveva il turbante, una folta barba nera, e portava una valigetta bianca che sembrava di madreperla, finemente intarsiata di fiori e uccelli. Sorrise al poliziotto, che non ricambi.
- Faccia passare il bagaglio sul nastro e depositi orologio, cintura, computer e altri oggetti metallici nella vaschetta.
- Non ho niente di tutto questo - rispose soavemente il signore.
La valigia pass sotto il detector e l'addetto alla macchina sgran gli occhi. Fece cenno al poliziotto che c'era qualcosa di strano. Il poliziotto sbuff, fece avanzare il signor Barbanera e disse con severita: - Vuole aprirmi la valigia, per favore?
- Certo, - disse il signor Barbanera - controlli pure.
La valigia si spalanc di scatto, e al poliziotto sembr che si fosse aperta da sola, senza che il proprietario l'avesse nemmeno sfiorata.
Guard all'interno e disse con stupore: - Ma qua dentro... non c' niente.
Il signore sorrise.
- In effetti non c' niente di... oggetti tangibili, di cose visibili.  proprio cos...
- Ma scusi, vuole farmi credere che lei viaggia con una valigia vuota?
- Apparentemente s - rispose il signore imperturbabile.
- Non mi prenda in giro! - disse il poliziotto arrabbiandosi. - I nostri controlli sono una cosa seria, non faccia il furbo!
Il signore non rispose. L'agente esamin la valigia, cerc in ogni angolo, batt con le nocche per sentire se c'era qualche cavit o qualche nascondiglio segreto. Chiam in aiuto una poliziotta, ribaltarono la valigia da ogni lato. Ma alla fine dovettero ammettere che era vuota. La richiusero.
- Questa storia non mi piace - borbott il poliziotto.
- Capisco il suo dubbio - disse sorridendo lo strano signore. - Lei deve fare il suo mestiere, comprendo che una valigia cos la renda perplesso. Ma posso spiegarle. Non  vuota... questa  una valigia piena... di ricordi.
- Ma lei  pazzo! - esclam il poliziotto. - E io dovrei crederle?
- Non sono pazzo - disse il signore. - So che pu sembrarle strano. Ma vede, io sono un mago, non voglio spiegarle come lo sono diventato e in che cosa consiste il mio lavoro, ma con gli anni ho magicamente imparato a conservare i miei ricordi pi belli e a portarli con me. Sono tutti qua dentro, ovviamente non  facile vederli, ma le assicuro che sono innocui e non daranno fastidio sull'aereo.
- Ah, allora non mi sbagliavo - disse il poliziotto. - Vuole dire che l dentro effettivamente ci sono... cose, oggetti, robe, insomma sia pi preciso...
- Chiamiamole pure cose, ma anche persone, musiche, animali, paesaggi eccetera - disse il signore.
- Allora devo assolutamente controllare! - disse il poliziotto. - Le tiri fuori!
- Oh no, - disse il signore con un gesto sconsolato della mano - sono... cose... grandi, e tante... come posso dire, cos... tante che... causerebbero problemi in questo aeroporto.  meglio, molto meglio che lei non le veda.
- Tante e grandi? - disse il poliziotto. - Allora sono pericolose.
- Non sono pericolose, - rispose calmo il signore - ma  meglio non farle uscire.
- Le tiri fuori subito - disse il poliziotto. - O lei non prender mai quell'aereo.
- Ogni volta  cos - sospir il signore. - Ma possibile che una valigia di ricordi faccia tanta paura?
- Apra, ho detto! - url il poliziotto. - O chiamo i colleghi della Sicurezza.
- L'ha voluto lei - disse il signore.
Le cerniere scattarono e la valigia si apr. Dapprima si ud un alito di vento, poi una musica. Poi dal nulla si materializz una bellissima donna con un sari dorato.
- Ma... cosa succede? - disse il poliziotto indietreggiando.
Dopo la donna uscirono, a uno a uno, una ventina di orchestrali, ognuno con uno strumento. Si disposero a semicerchio e cominciarono a suonare, tra lo stupore dei passeggeri in partenza.
Il signore col turbante baci le mani alla donna e i due iniziarono a ballare appassionatamente. Ma subito dalla valigia usc un marito geloso armato di coltello, e si mise a lottare con lui.
Fermi, voleva gridare il poliziotto, emergenza, chiamate rinforzi. Ma la voce gli si strozzava in gola.
E ormai dalla valigia usciva di tutto. Uscirono i genitori del signor Barbanera, due eleganti vecchietti indiani. Uscirono tutti i suoi compagni di classe, alcuni in bicicletta. Dal nulla sbuc un albero di papaya, che allung i rami fino al soffitto dell'aeroporto. Usc un pezzo di spiaggia con una barca, e poi un calesse con un cavallo, cani, gatti, uno sciame di pappagalli e due giganteschi elefanti con gualdrappe colorate e ornamenti d'oro.
- Aiuto - grid il poliziotto.
Usc un intero paese con case, stradine, bancarelle di cibi e una piazza piena di gente. Le porte dell'aeroporto furono sfondate, il soffitto divenne una giungla di liane.
- Io sono nato l - disse il signore con un sorriso.
- Aiuto, richiuda - grid il poliziotto.
E per ultimo dalla valigia usc un perfetto sosia del poliziotto urlante e terrorizzato.
- Lei  il mio ultimo ricordo - disse il signore. - Lo vede come  buffo quando si arrabbia?
- La prego, chiuda - implor il poliziotto.
Il signore misterioso fece un cenno, la valigia si chiuse con uno scatto. Tutto spar.
- Posso passare adesso? - disse con un filo di ironia nella voce.
- Prego, passi. Ma mi dica,  un trucco, vero?
- Nessun trucco, e adesso mi lasci andare o perdo l'aereo.
Il signore col turbante si allontan, il poliziotto si sedette, intontito. Poi si riprese. Ma s, dai, pens, era un trucco. Un ipnotizzatore, un illusionista. Mi ha fatto credere di vedere chiss che cosa. Accidenti pens, sembrava vero.
- Ehi, Viviana... - chiam.
Una collega poliziotta arriv e lo guard preoccupata: - Cosa c'... sembri stravolto!
- Una cosa davvero incredibile... un minuto fa... un mago, insomma un signore strano, mi ha... ipnotizzato... non ci crederesti... ho veramente creduto di vedere delle cose... Un trucco, ma che razza di trucco!
- Scusa, - disse Viviana - ma mi spieghi cosa e successo qua davanti? Cosa sono quelle papaye e quelle foglie? Cosa ci fa quel pappagallo sul tabellone delle partenze? E questo odore di fritto? E soprattutto cos' questa cacca immensa?
Sembrerebbe una cacca... ma s, di elefante...



20.

San Firmino

Quando venne l'autunno di quel penultimo anno di quella seconda guerra, comperai della carta da pacchi azzurra, fili, rocchetti di filo grezzo, colla, e per tutta la domenica, sul pavimento, mentre la zingara andava a prendere la birra, incollai e composi un aquilone.

BOHUMIL HRABAL

- La storia di San Firmino la conosco solo io, - disse il colonnello - e tutte le altre sono false. Comincia con il terremoto di trent'anni fa. Muore met della gente e degli animali, crollano quasi tutte le case. La botta del sisma  cos forte che sposta il corso del fiume, cos non c' pi acqua, e si muove anche la montagna, viene ombra dove prima c'era la piazza soleggiata. Qualcuno prova a seppellire i morti e ricostruire le case, ma arrivano altre scosse e alla fine tutti dicono che il paese  maledetto e emigrano. Vanno a lavorare o a elemosinare in fondo alla valle. Restano in tre o quattro: una vecchia contadina, il prete e l'orologiaio col figlio Manuel. La vecchia si ammala, nessuno le porta l'acqua e lei muore di sete, il prete crepa colpito dalla campana che si stacca dal campanile pericolante. Finch un giorno l'orologiaio si sveglia e vede suo figlio di dieci anni che scappa sull'unico asino rimasto.
Allora tutti pensano che con un solo abitante San Firmino  morto, chiudono la strada e il postino non ci va pi. In quanto all'orologiaio,  un vecchio pazzo, prima o poi si decider a lasciare la sua casa oppure morir di stenti.
Ma l'orologiaio non vuole andarsene, rif la casa come nuova. Ripara l'orologio della piazza, che ricomincia a segnare le ore. E siccome ha le mani d'oro, costruisce anche un gallo intagliato nel legno, un gallo che ogni mattina sul campanile canta, collegato a un fonografo. E ripara la fontana.
Perch intanto ha aggiustato anche l'acquedotto e riallacciato l'elettricit con un filo che corre sulle cime dei castagni fino al traliccio.
Poi si mette a segare e dipingere e dopo poco ci sono venti persone in piazza, da lontano nemmeno ti accorgi che sono di legno. E dentro alla panetteria si sente rumore e viene fuori odore di pane caldo. E nel prato c'e un branco di pecore fatte di sughero e stoppa, tutte immobili meno due, che con un meccanismo straordinario brucano tutto il giorno e belano. E c'e un lupo fatto di rottami di ferro che le spia dal bosco. Due cacciatori di cartongesso che sparano colpi veri. E l'orologiaio pazzo ripara la campana della chiesa e la fa suonare, e dentro alla chiesa sono in venti a pregare. La notte si sente suonare la chitarra,  un menestrello dipinto come Arlecchino che fa una serenata a una bionda coi capelli di nylon che sporgono dalla finestra. Arriva un'altra botta di terremoto, la bionda casca gi in testa al menestrello col balcone  tutto. L'orologiaio li ripara e li fa sposare.
Nascono tre bambini di cartapesta, ognuno che canta con un carillon diverso. E decine di gatti pi yeti dei gatti yeti. E viene rumore anche da dentro all'osteria.
Arriva un'altra botta di terremoto, e crolla la casa dell'orologiaio. Qualcuno dei paesi vicini dice: andiamo a vedere.
Cercano il corpo sotto le macerie ma non trovano niente, solo meccanismi e rotelle e molle e bilancieri e bambole che parlano e sagome di legno. Escono in strada, e vedono cinquanta persone, o marionette o fantasmi, come preferite, che li guardano. Chi le ha fatte se l'orologiaio non c'e pi?
Ma il giorno dopo piove e le persone si squagliano, erano di cartapesta e capecchio, le pecore si fermano e anche il gallo non canta pi, perch nessuno ricarica il meccanismo.
Per cui tutti i cosiddetti vivi se ne vanno e dicono: stavolta San Firmino  proiprio morto, togliamolo dalle mappe e dai ricordi.
Un mese dopo Luis il bracconiere passa di l, le pecore brucano, il gallo canta, i bambini fanno capriole e c'e odore di pane e musica, e dall'alto della collina Luis giura di aver visto gente ballare. E l'orologiaio seduto in mezzo alla piazza, con la testa ciondoloni come un burattino mezzo rotto, batte il tempo con la mano.
Il bracconiere  indeciso se scendere a vedere quella diavoleria, ma in quel momento sente qualcosa che lo morde a una gamba. E un lupo di metallo verde, nascosto nell'erba, come una tagliola. E sui rami cantano uccelli di colori incredibili. Veri o meccanici? Poi la terra trema, dalla piazza partono fuochi artificiali, la fontana zampilla ed e piena di un girotondo di anatre e aragoste. Si sente un gran colpo di grancassa e una fanfara di banda che arriva, Luis si prende paura e scappa via.
Per questo - concluse il colonnello - io non so cosa sia successo, e neanche cosa abbia inventato quel dannato orologiaio, ma mi rifiuto di cancellare San Firmino dalle mappe e ho dato ordine di tenere aperta la strada, e non togliere n l'acqua n la luce. Nel caso qualcuno volesse andare a vedere, o volesse tornarci. O se qualcuno... be', se qualcuno volesse venire da l a trovarci. Non si sa mai.



21.

Povero Nos

Nel mezzo delle sregolatezze che accompagnano l'inverno londinese, avvenne che comparisse a vari ricevimenti degli esponenti del bel mondo un nobiluomo, degno di attenzione pi per le sue stranezze che per il rango.

JOHN WILLIAM POLID

Tra tutti i depressi e i disperati riuniti nella sala d'aspetto dell'Ufficio Tributi Equitalia, l'uomo in nero era senz'altro pi afflitto. Tutto storto su una sedia, con la testa reclinata sul petto, gli occhiali neri e il colorito pallido, sembrava completamente privo di forze. Gli altri almeno si lamentavano, parlavano tra di loro, imprecavano. Lui taceva, boccheggiava e pareva sul punto di cadere a terra da un momento all'altro.
- Numero cinquantuno - disse una voce.
Nessuno si alz.
- Lo ripeto una volta sola... Numero cinquantuno!
L'uomo in nero si scosse dal torpore e disse: - Sono io.
Si alz lentamente in piedi. Era alto quasi due metri, avvolto in una palandrana consunta che strisciava per terra Davvero uno strano tipo. Barcollando, apr la porta dove era scritto:  DE ELSI, UFFICIO CONTROLLO  Il ragionier De Elsi lo aspettava dietro la scrivania. Era  roseo, grassottello e satollo di autorit. Davanti a lui un muro di pratiche, dietro di lui il ritratto del Presidente. Vide lo strano signore bizzarramente vestito e non mosse un ciglio.
- Si accomodi - disse con gesto magnanimo.
L'uomo in nero si accomod cos maldestramente che quasi fin per terra con tutta la sedia.
- Mi scusi, - disse con voce bassa - ma... alla mattina sono sempre un po' confuso.
- Vada a letto prima - disse seccamente De Elsi. - Dunque lei  il signor Nosferatti?
- S.
- Dimitru Nosferatti residente in borgo dei Lupi 4?
- Credo... di s.
- Cosa vuole dire "credo"? Questa risulta la sua residenza fiscale. Anche se col fisco lei proprio non vuole averci a che fare. Signor Nosferatti,  vent'anni che lei non paga le tasse.
- Le tasse? Io proprio non sapevo...
- Non cominci a fare il furbo - disse De Elsi battendo un pugno sul tavolo. - Lei e immigrato dalla Romania, anche se non siamo riusciti a capire quando e come. Non c'era traccia di lei in nessun archivio, elenco o documento. Ma qualcuno ci ha segnalato la sua presenza e ora l'abbiamo scovata. Ci si pu nascondere per un po', ma prima o poi tutto viene alla luce.
- Ahim, la luce... - disse l'uomo in nero.
- Vedo dai suoi dati anagrafici, evidentemente sbagliati, che lei risulta nato nel 1758. Immagino sia 1958, ovviamente.
Inoltre lei sarebbe addirittura di famiglia nobile... in Romania aveva il titolo di conte. Dico bene?
- Dice bene. Ma non ricordo, fu tanto tempo fa... - disse l'uomo, con lo sguardo assente.
- Meglio che lei ricordi. Ora comunque vive nel nostro paese. Quindi, per prima cosa, disegniamo il suo profilo fiscale col redditometro. Perch non ha pagato l'Imu?
- Cosa?
- La tassa sulla casa. Lei ha una casa, anzi un castello.
- Ma  un castello... in rovina... occupo solo un locale nel sotterraneo... non si pu neanche chiamare casa.
- Le solite bugie. Inoltre, lei non paga da anni nessuna bolletta. Luce, gas, telefono. Non risulta tra gli utenti. Come mai?
- Non ho luce, non ho gas, non uso il telefono - sospir il conte.
- Ho capito. Le solite furberie di voi nomadi. Lei ruba l'elettricit da qualche vicino, magari ha un impianto a gas non a norma, e un cellulare comprato chiss dove.
- Io non... io non uso queste modernit.
- Non mi prenda in giro, - disse irosamente De Elsi - lei non sa cosa rischia. Lei  il classico evasore totale, e le assicuro che le faremo pagare fino all'ultimo centesimo. Adesso risponda alle domande. Che lavoro fa?
- Io... io non saprei. Lavoro di notte.
- Guardia giurata? Panettiere?
- No, di notte io... mi procuro... il sostentamento...
- Si, ma cosa fa? Il disc jockey? Non mi faccia perdere la pazienza.
- Io... ecco, di notte passeggio e... conosco gente...
- Si prostituisce? Alla sua et e con quella faccia?
- No, io... diciamo che faccio la guida turistica, porto in giro la gente, per i monumenti, le cripte, le catacombe... va bene? Ha un cachet per il mal di testa?
- Niente cachet. Allora, lei fa la guida turistica ma non  iscritto alla camera di commercio. Quindi lavora in nero.
-  il mio colore preferito.
- Non faccia lo spiritoso! Andiamo male, anzi malissimo.
Quanto guadagna al mese?
- Non saprei... ho una piccola rendita, ho... dei terreni in Romania... mi arrivano un po' di soldi di tanto in tanto... Me li porta un pipistre... me li porta un amico rumeno.
- Ma la sua rendita non  denunciata. Mi dica dove ha i terreni.
- Transilvania.
- Entro quindici giorni voglio l'elenco completo delle sue propriet. Ha beni come auto, barche, case al mare?
- No. Avevo una carrozza coi cavalli tempo fa, ma... non ce l'ho pi.
- Allora mi deve portare il certificato di rottamazione, il modulo di riconversione di animale solidungo. Torniamo al suo lavoro. Lei lavora di notte, senza fatturare. I suoi clienti non si lamentano?
- Qualche volta
- Certo. Non sopportano che lei evada le tasse! Mi dica, ha un conto in banca? Possiede una carta di credito, o una tessera bancomat?
- No, nulla.
- E come fa se deve ritirare del liquido?
- Be', io... dovrebbe intuirlo... io prelevo... direttamente... insomma,  possibile che non abbia capito chi sono?
- Un evasore. Non ci vuole molto.
L'uomo in nero sembr spazientito e agit in aria le mani dalle unghie adunche.
- Ci pensi bene: vivo di notte, temo la luce, dormo in un sotterraneo, ho pi di duecento anni, vengo dalla Transilvania... e non mi piace l'aglio!
- Se  per quello, neanche a me... solo un pochino con la cicoria. Ma cosa c'entra?
- Non vengo riflesso negli specchi...
- Per forza, brutto com'...
L'uomo in nero, esasperato, apr il mantello e si alz in piedi, sventolando le falde come ali.
- Oh insomma, mi guardi bene. Io sono... un VAMPIRO! Ha capito? Un vampiro. Non ha paura? Non scappa?
Il ragionier De Elsi congiunse le mani e lo guard quietamente negli occhi.
- Secondo lei? Faccio da trent'anni questo lavoro con i contribuenti e dovrei avere paura di un vampiro?
- Capisco - disse il conte, e si afflosci sulla sedia.
- Oh, meno male. Dunque patteggia?  pronto a saldare gli arretrati?
- Ma non ho un euro, un leu, un doblone... - disse il conte, con un filo di voce.
- Non mi interessa. Cominciamo dalla casa, ci porti subito la planimetria e l'abitabilit. Poi voglio controllare il suo permesso di soggiorno. Quindi l'iscrizione all'albo emoutenti e guide notturne o quello che . Poi un documento. Ha un documento qualsiasi?
Un raggio di sole improvviso entr dalla finestra. Il conte Si raggrinz.
- Patente? Passaporto rumeno? Certificati di vaccinazione? La avviso che entro fine mese dovr versare il primo acconto Irpef calcolato al settanta per cento dell'ultimo fatturato annuale, decurtato delle spese purch documentate, con allegato il modello 106 compilato in sei copie di cui due in transilvano, poi la ricevuta del canone tv, il suo Iban e...
Il conte non rispose. Sulla sedia era rimasta solo una palandrana fumante. E un mucchio di cenere per terra.
- Incredibile cosa fanno pur di non pagare - comment il ragionier De Elsi. - Per favore, qualcuno porti scopa e straccio. Numero cinquantadue!



22.

Lotto 165

Al giorno d'oggi, tutto ci che  divertente costa almeno otto dollari.

ERIC CARTMAN, South Park

- Procediamo con il lotto numero 165, - disse il banditore d'asta - 510.000 orcometri quadrati, vaste risorse idriche, terreni di tutti i tipi, biodiversit discreta. Ottimo per un insediamento territoriale, per coltivazione di nuovi vegetali, allevamento di creature e stoccaggio materiali. Prezzo base: due milioni di jing...
- Un momento, - disse il dottor Asio, che rappresentava un gruppo di grandi imprenditori immobiliari - ci sembra un prezzo basso. Cosa c' sotto?
- Infatti stavo per completare le informazioni - prosegu il banditore. -  un ottimo affare, ma presenta due inconvenienti. Primo: il lotto e in condizioni degradate. Secondo: il lotto  occupato.
- Cio ci sono inquilini?
- Si. Per la maggior parte sono innocui e non problematici. Ma c' una minoranza di residenti che si ritengono proprietari esclusivi, e sono stupidi, avidi e distruttivi. Faranno storie, non ammetteranno mai di aver danneggiato e reso inagibile il lotto. Per sono deboli, e possono essere sloggiati con facilit.
- Mi scusi, - chiese il dottor Kui, che rappresentava una multinazionale di palazzinari icosacefali - ma perch il lotto  stato messo in vendita?
- La Kommissione ha ritenuto non pi valido il contratto d'affitto - disse il banditore d'asta. - Nelle condizioni attuali, questo lotto non ha pi di dieci anni di vita. Lo hanno tenuto cos male che gli edifici e gli spazi annessi stanno per collassare. Quindi chi lo compra dovr ristrutturare.
-  sicuro che possiamo entrare senza problemi?
- La procedura di sfratto e stata richiesta dalla Kommissione gi nel 1980 solare, e negli ultimi anni tutto  peggiorato, quindi e scattato il provvedimento di sgombero della specie dominants per incuria, contravvenzione al codice di civilt e distruzione di bene demaniale universale.
- Offro due milioni e mezzo - disse Asio.
- Io tre milioni, - disse Kui - in pi mi impegno personalmente a sgomberare il lotto.
- In che modo?
- Be', direi nel solito modo. Con l'invio di un esercito o con un bombardamento globale.
- No, - disse il banditore d'asta - la specie dominante pu essere sfrattata, ma ci sono seicentocinquanta specie di creature rare che devono essere preservate. Sono quelle comprese nell'elenco allegato alla bozza di contratto.
- Lo sapevo, le solite balle ecologiste - disse Asio. - Ma non avete detto che  un lotto destinato all'estinzione?
- Se si comincia a non rispettare gli equilibri della natura, si finisce come quelli del lotto 165. Quindi si impegni a rispettare l'elenco delle specie.
- Sono tante - disse Kui scuotendo le teste. - Scarafaggi topi e insetti li conosco. Ma cosa sono i dugonghi e gli axolotl?
- Offro tre milioni e cinquecento, - disse Asio - e mi impegno a vuotare il lotto col mio esercito in due settimane, mantenendo la met delle specie protette.
- Offro quattro milioni, - replic Kui - e mi impegno a sgomberare tutto in una settimana con una serie di bombe a selettivit genetica.
- Sono bombe sicure? - chiese il banditore d'asta. - Distruggeranno solo la specie dominante?
- Be', forse anche un dieci per cento di animali geneticamente simili, leggo qui ad esempio le scimmie. Ma  una procedura indolore, non dura pi di venti secondi.
- Va bene, - disse il banditore d'asta - allora batto l'offerta del dottor Kui. Quattro milioni e uno... quattro milioni e due...
- Offro dieci milioni, - disse il commendator Konkifer, il pi grande proprietario immobiliare della galassia - ma voglio sgomberare il lotto 165 entro stasera. Ne ho bisogno per scaricare rifiuti, ho dieci lotti che non sanno pi dove metterli, sono letteralmente sommersi.
- Qual  la quantit dei rifiuti?
- Un milione alla terza orcoquintali.
- Ma copriranno tutto il lotto! Terra, acqua, edifici...
- Tanto avete detto che  destinato a sparire, no? Allora cosa cambia se diventa una discarica? Almeno  utile.
- Va bene. Ci sono altre offerte? No? Tre, due, uno, aggiudicato al commendator Konkifer - disse il banditore d'asta, battendo la testa a martello.
- Quell'odioso bivalve Konkifer, solo perch  pieno di soldi... - comment Kui, mettendosi un cappello in ognuna delle venti teste.
-  il terzo pianeta che compra questo mese - disse Asio, volando via.
- Pronto, generale Mytl? - disse Konkifer al telefonino. - Ho appena comprato il lotto 165. Mandate subito una flotta di eliminazione. Entro dodici ore voglio che sia ripulito degli inquilini.
- Che genere di inquilini? - disse il generale Mytl.
- Aspetti. Vado a leggere il contratto di vendita. Dunque, il lotto 165 si chiama Terra e gli abitanti terrestri. Bisogna sgomberare sei miliardi di terrestri, e faccia presto.
- Li conosco, - disse il generale - sono autodistruttivi e crudeli. Ma non hanno armi degne di questo nome e la loro civilt e arretrata. E poi... particolare orribile, mangiano i nostri simili, li chiamano "cozze", si meritano proprio di scomparire.
- Allora proceda - disse Konkifer. - Ah, s... aspetti un momento.
- Dica?
- Risparmi i dugonghi.



23.

L'Uomo dei Quadri
By a route obscure and lonely.

E.A.P., Dream-Land

Era una notte dell'ottobre 1849. Soffiava un vento freddo, e pioveva a raffiche, ma le strade intorno al porto di Baltimora erano piene di gente. C'era in giro una strana eccitazione, una specie di demenza collettiva. Risuonavano grida rauche di ubriachi, canzoni storpiate e rumore di bottiglie infrante. La baia di Chesapeake era illuminata da una luna gialla e malevola. In una di queste strade dall'acciottolato sconnesso apparve rumorosamente una carrozza male in arnese, con un aspetto tra il funebre e il carnevalesco. Il vetturino indossava una palandrana che sventolava come ali di pipistrello e esibiva un naso smisuratamente lungo, arroventato dalle libagioni. Anche il cavallo contribuiva alla stranezza dell'insieme, col manto di un bianco spettrale e una testa enorme che sembrava uscita da un dipito di Fussli. Mentre arrancava con un trotto sbilenco, soffiava vapore dalle froge e nitriva come se fosse posseduto. Il bizzarro ensemble si ferm davanti alla bettola della Rana Saltellante. Era uno dei luoghi pi squallidi e malfamati della citt, ma tutti sapevano che l si beveva ottima birra e buon rum a poco prezzo. Un posto adatto per svagarsi, specialmente se sapevi schivare le coltellate.
La carrozza rest immobile sotto la pioggia, mentre il vento la faceva cigolare come una barca alla fonda. Poi lo sportello si apr e usc lentamente un uomo con un mantello nero. Aveva capelli lunghi e ondulati con la scriminatura in mezzo, baffi sottili, viso pallidissimo e occhi di colore viola.
Il suo aspetto era nobile e inquietante. Anche il vetturino, che era una canaglia, ne ebbe un rispettoso timore, e non cerc di imbrogliarlo sul prezzo della corsa.
Dal freddo della strada, l'uomo entr nel caldo denso e maleodorante della bettola. Si tolse il mantello fradicio e si sedette in disparte. Tutti lo guardarono con curiosit, ma nessuno accenn uno scherno, o un commento ironico. Lo straniero incuteva una vaga paura. Come se portasse con s un morbo alieno, e nulla di questo mondo potesse toccarlo.
Ordin un whisky e si guard intorno, nei fiochi aloni delle lampade a olio e negli angoli oscuri occupati da botti e barili.
La Rana Saltellante era un catalogo di bizzarra umanit.
C'erano ceffi di tutte le fogge, ubriaconi cronici, grassi mercanti, marinai tatuati, vecchi usurai, un campionario di mustacchi, barbe mal rasate, cicatrici e stigmate di malattie. E cinque o sei puttane spiaggiate.
L'arredamento consisteva in rozze sedie e tavolacci, ma alle pareti erano appesi quadri con cornici di un certo pregio. Ritratti di volti simili a quelli degli avventori, ma ancora pi lugubri e disperati. Il pittore aveva evidentemente studiato a lungo i soggetti, passando ore a bere insieme a loro. C'era qualcosa di misterioso e comune a quei ritratti.
Il loro sguardo era spaventato, impietrito, e per un gioco di luci sembrava che tutti, da punti diversi, guardassero la stessa cosa. Ma cosa?
Un quadro soprattutto colp il nuovo arrivato. Il volto terreo di una donna dai capelli corvini e dalla bocca bluastra, che teneva in mano un paio di forbici.
Guardando meglio, l'uomo si accorse che la donna era raffigurata in almeno altri due ritratti, cambiava la foggia dell'abito ma il volto era lo stesso. Erano tele dipinte in anni diversi, come mostrava lo stile della cornice, ma la donna era uguale, nella sua pallida fissit. Come una statua. O come una morta.
L'uomo dagli occhi viola era gi al terzo bicchiere, solitario e silenzioso. Continuava impassibile a guardare i volti e i quadri, e il bancone di ebano, su cui era scolpita una seem di caccia alla balena. Nessuno si era seduto accanto a lui.
Tutti continuavano a giocare a carte, tracannare e bestemmiare, ma tra lo straniero e gli altri sembrava ci fosse un velo nero che lo rendeva invisibile.
Finch dal fondo della bettola, dove troneggiavano due gigantesche botti di rovere, si alz un uomo alto e magrissimo, con un vestito a scacchi e un cappello a tesa larga. Le guance erano segnate dalle cicatrici del carbonchio, e sotto le sopracciglia folte e candide brillava uno sguardo di un azzurro incredibile, quasi bianco. Il viso era quello di un uomo vecchissimo, ma gli occhi erano da angelo. Portava sottobraccio un oggetto quadrato, avvolto in un panno. Si avvicin allo straniero, e lo pos sul tavolo.
- Buonasera signore, - disse - mi chiamo Reynolds. - Posso sedermi vicino a lei?
- Prego - disse l'uomo, senza guardarlo.
- Il fatto  - disse sedendosi - che l'ho riconosciuta. Forse la disturbo, ma mi piacerebbe molto parlare del suo lavoro, mister...
- Eddie, - rispose l'uomo - mi chiami pure Eddie.
Un vociare di ubriachi li interruppe. Entrarono due poliziotti enormi, pi sbronzi degli altri, scoppi una rissa. Alla fine c'erano dieci avventori di meno nel locale, alcuni tavoli distrutti e vari litri di birra sprecata sul pavimento.
-  una roba da pazzi questo "coopig" - disse Reynolds.
- Mi sono accorto che c' in giro qualcosa di strano - disse Eddie. - Tutti questi poliziotti che ti offrono da bere.
Perch?
- Per un semplice motivo, - sorrise Reynolds - ci sono le elezioni. La polizia sbronza le persone, praticamente le rapisce, e le porta a votare. Si chiama, appunto, "coopig"...
- Vera democrazia... alcolica - rise Eddie. - Che ne dice di un bicchiere di assenzio?
- Whisky e assenzio insieme... - disse Reynolds - ci va gi pesante lei. Ma gi, dovrei averlo capito dal suo lavoro.
Un oste che sembrava un orco delle fiabe port loro l'assenzio e il cucchiaio per incendiare la zolletta di zucchero.
Reynolds esegu l'operazione con seriet sacerdotale, e la fata verde brill nei bicchieri. Reynolds assapor, Eddie butt gi con un solo sorso.
- Il mio lavoro non  minimamente guidato n ispirato n deformato dall'alcol - disse Eddie con decisione. - Io sono un matematico, un logico. Tutto quello che faccio lo pratico con metodo. Alla fine qualcuno pu vedere originalit, bizzarria, disordine e mancanza di regole. Invece tutto  costruito passo dopo passo, con la progressione di una buona partita a scacchi. Ogni opera inizia dalla fine. Dalla fine di un processo di pensiero. Mi capisce?
- Si, ma non del tutto, - disse Reynolds - forse lei sta complicando la faccenda. Nel suo lavoro c' anche, semplicemente, del genio.
- Il genio? Una maledizione invocata dagli stupidi. In quanto alla semplicit,  l'affettazione del secolo. Ma lei piuttosto, che lavoro fa?
Reynolds accarezz l'oggetto incartato sul tavolo, e rise nervosamente. Sembrava quasi emozionato di parlare.
- Io... be', non riuscirei a spiegarlo a un altro, ma a lei s... lei ha usato parole come: originalit, bizzarria, disordine. Ma si potrebbe dire anche anomalia, follia, paura, caos. Diciamo che noi vediamo spesso cose che ci turbano e terrorizzano, e pensiamo che siano nate all'improvviso nella nostra mente... ma non  cos... abbiamo paura perch le abbiamo viste prima, le conoscevamo gi... C'era solo una porta da aprire, un libro maledetto da consultare, una grotta in cui entrare, verso lo sconfinato archivio del mistero... Ecco io, potrei dire, ho un magazzino di cose strane, so dov' la porta segreta e in quale corridoio si trova il libro nero... e poi allevo mostri, come pacifiche galline, li faccio crescere... sto parlando per metafore... naturalmente...
- No. Lei non sta parlando per metafore - lo interruppe Eddie. - Non sta descrivendo un circo, sta descrivendo l'animo umano.
- Dimenticavo la sua implacabile capacit di dedurre, lei  l'inventore della figura del detective. Si, io lavoro nel settore paura. Come lei sa, la gente ha bisogno di piccole paure per non pensare alle grandi.
- Non sono d'accordo, - disse Eddie - non esistono piccole paure. La paura  una grande passione, se  vera deve essere smisurata e crescente. Di paura si deve morire. Il resto sono piccoli turbamenti, spaventi da salotto, schizzi di sangue da pulire con un fazzolettino. L'abisso non ha comodi gradini.
- Sapevo che la pensava cos, - sospir Reynolds - ma i comuni mortali devono sopravvivere all'ombra che li avvolge. Vede questi ritratti alle pareti?
- Alle pareti del suo locale?
- Ha capito che la Rana Saltellante  mia?
- Certo non  dell'oste. Nessun oste sano di mente decorerebbe cos una bettola. Queste tele vengono... dal suo magazzino?
- Si. Oppure potrei dirle che conosco molto bene chi le ha dipinte. Come vede, sono ritratti di avventori, gente che ha frequentato questo luogo. Realistici, forse un po' di maniera.
Ma c' qualcosa che li rende speciali, e che li lega tra loro...
- Adoro gli enigmi. Vediamo...
Eddie li scrut uno per uno. Poi disse.
- Credo di avere capito. Ci che  comune a tutti,  lo sguardo. Non  lo sguardo neutro e vanesio di un ritratto...
- Si sta avvicinando alla soluzione - disse Reynolds.
- Tutti hanno paura. Sono prigionieri della cornice. Non c' nessun gesto nei quadri che indichi una via di scampo da quella pietrificazione, da quel destino. Sanno che non possono fuggire da quello che stanno vedendo. E ci da cui non si pu fuggire, ci che non puoi guardare negli occhi per chiedere piet, o per intavolare una trattativa,  la morte. Quei ritratti stanno tutti guardando la loro morte.
- Esatto. Qualcuno li ha dipinti, e sono morti subito dopo. Spesso, poche ore dopo che il ritratto era terminato. Il pittore  riuscito a presagire, a cogliere quell'attimo. Incredibile, no?
- Niente  incredibile - disse Eddie. - Ci sono pi cose in cielo e in terra, Orazio...
-...di quante ne sogni la tua filosofia - concluse Reynolds. -  vero, come  vero che Shakespeare forse era una donna. Un'altra fatina verde?
Bevvero nuovamente l'assenzio, ma stavolta dopo aver cercato di brindare Eddie impallid, le sue mani si aggrapparono al tavolo ed ebbe un tremito in tutto il corpo.
- Qualcosa non va? - disse Reynolds, prendendogli premurosamente la mano.
Eddie ebbe un nuovo brivido, i capelli sudati erano scesi sul viso, ma sorrise.
- Il mio corpo non ha le risorse del mio pensiero. E pensare che una volta ero un atleta, un grande nuotatore, lo sapeva? L'alcol mi ha inzuppato l'anima...  il prezzo che paghiamo all'oblio. Ma dica, e i quadri della dama nera?
- Ero certo che l'avrebbe notata - sorrise Reynolds. - Be',  diversa dagli altri soggetti. Come vede, non c' paura nei suoi occhi, ma una calma ultraterrena.
- Certamente - disse Eddie con voce impastata. - In un quadro tiene un paio di forbici, in uno un filo, nell'ultimo un fuso. Mitologicamente corretto. Non guarda dove guardano gli altri. Forse si sta rimirando allo specchio.
- Lei  geniale e logico anche quando  follemente ubriaco, - disse Reynolds - la ammiro. Lei  veramente all'altezza del pittore di questi quadri.
- In che senso?
- Che lei ha dipinto volti, paesaggi, mostri, atmosfere indimenticabili, che resteranno negli anni. Lei ha reso la paura un sentimento umano, ma anche una sovrumana passione. Lei ha fatto del bizzarro una forma di allegria, lei ha fatto capire quanta deformit cela il comico, lei ha dato orrore alla logica e logica all'orrore, lei...
- Lei sta esagerando con i complimenti - disse Eddie mandando giu l'ultimo goccio di assenzio. - Quindi c' qualcosa sotto.
- Indovinato ancora - disse Reynolds. Al lume della lampada a olio i suoi occhi brillavano come zaffiri maligni.
- C' un'occasione speciale in cui tutti smettono di fare critiche, trovano in tutto ogni pregio e fioccano i complimenti. Ovviamente mi riferisco all'elogio funebre.
-  vero - ammise Reynolds.
- Quindi io sono pronto a diventare un quadro - sospir Eddie. - Questo che  sul tavolo, avvolto nel panno. L'ho capito dal primo momento. Lei mi stava aspettando.
- Si, non ho potuto ingannarla.  un quadro, ma non un ritratto.
- Questo mi sorprende. E cosa...
- Un ultimo assenzio? - propose Reynolds. - Un ultimo bacio della fata?
Bevvero e restarono in silenzio. Entrarono due poliziotti e portarono via alcuni avventori ubriachi. Una coltellata saett nel buio e un marinaio fugg inseguito da un altro.
Una puttana si mise a cantare in spagnolo, con voce dolce.
I rumori della notte si fecero pi tenui. Pass un tempo breve o lungo.
- Il ritratto l'ho fatto a tutti, - disse Reynolds rompendo il silenzio - ma ho pensato che lei meritava un omaggio speciale.
- Devo indovinare ancora? - disse Eddie.
- No, stavolta le spiegher. Come avr capito sono io l'Uomo dei Quadri... anche se la parola "uomo"...
-  una definizione che le sta stretta - sorrise Eddie.
- Proprio cos. Lei non ha dipinto quadri in serie, storie tutte uguali. Lei ha sorpreso ogni volta. Ha riempito di orrore e meraviglia migliaia di persone, e saranno milioni negli anni a venire. Lei rester nei secoli.
- La mia vanit e sazia, la mia gola no... Un altro assenzio?
- La prego, no. Mi serve un residuo della sua logica, della sua lucidit. Dunque, non potrei dipingere il suo sguardo spaventato davanti alla morte. Lei l'ha fissata in viso mille volte, le ha parlato, l'ha corteggiata. Ma dipingere quello che gli ALTRI hanno provato davanti alla morte da lei evocata, le sensazioni e i mostri e il ghigno e il sangue che lei ha inventato per loro, quello  opera terribile e grandiosa. Le piacerebbe vedere tutto questo? Un quadro non potrebbe contenere lo sterminato universo delle sue creazioni, ma questo  un quadro speciale. Diciamo che ... una porta.
- Tutta la paura e la meraviglia che ho suscitato? Tutto l'orrore del mondo? Ma resister a questa vista?
- Questo non posso dirglielo - disse l'Uomo dei Quadri.
- Forse non resister, - disse Eddie - ma  giusto cos. Devo guardare la mia grandezza e la mia ombra. Tutto ci che ho immaginato, in un solo attimo. Diamine!  un privilegio, e del resto e sempre meglio che morire di delirium tremens, portato in ospedale su una carriola.
-  pronto allora?
- Qui? In questa bettola?
- No, andiamo fuori.
Uscirono, era buio. Camminarono fino a una stradina con acciottolato umido, illuminata dal pallore lunare. C'era un salice, che faceva piovere i suoi rami su un muretto. Eddie si sedette. Bevve un sorso da una fiaschetta.
Reynolds gli stava davanti. Eddie non si era reso conto di quanto fosse smisuratamente alto.
-  pronto?
- Sono pronto - disse Eddie, alzandosi in piedi, ben avvolto nel mantello. - Voltiamo questa ultima pagina.
Reynolds svel lentamente il quadro. Poi lo tenne ben alto davanti alla testa di Eddie.
- Ora guardi - disse.
C'erano quattro cadaveri nella morgue dell'ospedale Washington College di Baltimora. Una donna morta di parto e due marinai uccisi probabilmente dall'abuso di alcool del cooping.
Il quarto era coperto da un mantello nero.
Il medico era un vecchio pensieroso e barbuto. Un giovane dottorino lo guardava attendendo istruzioni.
- Leggimi il referto del dottor Charles - disse il vecchio.
- Il giorno 3 ottobre verso l'alba il soggetto si aggirava in stato confusionale, con gravi segni di intossicazione etilica, nella zona di Light Street. Un uomo di nome Joseph Walker lo ha visto crollare a terra due volte e rialzarsi. Ha provato a parlargli, ma quello sembrava indemoniato, e faceva gesti come per allontanare da s mostri invisibili. Cos Walker ha chiamato la polizia, che lo ha portato qui ormai in gravi condizioni.
Ricoverato,  peggiorato rapidamente ed  morto ieri, 7 ottobre, alle cinque del mattino. Durante questo periodo ha solo gridato pi volte la parola "Reynolds" e, secondo una suora, ha pronunciato la frase: "Dio abbia piet della mia anima". Io l'ho visitato due volte e l'ho trovato in pieno delirio, come fosse preda di terribili incubi. A mio parere...
Il dottore barbuto interruppe la lettura.
- Lei, giovanotto,  l'assistente del dottor Charles. Anche lei ha visto due o tre volte il paziente. Ha detto altro?
- No, solo quel nome, Reynolds... ah, s, e poi mi sembra che il primo giorno abbia mormorato "orrore, troppo orrore"... Ipotesi sulla morte: attacco di delirium tremens, rabbia, sifilide, congestione cerebrale. Procediamo all'autopsia?
Il medico scost il mantello. Il volto dell'uomo dagli occhi viola sembrava finalmente in pace. Ricopr il corpo.
- No, - disse infine - nessuna autopsia.
Il giovane dottore lo guard con aria interrogativa.
- So chi  quest'uomo - disse. - Non  importante cosa la scienza medica potrebbe dire riguardo alla sua fine. Lui conosceva la morte e i suoi misteri mille volte pi profondamente di me, che da anni ne studio i segni sugli uomini. Non posso dire ora dove  la sua nobile anima, e che cosa l'ha separata dal corpo. Scriva, e non si stupisca se user una formula non abituale.
Washington Hospital, sezione Morgue. Oggi dopo un attento esame della salma, non ritengo necessario procedere all'autopsia del soggetto, maschio di anni quaranta.  possibile formulare ipotesi, ma non scopriremo mai una vera ragione per la misteriosa morte del signor Edgar Allan Poe.



24.

La storia della strega Charlotte
Un uomo nero,
nero, nero,
un uomo nero
si siede sul mio letto,
un uomo nero
non mi lascia dormire per tutta la notte.

SERGEJ ALEKSANDROVI ESENIN,

L'uomo nero

- Quella della strega Charlotte - disse il marinaio - e veramente la storia pi spaventosa, orripilante e raccapricciofona che io abbia mai ascoltato, e non so se ho voglia di raccontarla, mi tremano gambe cuore e trippe, io ho viaggiato tutto il mondo e ho visto cose che oggi non esistono pi, o che forse non sono mai esistite, o che forse esistono ancora e guai a chi le incontra. Ma niente, n tempeste n cannibali n canto di sirene n navi fantasma n epidemie n scimmia in salm n granchi bragaroli n fastidiosi pidocchi n veleniferi cobra, mi ha mai causato lo spaventatroce terrore che mi ispir la storia della strega Charlotte. E stanotte voi bambini mi chiedete "raccontala, raccontala", con le vostre vocette innocenti, tutti rannicchiati sotto le coperte, scalciando, impauriti e curiosi allo stesso tempo, ma chiss se sapete a cosa state andando incontro, a quale abisso di spavento e sgomento! Be', peggio per voi, pargoletti, ma prima di tutto mettiamo in chiaro che non voglio avere responsabilit qualora codesta storia vi sconvolturbasse troppo o vi imbiancasse i capelli o vi causasse diarrea durevole o vi togliesse il sonno per gli anni a venire, se ve la spiffero mi dovete promettere che non direte mai ai vostri genitori che ve l'ho raccontata io, perch ci sono in essa particolari cos cruenti sanguifagi e orrovomitosi, e personaggi a tal punto malvagi trucibaldi e tenebrosi che io stesso quando la narro mi sconvolvolo, balbetto e barcollo, e come tutti quelli che conoscono la storia, mi chiedo se riuscir mai a raccontarla fino in fondo e se ho il diritto di orridepilare piccoli cuori puri come i vostri. Ma vedo che voi sempre pi eccitati state saltando sul letto e gridate "dai comincia, dai, raccontaci della strega Charlotte!". Oh no, non nominate quell'agghiacciantico nome, ormai siete preda di una insana curiosit e bramate di ascoltare la storia delle trucinfami gesta, proprio come feci io ottant'anni fa, quando ero un giovane mozzo, e incontrai un maledetto vecchio marinaio hawaifigisamoano, un simpatico spaccamari con una gamba sola, l'altra mangiata da un coccodrillo, e un occhio solo, l'altro divorato da una sogliola mannara. Quel fottuto logorroico tatuato maori, me la raccont nella buia cambusa di una fetida nave ancorata in un porto nebbioso, e vi giuro che ricordo ogni terribile istante di quella notte, e anche se la mattina dopo speravo di dimenticare l'orrorotropa leggenda, purtroppo essa divenne parte dei miei ricordi pi oscuri, e mi colp nel cuore come una maligna e bruciante freccia, e badate bene che non taglier parti ne tralascer particolari atrocit, ve la narrer come mi fu narrata, aggiungendo che il maledetto tatuato affabulatore mi disse che era una storia vera. Ora tu, Jimmy dito-nel-naso, mi chiedi "come si fa a essere sicuri che  una storia vera?" e io ti dico, piccolo rompiballe, che nel nero mondo delle storie spaventoidi c'e sempre il dubbio se siano vere o inventate, ma dal momento che ti sono entrate in gola e nei sogni e nei ventrani, ebbene sono vere, anzi pi verissime delle vere, perch ci che ti fa galoppare il cuore e rizzare i capelli e stringere il buco del culo e vero, e tu, piccola Cinzia-occhio-balengo, tu mezza nascosta sotto le coperte mi chiedi "ma a chi mai  saltato in testa di raccontare storie cos tremorrende?". Gia, strabichina mia, hai ragione a interrogarti su chi fu l'horrendes primus, quale cervello malato, quale cuore spietato, forse qualcuno che odia i bambini? No, quel vecchio marinaio figihawaisamoano mi voleva bene, ero come un figlio per lui, ma quella era una notte orribilmente adatta, uno scenario da sabba, il mare era fosco e la nave era tetra e il rancio porcibondo, e c'erano il fragore delle onde e il sibilo del vento e ombre paurose sui muri della cambusa, e, poich vedo che vi state nascondendo sotto le coperte, scommetto che anche voi ora sentite il rumore del vento e vedete ombre alla finestra e avete il pippaculo ancora prima che la storia cominci. "Si, ma come comincia sta storia?" mi chiedi tu, Minnie-peto-silente, che stai nel letto un po' lontana dagli altri, be', ci sono storie spaventorride che cominciano subito con l'apparizione fulmificante del mostro, in questo caso la strega, oppure ci sono storie che cominciano con una misteriosa porta chiusa, dietro la quale voi presentite il mostro in agguato e poi la porta cigola e si dischiude e appare un'ombra minacciosa e... ditemi, ors piccoletti, quali storie vi fanno pi paura? Quelle dove il mostro arriva subito o quelle dove lo si aspetta? Be', non vi sveler prima ci che accade nella storia della strega Charlotte, sicuramente c' una porta chiusa, ma chiss se si spalancher fin dal primo momento, o dovrete tremare a lungo sentendo paurosi passi rauchi ringhi e sinistri sogghigni, aspettando che entri qualcosa di atrocissimo e bimbofago... oh piccoli sventurevoli, vi vedo ammucchiati nel lettino sempre pi silenziosi perch la suspense aumenta, fissate quella misterevole porta perch c' qualcosa nascosto l dietro, ma cosa? Be', qualcosa che fino un momento fa non immaginavate nei vostri peggiori incubi Quando ero un giovane mozzo pieno di avventurismo e pidocchi, era proprio questo che mi lasciava esterrorfatto,  ci che fino a quel momento io non sapevo che esistesse una storia cos brividofora, certo avevo gi visto mostri e delitti, calamai giganti e fritture miste, kraken e bottarghe, avevo gi provato la paura, ma tutte le paure che avevo provato messe una sull'altra non erano che un centesimo di quelle che stavano per arrivare con la storia della strega Charlotte, e io, piccolo e eccitabile proprio come te, Ciccio-mangia-unghie, che sbadigli e sbatti gli occhietti, io sapevo bene che la mia vita non sarebbe stata pi la stessa dopo questa storia, ma non ho chiuso gli occhi, non sono scappato, non ho detto "fido bonale ho cambiato idea non raccontarla pi". No! Sono rimasto l immobile raggelato pietrificato con un filo di fiato proprio come voi, ad aspettare che quella storia mi sconvolvolgesse. E come voi mi chiedevo perch era arrivata fino a me, e soprattutto come cominciano anzi ricominciano le storie? Perch ogni volta un marinaio un nonno uno scrittore un viandante un cane parlante racconta una nuovorrenda vicenda? Forse perch qualcuno gliela raccont e raccontandola a sua volta pensa in qualche modo di potersene liberare,  cos? Forse spera che insieme alle parole se ne andr il doloroso premito orrororroso nel suo corazon e nelle sue animelle, si illude che se contagia altri forse guarir, e la storia uscir da lui come un veleno, ma non  cos, perch ogni volta che qualcuno racconta la storia della strega Charlotte non le sfugge n la esorciricizza, no, ogni volta il terrore aumenta,  come se ogni volta che uno la racconta fosse la prima volta, e non serve conoscere il finale e aver gi provato lo choc il gulp e il sob, anche se ve la raccontassi cento volte il cuore mi sconquasserebbe il petto pur sapendo bene dov' l'agguato, dov' l'artiglio, dov' l'enorme orma, e anche per voi sar cos, piccoli miei, la ascolterete cento volte e cento la racconterete e ogni volta sar un rinnovato inferno, ma il vostro attonito orripnotico silenzio mi fa capire che siete incerti: una parte di voi dice s s, voglio ascoltare, e l'altra parte no no, chiuder le orecchie, ti prego per favore non raccontarla, non aprire quella maledetta porta, scappa scappa dalla strega Charlotte finch sei in tempo, trop tard, i giochi son fe e la storia  gi cominciata, la megera con ogni probabilit ha gi la mano adunca sulla maniglia e si lecca i baffi... e allora io potrei forse scacciarla, accendere la luce e dire be' per questa volta non ve la racconto e sareste salvi e non dovreste precipitare nell'abissio dell'angossia e non conoscereste la tremortica trama, quindi non potreste raccontarla e moltiplicare il suo macabro influsso, e vi confesso che anche io ho pensato spesso di non diffondere pi le torve gesta di Charlotte, per mai pi rinnovare il cagotto, ma non posso, non posso! Un po' perch a questo punto dopo un'ora di pistolotto sareste delusi se non ve la raccontassi, ma soprattutto perch avrei ancora pi paura se NON la raccontassi, e sapete perch?
Perch temo che non raccontandola aumenterei il vostro panico, nel senso che pensereste: ma se  storia cos tantorrenda che non ha neanche il coraggio di raccontarla, allora  proprio tropporrenda, e la immaginereste ancora pi terribile di quanto non sia, ed e appunto cos, e molto pin torribile di quanto possiate immaginare con tutto il vostro infantile talento paurotropo, e non ditemi: suvvia, ne ho sentite tante di storie siffatte! Questa  una storia speciale, in questa c' veramente qualcosa che mozza il fiato, che sganghera il cuore, che vi lascia senza parole e respiro e saliva e enzimi, e infatti voi ora siete zitti e non muovete un muscolo e io sento gi battere il  vostro cuore insieme al mio, nell'imminenza della prima scena brividosa, inaspettata e follemente perturbante, io capisco che non ce la fate pi a aspettare, la mezzanotte scocca e la storia della strega Charlotte comincia cos: Questa  la storia della strega Charlotte Cos spaventosa da raccontare Che nessuno la riesce mai a iniziare Perch tutti si addormentano e buonanotte.
Il marinaio usc in punta di piedi dalla stanza, e i bambini ronfavano.



25.

La Parola
Hum'ehyhuhn'Be'Hyhn.

Gli scrittori l'hanno immaginata, i linguisti l'hanno cercata, i maghi e gli alchimisti hanno desiderato di possederla.
Ma la Hyannimath, la tremenda Parola Assassina, non  mai stata scoperta, e solo tre persone la conoscono. Una di queste sono io.
Non saprete mai il mio nome. Posso solo dirvi che sono un monaco, e le altre due persone che conoscono il segreto vivono nel mio stesso monastero. Nel silenzio di queste mura conserviamo l'unico libro, il Be'Hy Hyannimath,* ove la Parola  svelata. Mi ci sono voluti sessant'anni per decifrarlo e tradurlo.
Vi sconsiglio di cercare il nostro eremo, e ben nascosto e inaccessibile. E nel caso inverosimile che lo trovaste, vi sarebbe impossibile trovare il libro tra gli ottocentomila della biblioteca. Ammesso che sia nella biblioteca, naturalmente, e non sepolto in qualcuno dei giardini o occultato in qualcuna delle trecento stanze e cripte dell'edificio. E potrebbe non essere un normale libro di carta, ma... Basta, non voglio giocare col mio segreto,  troppo importante per me, ha segnato tutta la mia vita. Ma ho quasi novant'anni, sono malato, e i miei due confratelli lo sono pi di me. L'idea che la Hyannimath possa non esistere pi mi spaventa tanto quanto il fatto che esista ancora.
Qualcuno di voi forse conosce la sua storia. La parola non  araba n sanscrita n greca, come molti hanno supposto. Appartiene a una lingua morta. Posso indicarvi che veniva parlata forse in India, o vicino all'India, diversi secoli prima della civilt dravidica. Era l'idioma di una civilt antichissima ed evoluta che ha deciso di cancellare la sua storia e soprattutto la sua provenienza. Da dove erano venuti gli Hur'm? E perch di questo popolo non ci resta n un monumento, n una tomba? Eppure, qualcuno di loro ha voluto lasciare una traccia misteriosa attraverso un libro, il Be'Hy Hyannimath, che ha attraversato migliaia di anni. Le pagine sono di una carta sottile e resistente come lamine di metallo, scritte con un inchiostro dorato che si pu leggere anche al buio. La copertina  di una pelle serica che nessuno  mai riuscito a identificare. Perci molti (forse io tra questi) pensano che gli Hur'm fossero una civilt extraterrestre.
Il libro dice che un regno di nome Hur'mHes, regno felice "sopra una grande montagna bianca e dieci fiumi" in una terra "simile al paradiso di una stella lontana".* I dieci fiumi, dice il libro, erano "Jere9annzat il limpido, Ashis'hkan il torbido, Avhed l'impetuoso, CtoheH it sotterraneo,Mashah'nshij dei pesci d'oro, Kuyteh delle grandi cascate, HaumakiajHhan il placido, Wer'hamg il velenoso, Gheng'han il fiume che guarisce, Orneh'ker il fiume che parla. Un giorno uno di questi fiumi si color di sangue, a indicare l'arrivo dei nostri distruttori".
Una trib guerriera, proveniente dalla Cina o dal Medio Oriente, \Talko* la montagna e trov la Terra Simile al Paradiso. Le orde stavano per invadere la capitale Jhur-el 'shikay.
Ma il re era anche stregone, e tutto il popolo dei Dieci Fiumi era capace di arti magiche. Cos scrissero la Parola Assassina su tutti gli alberi e le pietre e i muri che portavano a Jhur la Splendida.
Un esercito di trentamila uomini fu distrutto dalla Parola. Un solo soldato raggiunse la reggia. Nessun Hur'm portava armi, e l'uomo riusc a entrare e uccise con una freccia re Hur'mH es.
Tre giorni dopo, il popolo dei Dieci Fiumi spar.
Yhn'mdhH haynukm, hdmu'hHurjrf shanweh 'n haudHneyat.
Cenere dove ardeva il nostro fuoco, neve ove erano le nostre orme.
Bruciarono le case e i templi, riuscirono a far sparire i fiumi, cancellarono ogni traccia. Lasciarono soltanto, sepolto in cima alla montagna, uno scrigno d'oro con il libro sacro.
Non vi spiegher come, attraverso i secoli, il Be'Hy Hyannimath sia arrivato nelle mie mani. Ma con i fratelli monaci abbiamo controllato per lunghi anni i luoghi, i pochi segni e le circostanze: la storia  vera.
Che il popolo di Hur'mHes sia scomparso su una grande astronave, o si sia lasciato morire sul ghiacciaio, o abbia voluto trasformarsi in qualcosa d'altro, non posso dirlo con certezza. Ho un'idea, ma la tengo per me.
La Hyannimath e stata inseguita da dotti arabi come Abu Yasuf Ya`qub ibn Ishaq al-Kindle, come il greco Areteo, e da stregoni e alchimisti come Cagliostro e Huang Ling l'enigmista, e ovviamente da scrittori come Beckford, Borges, Byron e mille altri. E come  facile intuire, le hanno dato la caccia i servizi segreti di molti paesi.
Ma non  mai stata trovata, fortunatamente.
 venuto il momento di dirvi qual  il potere di questa parola. Si chiama Parola Assassina perch dapprima letta, e poi pronunciata a alta voce, uccide entro pochi istanti. Chi la legge non resiste mai al desiderio di gridarla.  il suo magico influsso.
La Parola Assassina che stermin l'esercito invasore fu scritta e poi intonata in coro da alcuni sacerdoti Hur'm, che si sacrificarono. I nemici, come in delirio, la gridarono. Ma il soldato che uccise re Hur'mHes era sordomuto. Questo gli permise di cambiare la storia e di morire impiccato, invece che fulminato dalla Hyannimath.
Da quel giorno il segreto della Hyannimath continua a tramandarsi col libro, e ora e giunto a me.
Quindi alla mia morte, e alla morte degli altri monaci, la parola andr perduta?
Questo forse sarebbe il suo miglior destino. Un qualsiasi tiranno o fanatico potrebbe usarla come arma, e anche un innocente potrebbe morire con la parola sulle labbra.
Ma la sua salvezza  un rischio che devo correre.
La parola  gi svelata. L'avete appena letta in questo racconto, o la leggerete tra breve, e questo fa si che ne siate gi un po' posseduti. Ma dovete trovarla e gridarla, e la pronuncia deve essere nell'antica lingua Hur'm, assai diversa da ogni altra nella fonetica, nei suoni e nei timbri. Abbiamo tradotto anche questo segreto: conosciamo l'esatta pronuncia della Parola, cos come la intonarono i sacerdoti. La prova che in questi anni cinque monaci hanno letto e gridato, e sia pace alla loro anima.
Ora che sapete, nel caso abbiate intenzione di impazzire e tentare di scoprirla, vi do alcuni suggerimenti (o voluttuosi tranelli?). Nella lingua hur'm la acca e la i sono impercettibilmente diverse dalla fone che voi conoscete. Le lettere ti e esistono solo in questa lingua, e per una voce umana  molto difficile pronunciarle, mentre sono spesso contenute nel canto di alcuni uccelli.
Non dir altro. Il monaco anziano mi chiama con tono preoccupato. Forse tra poco saremo solo in due a conoscere la parola.
Ma se volete morire per sete di conoscenza, io ve l'ho scritta.
Basta che risuoni una sola volta, nel modo giusto. Potrebbe essere una parola in lingua Hur'm: un nome, un fiume, la cenere, la neve, un brano trascritto. Ma potrebbe essere una qualsiasi parola della vostra lingua, che accostata a parole Hur'm (diciamo cos, "contaminata") ha assunto il terribile potere dell'antica Assassina. Non mi diverto a confondervi, vi sono obbligato.  necessario che sia spaventosamente difficile trovarla.
Sento che vi devo un'ultima confessione. Molti anni fa, un monaco anziano mi raccont un'altra versione della leggenda. Da sempre, credenti o no, non abbiamo le parole per spiegare la vita e la morte. Ebbene, la Hyannimath potrebbe essere la parola mancante, quella che svela il mistero e che permette all'uomo di trovare il senso della sua esistenza. E gli Hur'm non dissero la verit su di essa, oppure non sono mai esistiti.
Perch quel vecchio monaco me lo disse? E io gli credetti? Vi racconto questo per confondervi, o per fare balenare una Luce?
La Hyannimath  davanti a voi.
Ma attenti! Potete mettere al lavoro tutti i vostri computer e i vostri decrittatori, ma sar tutto inutile, la parola sa difendersi. Solo un lettore coraggioso, disinteressato e pronto a sacrificare la sua vita, pu farlo. E questa frase sar l'ultima che scriver: Hum'ehedeel yhsha'n nkanfye.
Che significa: "cerca, desidera, temi".
...
FINE.
